sabato 21 settembre 2013

L'arte, non metterla da parte.

L'Arte non è verità. L'arte è una menzogna che ci fa raggiungere la verità, perlomeno la verità che ci è dato di comprendere.

                                                                                           Pablo Picasso



Occorre una premessa banale quanto, dal mio punto di vista, necessaria. Io non studio, non ho mai condotto studi particolari, se non quelli liceali ed una smodata passione consumata nel tempo che ho a disposizione quando non faccio altro, sull'Arte. Premessa necessaria perché mi allontanerò molto da quello che è per dirigermi, come quasi sempre faccio, verso quello che percepisco essere. Considerazioni personali, quindi.

Durante una delle tante discussioni tra amici, compagni di vita, viaggiatori, naviganti solitari o comunissimi camminatori che hanno avuto voglia di riposarsi un po' nella panchina in cui ero, per un attimo, seduto io, mi è capitato di essere incuriosito da una frase che sulle prime non mi ha dato da riflettere.

La risposta fu in seguito all'associazione di una citazione sul caos (
Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante. Io vi dico: voi avete ancora del caos dentro di voi. F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra) e un dipinto: "non avevo mai guardato a Pollock in questo senso".

Onestamente non avevo dato particolare peso ad una frase così semplice ma che al contempo si mostrava carica di significato. Semplicemente, avevo visto ma non guardato.



Occhi diversi. Cuore diverso. Mente diversa. Noi. Noi siamo diversi, sempre. Ricordo ancora la prima volta in cui, recandomi al MoMA, per quanto fossi in compagnia, anche molto piacevole, camminavo da solo e immaginavo di parlare ora con Cezanne ora con Monet. Ricordo ancora che la prima volta in cui vidi un Picasso, le Demoiselle d'Avignon, mi sentii soffocare. Altro che sindrome di Stendhal. Ricordo anche la prima volta di tante altre pinacoteche. Ricordo anche la prima volta di tanti altri luoghi, non necessariamente chiusi, in cui, a volte, ho visto nascere l'arte. Artisti di strada. Giocolieri del colore. Equilibristi delle forme.

Come scrissi alla ragazza con cui ne parlavamo "penso sia una questione di risonanza ( e torna, si lo so...ho già usato questa storia della risonanza nell'ultimo post...ma che volete farci, così l'ho pensata ). Come esiste tra le persone fisiche, così anche tra le persone virtuali. Un quadro, secondo me, è un mezzo ( o una persona virtuale? )...e la persona che lo ha realizzato consegna un messaggio. Sta alla risonanza della persona, poi, coglierlo".


Persone virtuali. Van Gogh. La sua notte stellata. Tu. Essere lì. Trovarti in quel piccolo paesino della provenza, tra stelle e un malato insofferente. Un malato di vita. Un malato che non è stato capito. Tu sei lì. Insieme a lui. Non parlate, osservate le stelle e le stelle osservano voi. Entrambi silenti nell'abbraccio della notte che ben lungi dall'essere oscura, rivela a chi sa attendere e confidare, un meraviglioso spettacolo. Si, decisamente preferisco la notte al giorno. Quella notte. Quelle stelle.

Ricordo di girovagare come un bambino nei giorni di festa.Mondrian e il suo ordine. Kandiskji e la sua percezione della realtà. Ognuno di loro ha prodotto opere uniche non perché l'opera descriveva tronfia la realtà o si faceva carico di presentarla tale, quanto perché l'artista impregnava il mondo della percezione, della lente della sua anima, deformandolo a sua volta.

Non è un caso se lo stesso van Gogh, in uno dei suoi dipinti più noti, il ritratto della sua stanza, disse poi, "sono sempre io ma io divenuto pazzo" ( e sia chiaro che pazzo non vuole intendere meramente affetto da psicopatologie ). Avete idea di cosa significa vedere con gli occhi di van Gogh, imprimere un tratto distintivo della propria vita e non essere compreso? Questo è il difetto del genio, spesso. Spingersi e andare così tanto al di là di ogni possibile al di là da perdere ogni riferimento contestuale e librarsi liberi nel cielo. Libertà che ha un grandissimo peso, a volte: il peso della solitudine e dell'emarginazione.



Rothko. Si. Lui. Ricordo di essermi fermato dinnanzi Orange and Red on Red e di essere rimasto atterrito. Non ricordavo una potenza simile dai libri di storia dell'arte. Così come pure Pollock. L'ho amato. L'ho desiderato. Sono entrato nelle sue opere e non ne sono più uscito.


Ecco, questo penso. Non si tratta di mero gusto estetico o di una questione di preparazione tecnica. Il senso del bello, liti su liti prodotte ci han consegnato i pareri più difformi, non è unico. Il Bello è qualcosa di impalpabile e indescrivibile e di fortemente personale. Per cui ognuno di noi, ha un Bello in sé e un Bello per sé. Non si parla di tecnica. Intendo proprio il percepire quel che riteniamo essere bello, il che corrisponde non solo alla nostra personalissima idea di bello ma a quanto la stessa abbia modificato la percezione e da essa stessa, in un circolo, si faccia modificare. 

