lunedì 8 luglio 2013

La melma.

...ogni tanto, vedo lustri. In realtà, non più ogni tanto. Più tanto di ogni tanto.

Vedo coccarde imbellettate. Fiocchi e nastri. Stemmi e gagliardetti. Tronfie dichiarazioni che attendono su un palco una platea vuota. E sento scrosci di mani ma non vedo nessuno ad applaudire. Vedo tante cose che hanno la puzza di avariato e quella puzza, ad oggi, la sento fin troppo spesso.

Anche il colore, non è vivo. Sembra. E mi sento sporco. Molto. Più di quanto non mi renda conto di esserlo.

Sento la melma sulla mia pelle e dentro. Mi attraversa. Grida, risa, schiamazzi...parole confuse e lontane. Quelle non le riconosco più. E mi vedo tenere per mano la melma e riderle. E mi vedo indossarla in una giornata d'inverno. E mi vedo salutarla ogni giorno come fosse normale sia lì. E mi vedo spendere serate assieme, prive di vita, della stessa sostanza della melma.

E la melma, se non sei abbastanza bravo da rendertene conto subito, ti si appiccica addosso. E negli anni si stringe a te e si accumula. E negli anni, se non fai nulla per levartela di dosso, la melma, diventa la tua pelle, gli occhi, le mani...e non respiri aria ma melma. E non fai che melma. Perché non ti ricordi cosa facevi prima di essere melma.

E rischi di risvegliarti un giorno e non riconoscerti. Non vederti. Non sentirti. Non saperti te. Rischi di svegliarti un giorno e vederti melma a tua volta. Rischi di smarrire quel qualcosa che sapevi essere tu, che sapevi pulsare della tua forza vitale. Melma. E mi sento sporco. Ad ogni parola. Ad ogni gesto. Un lento respirare che si trascina e non un nitrito rampante.

E la melma ti arriva agli occhi. E se sei anche bravo, riesci a tenerla fuori. Lei però è subdola. Lei, la melma. Ti siede accanto, aspettando. Sa che prima o poi cadrai. Sai che prima o poi una fessura la farà entrare. Presto o tardi in tutti si forma una fessura, uno spiraglio, una pericolosissima breccia. E la melma è lì. E se sei bravo, riesci anche a tenerla fuori ed essere più veloce. La fessura si forma ma la chiudi per tempo. E se bravo non sei, la fessura rimane aperta. E la melma, lenta ma inesorabile entra. Perché lei, essendo non vita, ha tutto il tempo dalla sua. Siamo noi a pagare le nostre colpe con il tempo, essenziale misura del vissuto.

E un giorno, vedi quanto la melma ti pesi. E ne sentirai il peso non appena capirai di esserne stato sommerso. E non vedrai il tuo volto. E non sentirai il tuo profumo. E tutto quello che un tempo eri tu adesso è un eco che ti costringe a girarti da una parte all'altra per tentare di capirne l'origine. E non ha più senso. Perché tutto quello che eri, adesso non sei più.

E c'è una sola cosa che puoi fare, non appena comprendi che la melma ha già avuto la meglio nella tua vita: alzarti in piedi, tirarti su le maniche, prendere uno spazzolone e cominciare, poco alla volta, a rimuovere tutta quella melma.

sabato 6 luglio 2013

Il Giovane

[anteprima da Utopia, blog di prossima realizzazione condiviso con amici]

Viviamo in un mondo dinamico.

È una normalissima constatazione, nessuna pretesa. Ogni nostra azione soggiace ad un vicendevole scambio di stimoli, idee, ispirazioni. Non occorre riflettere con particolare analisi, risulta più che evidente. Non si può comprendere a pieno, però, la squisitezza del pensiero proposto se non si riconduce l’intero discorso a studi che apparentemente non hanno alcun legame tra loro. Fisica. Si, perché “dinamico” è un termine in prestito, bonariamente in prestito. La dinamica, definizione alla mano, è un ramo che studia il moto dei corpi e le relative cause, partendo tuttavia da una premessa: le forze non sono la causa del moto ma producono una variazione dello stato di moto, ovvero quella che chiamiamo accelerazione.

Probabilmente a questo punto, ammesso che non mi si sarà già accusato di “incomprensibilità”, ci si porrà la domanda “dove vuole arrivare?”. Beh, provate a traslare il discorso qui sopra nell’ambito del ragionamento e della condivisione di idee. La comunicazione tra gli individui, lo scambio di idee, il reciproco e mutuo accrescimento della visione dello stato delle cose non sono la causa del moto di ognuno di noi ma producono una variazione dello stato di moto, ovvero quella che chiamiamo riflessione, che altro non è se non un’accelerazione del nostro pensiero?

