Saldo



E ci ritroviamo ancora una volta. Anche oggi a vagabolare. Chissà per dove.

Un possibile vagabondaggio tra le parole, e non solo, mi è stato suggerito da una canzone di un cantatutore italiano che, come ben saprete, almeno chi mi legge spesso, ascolto spesso: Vinicio Capossela. Un verso di una sua canzone – La Madonna delle Conchiglie, canzone che ho scoperto poi riferirsi alla Santa Restituita d'Ischia la cui statuetta è stata davvero “restituita” dal mare- recita “Benedice chi si avventura, chi ha il cuore saldo anche se ha paura”.

Saldo. Aver paura. Anche se. Malgrado la paura. Avere il cuore saldo, nonostante tutto. Chi si avventura.

Certo, suggestiva. Del resto è una canzone. E se si legge anche la storia di Restituta di Sora, la storia da cui è stata tratta ispirazione, che dire. Il tutto diventa ancora più suggestivo. Ma non siamo qui per analizzare storie di filoni cristiani.

Cosa significa, nel nostro quotidiano, questa parola? Saldo. Essere saldi. Avere il cuore saldo.

Ho provato a pensare a quando e come usiamo la parola saldo. Avere una presa salda. Saldare qualcosa. Saldare un conto. Parola saldata. Saldatura. Salda fede. Avere una salda certezza. Salda volontà. Saldo un edifizio. Saldare la promessa. Essere saldi sulle proprie gambe. Non so perché ma se penso al saldo, mi viene in mente una figura ben chiara. Ogni giorno, prendo la metro. La presa salda, mi conferisce resistenza agli smottamenti della metro. Alle persone che non avendo una presa salda, mi cadono addosso. A chi, non potendo afferrare saldamente qualcosa, si aggrappano a me. Mi riporta ad essere saldo, per essere saldo per altri oltre che per me stesso. Perché in metro, non sai mai quando tornerà utile avere una presa salda. Può essere una frenata. Può essere una bambina che sta per cadere. Un signore o un ragazzo che inciampa. Qualsiasi cosa. Se non hai una presa salda, non solo non puoi aiutare eventualmente altri ma sei un pericolo per te stesso e per altri, perché potresti sempre cadere su qualcuno.

Etimo.it come al solito mi viene in aiuto, non senza confermarsi buon compagno in questa mia presuntuosa ed ostinata ricerca di significati, questo vagabolare:

“Solido, come contrario di liquido, si riferisce principalmente alla qualità intrinseca della massa e porge una nozione differente da quella di Saldo in cui spicca l'idea della fermezza, della stabilità. Sodo si oppone a Cedevole, Arrendevole e si riferisce principalmente al tatto. Fermo è ciò che non si può muovere […] Immoto ciò che non si muove sebbene lo possa […] Stabile, ciò che resiste agli ostacoli; ”
Ma ancora non sono soddisfatto. Provo ancora. Cerco. Mi dirigo verso lo Zecchini, dizionario storico noto ai più:


“Saldo, è ciò che sta fermo, che non cede all'urto; ha senso proprio e traslato […] la promessa a cui si attende malgrado gli ostacoli. […] nel linguaggio comune, ciò che non è vano, apparente: chi dice di credere al solido significa che non bada alle parole, ai progetti, ai castelli in aria; ma si al danaro, ai fondi, a ciò che si dice beni di fortuna, e forse anco alle qualità del cuore che sono più solide certamente di quelle, talvolta vane, dello spirito, ed eziandio ai beni fugaci e crollabili della fortuna”.