Risonanza. Non a caso ho usato questa parola. Ne avevo già parlato riferendomi ad un mio caro amico. Una persona fisica. Un vivente. Con un quadro si può entrare in risonanza? Secondo me si. Ogni volta che mi avvicino ad una qualsivoglia opera d'arte, mi apro e provo a farmi coinvolgere. Difficile e pericolosa come operazione...perché essere simpatici e simpatetici a volte può giocarti contro. Somatizzare, qualcuno lo chiama.

Risonanza. Si. Perché l'opera d'arte, come già detto, per me è l'impronta della particolare visione delle cose dell'artista. Così le stelle di van Gogh non sono solo astri che illuminano una notte metafora di una vita ma è egli stesso. Arde. Brilla. Le forme di Boccioni non sono studio sullo spazio ma è egli che muta e si deforma e tal facendo costruisce lo spazio e il tempo si piega assecondando ogni suo capriccio. Turner, vaporoso ed immenso, diventa esso stesso una sottile aurea che fluttua tra vapori, albe e acque sommessamente domate. Seurat non è sulla Grande-Jatte, è in ogni punto di colore. Lui è il punto. Pollock taglia il suo corpo in tanti filamenti e si lascia cadere seguendo l'ordine del caos, divino creatore.


Loro, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non sono morti. Sono lì. Nei dipinti. Respirano nel marmo. Vedono con le pennellate. Parlano attraverso di loro. Gridano. Stracciano. Ridono. Imprecano. Vivono. Questo sento. Questo avverto. Dialoghi silenziosi in cui ogni volta ci si presenta nuovamente, perché, come avevo già detto all'inizio, siamo diversi noi in ogni momento. Loro, i maestri che hanno dipinto, sono sempre lì. Siamo noi a cambiare, a partire da noi cambia il dialogo. Loro, sono lì. Sono sempre stati, dal momento in cui hanno poggiato il pennello sulla tela, dal momento in cui hanno versato colore, dal momento in cui hanno modellato la pietra...loro, sono sempre lì, quello che cambia è l'osservatore e al suo mutare, cambia cosa dirsi.

Non a caso, quando mi avvicino ad un'opera, quale che sia, prima, la saluto e mi presento. Non mi pare il caso di pretendere senza nemmeno esserci conosciuti.

Parole in musica...

Durante una cena, una come le tante, una di quelle che sai sono cominciate ancor prima di trovarsi tutti assieme nella stessa stanza a condividere quell'aria un po' chiusa, necessaria per non far fluire via i pensieri e tenerli vicini, una di quelle cene lì...insomma, ecco...durante una di quelle cene, un caro amico mi ammonì per l'ennesima volta che ancora non avevamo dato a noi stessi il tempo di sederci, solo io e lui, una chitarra, forse qualche penna, due buone sedie che reggessero il peso di una notte da costruire e una bottiglia di vino.

No. La bottiglia di vino non è necessaria. Non dobbiamo o vogliamo ricalcare alcun stereotipo melanconico decadente. Liquori. Scotch. Rum. No. Siamo già noi melanconici e decadenti, figurarsi ricalcare qualcuno che ben prima di noi lo è stato. Non riusciamo nemmeno a ricalcare noi stessi.

Il vino. Buon rosso. Si. Il vino rosso è una passione comune. Passioni: proprio di passioni abbiamo bisogno.

Torniamo alla cena. Una delle tante cene. Quelle cene in cui non capisci bene come e quando accade ma all'improvviso ti ritrovi in una balera e tra voci e schiamazzi, tra confronti animati sul fine ultimo dell'uomo o ciarle amorose di sagome da teatro, guardandoti attorno, hai l'impressione di rivivere la Parigi del primo novecento.

Già, novecento. Novecento come sono novecento i sogni. Novecento come sono i nomi delle persone cui hai stretto la mano, salvo poi qualche secondo più tardi dimenticarti il loro nome. Gran fastidio. Novecento, come sono novecento le parole che vorresti usare quando parli con lei...quella creatura che d'un tratto rapisce ogni tuo interesse, quel ceffone inaspettato che ti desta violentemente da un torpore in cui non pensavi di essere caduto...si, insomma, quella visione, perché sulle prime credi sia una visione: una ragazza che d'un tratto diventa la ragazza. E poi, altro che visione.

O forse no, non sono novecento. In realtà nemmeno una. Di parole, intendo.

Silenzio. Perché le parole, sono pensiero. Non pensi. Ti piace così, senza pensare. Oh...che sbadato: ho debordato derivando verso la mia anima più romantica. La ricaccio immediatamente indietro. Si parlava di cene, qui...mica di quisquilie!