Ecco. Ascoltando un intervento di una cara amica, mi è capitato di sentirle dire una frase che ha accelerato il mio pensiero. Che dico accelerato. Lanciato proprio.

perché anche nella stessa etimologia, giovane, vuol dire che difende

Che difende. Colui o colei che giova, che aiuta, colui o colei che difende. Quei che combatte. Colui che favorisce. Colui o colei che, e questa ha un significato molto più eroico, eccelle…colui che è forte.

Cominciamo con qualcosa di semplice, però. Un esercizio che mi ha accompagnato sin da quando ho cominciato a muovere timidamente i primi passi nella prateria delle parole è porre sempre un perché: domandarmi. Bene, domandiamoci. Che difende chi? Che difende da chi? Che difende cosa? Sono le prime tre domande che mi vengono in mente. Continuerò più in avanti con altre domande per poi lasciarvi con quella che da subito mi ha posto in dubbio.

La questione sembra banale e sembrerebbe anche banale la trattazione, certo. Opinabile. Eppure, ragionare sulla gioventù non è un esercizio così semplice. Perché? Perché gioventù spesso viene confusa con novità, viene confusa con somma presunzione con la giovane età, viene storpiata nell’immaturità, viene stuprata dal giudizio della saccenza stantia e marchiata senza alcuna giustizia acerba. Ancor peggio, poi, la gioventù viene usata. E diventa gioventù bruciata. E diventa gioventù ribelle. E diventa gioventù violenta. E diventa una merce ghiotta e di sicuro appiglio di giornalisti, letterati, di scrittori che d’ogni tempo e luogo hanno definito la gioventù come essere incompleti, come l’essere sciocchi, come la voluttà amorosa sensibile e quindi profittabile.

Chi difende e perché dovrebbe farlo? Che cosa difende e cosa lo spinge a difendere? E come difende? Cosa fa un giovane che chiunque altro non potrebbe fare? E cos’ha di tanto diverso un o una giovane da uno o una che si è scordata di essere giovane? Whitman, in Foglie d’Erba, realizza un manifesto della gioventù. La gioventù è affamata, cresce rapida...e lo dice perché esso stesso si riconosce tutto e nulla, maschio e femmina, mortale ed immortale, qui e lì, invitto: giovane. È ingorda di Vita. Nel petto dei giovani batte la sfida del domani e i giovani rispondono sempre a chiara voce. I giovani sono dei riccioli di erba fresca che spunta dalla terra. Noi, giovani, difendiamo. Difendiamo noi stessi. Difendiamo chi ci sta attorno. Difendiamo chi è stato prima di noi e chi sarà dopo di noi. Difendiamo. Che difende da chi, sarebbe la prossima domanda. Vorrei però prima rispondere a perché e come difendiamo. Perché e come. Non esiste un perché, è una chiamata. Non è nemmeno una scelta. È gettarsi. Non è decidere di fare, è fare. Nessuno decide di amare, si ama. Con una passione travolgente e con ineluttabile causalità. Nessuno decide di vivere, si vive. Alla stessa tregua, nessuno decide di essere giovane, si è giovani. È percepire i battiti del proprio cuore indicarti un cammino;  ardere, farsi dominare da una fiamma imperitura ed eccezionalmente luminosa. Giacché si vede subito il giovane, si riconosce subito. Sia che abbia 16 anni, sia che ne abbia 60 di più. Come? Con il suo personale contributo, con il suo carattere, con la personalità…usando cioè quella combinazione di variabili che rendono ogni essere umano un’improbabilità statistica vivente e che quindi è sinonimo di unicità.

Che difende da chi? Questa è più complessa come domanda. In primo luogo dal giovane stesso. Perché ogni giovane, in differente misura, è profondamente idealista. Ed è un bene che sia così. È necessario che sia così. Il giovane non è ancora stato del tutto insozzato dalle menzogne di chi non ricorda di essere giovane, di chi cerca disperatamente e goffamente di darsi una sembianza di giovane, di chi prova ostinatamente a comprarsi una qualità che ha a che vedere con l’intima essenza svelata alla nascita di ognuno di noi. Il giovane crede. Il giovane sogna. Il giovane spera. Senza ondate di giovani, di menti fresche, di braccia che non si sottraggono a qualsivoglia lavoro, di cuori che battono e di forti volontà che si ergono come bastioni in un deserto di angosce e di cinismi sterili, dove saremmo? Dove saremmo senza l’impegno e il sacrificio di giovani uomini e donne che hanno imbracciato le sorti di una causa e sono diventati, con il loro carattere, con la loro personalità, aggiungendo quel qualcosa che ognuno di noi ha e accresce ogni giorno, eminenti scienziati, validissimi medici, illustrissimi poeti, lungimiranti uomini e donne di una società dinamica e in continua espansione?

