Colpa.




Ενοχή σαν σύμπτωμα. Il senso di colpa come sintomo. E il sintomo è il fenomeno che accompagna qualche altra cosa.


Ciò che viene spinto a mal fare. Cagione di danno occasionato dall’uomo per difetto di prudenza, vigilanza o diligenza. Disporre o preparare all’errore. Che è non dolo. Non è un’azione spinta dalla propria volontà.


E quante volte nella nostra vita, riusciamo ad essere prudenti, vigili o diligenti? 

E quante volte nella nostra vita, ci sentiamo attanagliati da quel senso di colpa, latente, presente, subdolo che si insinua ogni giorno nei nostri pensieri, per cose che non abbiamo fatto ma che abbiamo semplicemente vissuto? 

Un amico, stamani, mi ha inviato un messaggio con un video preso da youtube. Un video buffo. Divertente. Era stato anticipato da un messaggio: “così mi faccio perdonare di averti messo malinconia”. 

Al che ho risposto senza nemmeno pensarci che non me ne ha messo. Non avrebbe potuto. E genuinamente gli ho risposto che sono io il nemico di me stesso. 

Parole gettate lì, rapidamente. Prima che il pensiero potesse contestualizzarle. Dopo qualche ora, però, ritornano. Ed eccole lì, assieme al caffè e alla spremuta di arance. Che quel mio amico si sarà accorto che da fin troppo ho quella malinconia di fondo che non se ne va, quale che sia la mia disposizione d’animo? Perché sono il nemico di me stesso? L’ho detto perché ne sono cosciente o perché volevo rincuorare quel caro amico? 

Ecco che la risposta a tanti perché mi colpiscono. Come la pioggia che oggi bagna Roma. Colpa.
Ognuno di noi la avverte ma non riesce a riconoscerla nel quotidiano, non chiaramente almeno. Ed è quella cosa che si trasforma poi in malessere. In pensiero costante. In condanna. Inquietudine.
Colpa per quella volta che. Colpa di non. Colpa di aver. Colpa di non essere. Colpa di esser stato. Colpa.

Un pensiero indefinito ma presente, che ha a che vedere con la dimensione del nostro vivere passato nel presente. Intrusivo. Minaccioso. Invadente. Inquietudine, di nuovo. Costante inquietudine.

E penso alle colpe dei miei amici. Intime.

Colpa per quella volta che non abbiamo saputo fermarci mentre ci stavamo tagliando con una lametta per fermare il dolore e riprenderlo in mano. Colpa per quella parola di troppo detta, che non pensavamo, gridata, gettata con rabbia. Colpa per il cugino che non abbiamo saputo salvare dal suicidio, perché non abbiamo visto, non abbiamo capito, non sapevamo cosa fare. Colpa di non aver saputo amare nostra madre, prima che morisse, di non essere stati in grado di salvarla. Colpa di essere come siamo, perché ogni tanto non è affatto facile vivere vicini e le asperità, anche quando ci si vuole bene, sono difficili da limare. Colpa di aver abortito pensando di non essere pronti, sapendo di non essere pronti. Colpa di aver dato un ceffone alla propria figlia. Colpa di aver investito ucciso quel passante. Colpa di non esser stato un padre presente. Colpa di esser andati via di casa per continuare la propria professione, non potendo aiutare il proprio padre in un momento di difficoltà economica.

E penso alle mie di colpe. 

Colpa di non essere stato in grado di fare un passo indietro, di evitare un litigio che avremmo potuto evitare. Colpa di non aver abbracciato quando sentivamo di volerlo fare. Colpa di non esser stati lì, di vivere quel momento. Colpa di non aver capito quella lezione quando era giusto capirla. Colpa di non aver saputo dire no quando qualcuno voleva che noi fossimo qualcosa che non siamo. Colpa di aver permesso ad una ragazza di dirmi “quel casino che hai in testa”. Colpa di aver accumulato durante il primo anno un ritardo negli studi e di non esser stato in grado durante il secondo anno di recuperarlo del tutto, colpa di non aver capito che dove stavo vivendo mi stava consumando e stava avvelenando il mio pensiero e la mia lucidità. Colpa di aver capito tardi che gli studi politologici mi stavano portando lentamente, e nemmeno così lentamente, alla morte. Colpa di aver procurato a mia madre più dolori e sofferenze di quanto un figlio faccia. Colpa di avere paura, di essermi rinchiuso in una gabbia di insicurezze e di essermi privato di alcune delle meraviglie che una vita meravigliosa possa offrirti. 

Ecco le inquietudini. Che si trasformano in zavorre perché riempiono il cuore e la mente di vergogna. Una sensazione spiacevole. Umida. Paludosa. Che trascina tanti pensieri che sono generati e amplificati dalla colpa. Riconoscere in sé e su di sé qualcosa che non ci fa stare comodi. Qualcosa che non ci piace accostare a noi stessi perché ci fa sentire a disagio. Ma sono percezioni. Ed eventi. La vita è piena di eventi che si susseguono. 

Così impariamo la disistima e diventa un’abitudine, un rituale; così ci togliamo del valore e della bellezza che abbiamo. Ci precludiamo la possibilità perché noi stessi prima di tutti non la vediamo. Non siamo meritevoli. Eppure la Bellezza c’è. In ognuno di noi. Così dimentichiamo quella leggerezza di cui Calvino ci ricordava. Non superficialità ma planare dall’alto sui problemi e sulle cose. Non avere macigni sul cuore. Ecco perché si dovrebbero leggere “i classici”, perché dietro i classici ci sono persone, come noi, che hanno vissuto, che hanno avuto passioni e delusioni, che hanno avuto le loro colpe e hanno imparato che non si può rimanere imprigionati nelle colpe.
Non siamo stati prudenti. Non siamo stati diligenti. Non siamo stati vigili. 

Non sapevamo rispetto a cosa essere prudenti. Non sapevamo come essere diligenti. Non sapevamo quando essere vigili e quando no. 

Vogliamo vivere sempre con queste inquietudini? No, sono tensioni che lacerano.

La mia soluzione è l’amore. L’amore ricevuto e donato mi ha insegnato a vedere la Bellezza. Quella autentica. Quella dei sorrisi e delle persone con le loro fragilità. E il perdono. Ancora non riesco a perdonarmi del tutto. Ma sono sicuro che, con l’amore che ricevo e che dono, riuscirò a rispondere quel mio amico che prima o poi riuscirò ad essere amico di me stesso, e non nemico.
Come ognuno di noi merita di essere.

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