Già. Una di quelle cene. Quelle cene dove la luce di una lampada non ti osserva immobile da un santuario fluttuante. Non rimane sola, no. Ha un posto al tavolo e assieme a lei si discute, immaginando. Vibrando. Perché se durante una cena non si vibra, non c'è cena. Non c'è movimento. Tutto è fermo. Quelle cene in cui forse non si parla granché con chi vorresti parlare ma scrutandovi, lanciate intese silenti che risuonano al vostro interno. Perché a volte, le parole, lo sappiamo bene, confondono e distolgono dall'essenza delle cose.

Uno sguardo tra amici. Risonanza la chiamerei. Uno suona, l'altro suona. Frequenze. Onde. Risonanza. E così, senza parlare, quella sera, con questo amico, comprendemmo. Comprendemmo che ci saremmo trovati più di una volta in risonanza. Comprendemmo che avremmo scritto almeno una canzone assieme.

Quella cena, finì lì. Successe altro. Di certo, successe altro. Forse una bottiglia rotta. Forse chiacchiere di fantomatici politicanti. Si, successe altro. Succede sempre altro. Per me, però, quella cena, finì lì.

Qualche tempo dopo, ci trovammo a godere della fresca aria serale in un balcone di un amico. Una domanda violò il silenzio: Giovanni, ti ricordi quella canzone che avremmo dovuto scrivere?

Mi guardò con un sorriso. Un sorriso complice. Aggiunsi, poi: vorrei farti una domanda. Ti è capitato di voler rubare un bacio ma di non averlo fatto?

Mi guardò sorridendo. Rispose con una smorfia. Rispose con un sorriso. Rispose con gli occhi. Rispose con tutto quanto avesse a disposizione. Rispose, pur quanto non disse nulla. Non gli chiesi quante ragazze avrebbe voluto baciare. Non parlavo di baci. Parlavo di Bacio. Un bacio. Quel bacio a quella ragazza, non un altro, non un'altra.

M'intese. Quella sera, non ne parlammo più.

Passò ancora del tempo e mi ritrovai ancora a stuzzicarlo. Mi diverte punzecchiare.

Gli rivelai che oltre al bacio non rubato, avevo pensato al "a domani". Già. Nulla di complesso. Pensavo al "a domani" e consideravo che non c'è frase più bella e semplice che due persone possano dirsi. La certezza, l'augurio e la promessa che domani saremo di nuovo assieme.

Mi confessa di aver avuto una mezza ispirazione. "dobbiamo vederci e comprare del buon vino! Ti voglio bene amico mio!" esordisce con la solita ilarità. Il buon vino, ritorna.

Passò del tempo e tornammo a parlarne. Gli descrissi quanto mi accadde quest'estate. Le estati. Che roba curiosa.

"Mi piacciono le ragazze con gli stivaletti. Quelle semplici che sanno vestirsi. Quelle che le vedi e pensi...no, non pensi...perché ti piacciono così, senza un pensiero." ricordo che uscì spontaneamente.

a quel punto, divenni un fiume in piena "sai cosa? Quest'estate son stato contento. Non per chissà cosa. Ero contento di andarmi a sedere sempre nello stesso posto.
Non perché vi fosse qualcosa di particolare. Si, forse si vedeva bene da lì. Era abbastanza centrale. Non ho mai cambiato. L'ho persino aggiustato. Lo schienale non funzionava e l'ho riparato.
Mi piaceva quel posto. Mi piaceva perché accanto a quel posto, anche un altro posto era sempre occupato dalla stessa persona. E anche lei non lo ha mai cambiato.", rileggendola ora a freddo, mi ricorda tanto - vi chiedo già scusa se parrò mieloso - la volpe che spiegava al piccolo principe cosa volesse dire essere addomesticati e, con una leggerezza cui solo i personaggi di storie favolistiche sono dotati, diceva: se tu verrai alle 4 io alle 3 sarò felice.

Ricordo poi di essermi lanciato in assurde divagazioni, come mio solito, direi quasi. Persino queste sono divagazioni.

Ho farfugliato scomposte dichiarazioni d'insolenza, "comincio a pensare che non esiste l'amore.
L'unica cosa che esiste è tu, lei e tutto quel che siete...prima, durante, in mezzo, dentro, fuori.
Forse usiamo dire amore perché preferiamo qualcosa di impalpabile...dire "questo siamo noi" potrebbe scatenare timore
Però, si. Se dovessi dire cos'è amore, direi che è "questo siamo noi"."






Bene. Ho divagato abbastanza. Concludo.


Giovanni, rispose. Vorrei lasciarvi con questa breve folgorazione. La sua risposta mi fece sorridere e m'illuminò: "Ti sei accorto che abbiamo già iniziato a scriverla, questa canzone?! Dicevamo di quel posto a sedere?"