Ecco. Mi ha preso. Sono soddisfatto. Ho trovato quel che cercavo in questo bistratto dizionario storico. “Qualità del cuore che sono più solide certamente di quelle”. Perché punto su questo? Perché ognuno di noi, è giornalmente nel fare. E se fossimo in un ambiente chiuso, sterile, da laboratorio, col solo nostro fare, saremmo in una condizione ottimale. Se fossimo tra il bianco e il nero di un foglio cartaceo o elettronico, saremmo parimenti in una condizione ottimale. Non è così, tuttavia. Siamo sempre sotto attacco da condizioni esterne a noi, viviamo in un mondo dinamico. Estremamente dinamico. Famiglia. Affetti. Amori. Amici. Lavoro. Idee. Ideali. Volontariato. Parole. Pensieri. Studio. Ricerca. Comprensione. Contemplazione. Spiritualità. Avversità. Imprevisti. Dubbi. Incertezze. Paure. Riflessioni. Perplessità. Insicurezze. Tremori.

Di tutto, insomma. Un simpatico ambaradam questo vivere, eh? (a proposito, sapete da dove deriva “ambaradam”? Cercatelo! Rimarrete stupidi dalla storia che nascondo le parole.).

Ma, e sottolineo MA, in questo ambaradam (e allora? Ancora non l'avete cercato?! Su! Non fate I pigri!) occorre vivere appunto. E farlo bene. E farlo al meglio delle nostre possibilità. Perché se proprio vogliamo dirla tutta, siamo in competizione. Furiosa. Selvaggia. Cruda. Dura. E quando si compete per qualcosa, non si possono avere distrazioni. Occorre essere concentrati. E occorre essere, saldi, appunto.

Ma il saldo di cui poco sopra, ha anche altri significati. Significati cui forse non siamo particolarmente abituati. Chi dovesse avere ad esempio Robert Kennedy, magari si.
Essere saldi nella parola. Perché la parola detta è la parola data. Ed è la parola promessa, viva. Se dico di fare qualcosa, e sono saldo, anche la mia parola deve esserlo e lo è, non lo sarà. Lo è già nel momento in cui la pronuncio. Dire di fare e non fare. Dire e rinnegare la propria parola. Non dire e promettere di dire. Sono tutti casi in cui manca, quel saldo. E se manca, se ne percepisce la gravità. Perché anche tutto ciò che viene costruito a partire da quelle parole mancherà del saldo. Del Saldo necessario acciocché ogni cosa detta sia saldo mattone di una salda struttura, di una salda costruzione, di un saldo progetto e di una salda realtà.

Ma se manca il saldo. Su cosa si costruisce? Al ché anche solido. Cioè riprendendo saldo. E quindi anche compatto. E forte. Interamente. Compiutamente. Tutto. Di qualità durevole. Come le fondamenta. Che siano di un discorso o di un fare o di un rapporto poco importa, comunque fondamenta. E rimanda, salde fondamenta. Perché le fondamenta sono intrinsecamente solide, salde. Altrimenti tutti crolla

Ancora, saldo, però mi riporta al sadare. Pensatevi! Chi non ha mai saldato o visto saldare qualcosa? Due pezzi di un materiale ferroso. Saldare un legame. Saldare un rapporto. Saldare un'alleanza. Saldare un'amicizia. Saldare l'amore. E questa immagine forse mi piace più delle altre. Perché quando due pezzi si saldano, si vede la saldatura e diventa unione. E di due pezzi, ne abbiamo uno. Che è saldato appunto. E non è facile o mica semplice separare quel che è saldato.

Perché insisto tanto? Perché la faccio così lunga? Perché vi faccio “calare il sonno”?

Cosa mi viene in mente? Un mio personalissimo motto: Melior. Celerior. Fortior. Migliore, più veloce e più forte. Non in termini banali. Ma in quella che Aristotele, nell'Etica Nicomachea, considerava l'unico modo di raggiungere l'eccellenza: fare dell'eccellenza non una meta ma un modo. A questo punto, mi chiedo: c'è un più saldo? Forse no. Ma almeno due delle tre qualità del mio motto si possono ben ritrovare nel saldo: melior e fortior.

Compagni vagabolanti, saldiamoci. E salviamoci, saldi.



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