Non v’è bisogno di sforzarsi tanto. Ogni giorno vediamo lugubri e grotteschi esempi di chi prova a dare un valore monetario alla gioventù. Chi prova, scioccamente, a ricercare la bellezza di un o di una giovane, ricorrendo ad un qualcosa che mira all’estetica e non all’essenziale. Stoltezza. Vediamo gente d’ogni dove pronta a comprare come merce al mercato, l’ultimo elisir che prometta loro di raccontarsi ancora una volta una grande bugia. Vediamo ragazzi e ragazze che non sono più giovani, che seguendo altri hanno perso la loro strada. Che non vedendo la gioventù dentro di loro, la cercano in simboli, la domandano a fantomatiche maschere che ogni giorno salgono su un palcoscenico per farsi plaudire. Vediamo ragazzi e ragazze che emulano chi non ricorda di essere giovane e, paradossalmente, gli uni sono legati agli altri. I primi perché vorrebbero essere considerati usati, vissuti, già non giovani, procedono a tentoni facendo propri comportamenti che li rendono uguali, una massa informe ed indistinguibile di non persone, di non giovani, mentre i secondi perché vorrebbero capire come poter rubare ai loro schiavi la linfa che tanto manca a loro.

Cosa si riconduce a ciò che è giovane? Un amore giovane. Una passione giovane. Una mente giovane. Una notte giovane. Un ideale giovane. E quindi un amore coraggioso, che getta il proprio cuore al di là del possibile. Che non si ferma a considerare quello che è fattibile ma procede oltre. Una passione giovane, e quindi una passione instancabile, determinata, avara. Una passione che non conosce tempo e spazio se non i propri. Una passione che divora ogni cosa vi sia accanto. Che brucia ogni cosa che vi sia vicino. Una mente giovane, una mente fresca, che non si lascia ingannare, capace di leggere dove gli altri, quelli che han dimenticato di essere giovani o si son fatti convincere di non esserlo più, non vedono nemmeno il foglio. E ancora, una notte giovane. Una notte impavida. Una notte morbida. Una notte tenera. Perché c’è anche molta tenerezza nella forza di ogni giovane. Una notte in cui poter dormire e sognare o una notte in cui, con la luce ancora accesa, si cerca disperatamente di finire il libro dicendosi “va beh, arrivo al paragrafo e poi smetto”…che tanto lo sappiamo bene, noi giovani, che dopo quel paragrafo non ci possiamo fermare, perché c’è il successivo.

Ancor più forte, un ideale giovane. Un ideale che non ha padroni. Che nasce libero e genuino come un giovane. Che ancora non è e quindi che, proprio come un giovane, ha tutte le possibilità del divenire. Un ideale che batte nel petto di un giovane. Un ideale che ancora non ha alzato un muro dividendosi da tutto il resto. Un ideale che accolga con un sorriso e un caldo abbraccio, esattamente come farebbe un qualsiasi giovane. Un ideale che risveglia i cuori in un fremito vigoroso e improvviso, come un bacio rubato di quelli cui solo un giovane può osare tanto. Un ideale che vive nella meraviglia dell’adesso, perché come un giovane sa, tutto quello che conta è esserci, ora.

Imbrunire.

Imbrunire. Avviene ogni giorno. Non è un processo che si ripete sempre allo stesso modo, come quasi nulla. Non è neppure un processo unico: non avviene in un solo lungo istante ma in una susseguirsi di istanti. Istanti in cui pensieri, emozioni, silenzi ci attraversano e sono, a loro volta, da noi attraversati. Veniamo permeati e perturbati dalla natura che produce qualcosa in noi che a sua volta modifica la percezione che abbiamo della stessa e in un circolo virtuoso, è un costate mutare.

Ecco: imbrunire. Mentre scrivo è già un imbrunire differente. Come differente lo sono io. Prima soffiava un vento leggero, il cielo terso si distendeva permettendomi di vedere gli ultimi raggi di sole che rendevano leonina la cresta di una nuvola lontana. Penso. E il mio pensiero è mutevole e varia all'imbrunire.

L'uomo è fatto per vivere libero. Posto da chiedersi cosa libero voglia significare. Libero, intendo. Abbiamo inventato una parola - libertà - per riconoscere qualcosa che non sappiamo teorizzare. Non contenti, abbiamo aggiunto anche un concetto filosofico ontologico che ha impegnato pensatori, filosofi ed intellettuali - essere liberi - per riconoscere un qualcosa che non siamo.

Imbrunire. Ancora una volta, istante diverso, pensiero diverso. L'uomo moderno non è più felice perché è schiavo di sé stesso. È schiavo di tutto quello che pur  non essendo onticamente proprio del sé, finisce per modificarlo e sostituire le leggi naturali con cui ognuno di noi nasce.

Lentamente, imbrunire. Altro momento, altro pensiero. Date all'uomo la possibilità di vedere l'immenso e vorrà egli stesso respirare, pulsare ed essere immenso. Non penso occorra citare D'Annunzio e il suo Meriggio con quel profetico e grave "Non ho più nome". Non penso sia nemmeno citare Leopardi e la percezione di infinita grandezza in cui l'uomo tenta di immergersi quando conosce la natura, di scomodare questi grandi massimi pensatori e amanti del bello e dell'arte della vita. Whitman, Thoreau...non li voglio nemmeno citare al riguardo.

L'arresto del pensiero sopra espresso sta nella considerazione che in questa realtà per come la conosciamo e la viviamo, per come siamo stati abituati da tradizioni proveniente da un tempo bel precedente al nostro, giornalmente, vale più l'essere con-forme all'altro o agli altri anche se risulteremo in-formi rispetto a noi stessi. Importa più studiare - senza comprendere - , pregare - senza credere - , lavorare - senza impegno e passione - , magari dare alla luce una prole - per condividere le ipocrisie di un mondo così orgogliosamente quanto fittiziamente "colorato" -, invecchiare - senza fare della nostra vita insegnamento per i più giovani ma anzi assicurandoci di accumulare durante la nostra breve esistenza cose...cose che saranno patrimonio ma non eredità - e infine ritornare alla sostanza, uguale. Ritornare alla stessa sostanza da cui siamo stati originati.

Imbrunire. Vedo le tinte celesti cominciare ad accennare tonalità più sfumate. Il rosa e le sue gradazioni, pennellano aurore bucoliche angeliche tra veloci schegge pigolanti che profittano dell'ultimo sole per rincorrersi ancora nell'aria.

Imbrunisce e penso. Ho un libro accanto a me. Consumato. Divorato dal sole. Ingiallito. Le pagine crespe si scostano ricordandomi l'incuria e il poco amore o il molto utilizzo che ho riservato a questo testo, incolpevole. Conosco molto poco. Non so ben dirvi se sia il determinismo o il caso a dettare le nostre vite come direttrici maestre. Vivo, come posso. Vivo, quando posso. Porto le dita sull'arsura dei fogli accalcati. Chiudo gli occhi. Penso ad un caro amico. Penso che vorrei dedicargli delle parole non mie ma di un pensatore che sento più come un amico con cui discutere che un sommo filosofo da cui attingere idee. Le dita scorrono. D'un tratto, fermano la corsa frenetica e scrostano i margini rivelandomi uno dei passaggi migliori che avrei potuto, indipendentemente dal caso, scegliere.

"Dobbiamo imparare a risvegliarci e a restare svegli, non con ausili meccanici ma con un'infinita attesa dell'alba che non ci abbandoni neppure nel sonno più profondo. Non conosco fatto più incoraggiante dell'indiscutibile capacità da parte dell'uomo di elevare la propria vita con uno sforzo consapevole. È già qualcosa essere in grado di dipingere un certo quadro o di scolpire una statua, e dunque di rendere belli alcuni oggetti; ma è ancora più glorioso scolpire e dipinge l'atmosfera e il mezzo attraverso cui osserviamo - cosa che possiamo fare moralmente. Influire sulle proprietà del giorno: questa è la più alta fra le arti. Ognuno ha il compito di rendere la propria vita, in tutti i particolari, degna di essere contemplata nella sua ora più elevata e critica. Se rifiutassimo, o piuttosto consumassimo, le misere informazioni che riusciamo a ottenere, gli oracoli ci informerebbero distintamente su come potremmo farlo.
Andai nei boschi perché desideravo vivere deliberatamente, affrontare solo i fatti essenziali della vita, e vedere se non potessi imparare cosa avesse da insegnare, senza scoprire, giunto alla morte, di non aver vissuto. Non desideravo vivere ciò che non era una vita, per quanto caro mi sia il vivere; né desideravo la rassegnazione a meno che non fosse necessaria. Volevo vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, vivere in modo così risoluto e spartano da sbaragliare tutto quanto non fosse vita [...]"


Penso sia questo il miglior pensiero ch'io possa condividere con questo caro amico.

Imbrunire. Adesso. Sono anche io diverso da quando ho cominciato a vedere e sentire l'imbrunire. Da quando ho cominciato a scrivere per la prima volta, poco più sopra, imbrunire. Si, sono diverso. In questo momento, imbrunire, significa aver incontrato un amico.