sabato 16 febbraio 2013

Il caffè, ovvero uno stile di vita.


Caffè e bevanda al caffè. Grande differenza. Certo, magari certe cose non le consideriamo immediatamente. Forse diventano parte della nostra quotidianità con così rapida abitudine che le consideriamo un abito. Un comportamento usuale al di fuori del quale non sappiamo come funzionare noi stessi.

Riflettevo. Da qualche giorno, ho la possibilità di farmi in casa sia il caffè tradizione per come lo conosciamo che il caffè in stile statunitense. Il bibitone, per dirla meglio.

Metti l'Italia. L'italiano prende il suo tempo per il caffè. Si siede o si accomoda. Tutto si ferma per un caffè. Potrà anche essere un minuto ma in quel minuto c'è solo il caffè. Che sia con l'amico e quindi un momento di piacere condiviso, che sia con la mamma e quindi la chiacchiera sulla ragazza, che sia da solo...e quindi goderne dell'aroma in silenzio. L'italiano ha il tempo del caffè. E poi il gusto. È concentrato. Ristretto. Lungo. Espresso. Marocchino. Macchiato. L'italiano ha il gusto. Il sapore. Il dettaglio. L'italiano gusta il caffè.

Metti gli States. Loro no. Non hanno il caffè. Hanno la bevanda al caffè. Perché? Perché hanno preso il caffè e l'utilità e lo hanno unito al loro stile di vita, dinamico, continuo, non rilassato e veloce. Il caffè, lo tieni nel bicchierone. Diluito. Dura di più ed è meno concentrato. Certamente, arriva allo scopo. Estrarre dal caffè quanto serve. Però non è un caffè, è bevanda al caffè. Certo, è funzionale. Certo, è pratico. Certo, è adatto ad una vita dinamica, da metropoli, da professionista che non si ferma mai.

Io, da poco, a casa, ho sia la possibilità di farmi l'uno che l'altro. Si, uso la bevanda. Chi non lo farebbe? È veloce. Stai studiando? Niente caffè. Ti pari la bevanda. Te la metti vicino. La sorseggi. Cammini per giornate intere. Fresco e attivo. Sei di fretta? Ti stai muovendo per le strade, poi in ufficio, poi ovunque? Bicchierone, bevanda. Sempre con te. Non sei tu a fermarti e darti il tempo perché il tempo non è tuo. Non puoi decidere...quindi fai l'unica cosa che puoi fare: modificare.

Però il caffè è sempre il caffè. Non per una questione semplicemente di gusto. Proprio perché ha bisogno del suo tempo, ti ricorda che, magari non sarai veloce, magari ti dovrai fermare, però se vuoi qualcosa che abbia un gusto devi darle e darti il suo tempo per gustartela ed assaporarne fin la più duratura nota di amaro. Devi darti però anche il tuo di tempo. Perché non è detto che quel qualcosa esista già. Spesso, la devi anche preparare. Devi anche dare il tempo alla cosa di prepararsi. Insomma, per gustare qualcosa occorre che il gusto si formi. Non è una questione così semplice.

La preparazione. Quanta acqua mettere. Quanto caffè in polvere. Che caffè usare. Ritualmente usare una moka. Uno strumento dal meccanismo così semplice, a ricordarci ancora una volta che solo attraverso il semplice, matura il buono. La preparazione che non è solo disporre un pezzo di un utensile, è anche e maggiormente averne cura. Perché il caffè dev'essere pressato. Perché la moka dev'essere ben avvitata...altrimenti non c'è la giusta pressione. E qual'è la giusta pressione? Si sa, con l'esperienza. Avviti. Avviti forte. E capisci. Poi lo ricordi. Aspetti...puoi fare altro. Ecco, ed è meraviglia di tutte le cose. Mentre aspetti, facendo altro, quasi ti dimentichi la moka sul fuoco. Infatti a molti di noi capita di bruciare il manico della moka e, ancor peggio, di bruciare il caffè. Uno dei miei migliori amici avrà bruciato almeno 4 o 5 caffettiere.

E però, se dai il suo tempo, se curi con attenzione, se dedichi un po' del tuo tempo e badi alla caffettiera, ad un certo punto, il tuo silenzio, verrà rotto da un fragoroso scalpitare di una bevanda nerastra dal sapore non sempre particolarmente amaro ma di certo forte e intenso. E vedrai questa cascata fuoriuscire avida. E il profumo ti avvolgerà. Come il profumo di una donna.

E allora via il caffè con gli amici a parlare di tutto e nulla. Il caffè con i colleghi e discutere su questa teoria o su quell'altra. E via il caffè con la ragazza...che lo sappiamo tanto non sarà mai solo un caffè. Quello è il primo passo. E via il caffè con il papà, a discutere sempre di cose da uomini. E via anche il caffè con la mamma, a discutere sempre di cose da uomini. E via il caffè da soli, quello rumoroso nel silenzio del proprio respiro. Quello zuccherato con i propri pensieri o amaro delle preoccupazioni che più ci attanagliano. Il caffè...caspita, il caffè.

Scusate, vado. Sento, dal rumore tipico della moka, che il caffè è salito. Buon caffè a me.

giovedì 14 febbraio 2013

Canto all'amore. Ai tempi del carovita.

Prima di cominciare come al solito con una riflessione, vorrei dedicare a voi tutti dei versi d'amore. Ancor meglio, non proprio dei versi d'amore giacché non ho amore. E non potrò mai "averlo". Non sono nemmeno dei d'amore, giacché non amo. Forse tendo, desidero, penso...ma di certo non amo. Non ancora. Non si può amar da soli. Canto. Ecco, si. Quello posso farlo. Canto all'amore. Per cui, chiedendovi perdono ancora una volta per il dilungarmi mio solito, vi dedico il mio Canto all'amore:

Sarebbe più facile non amarsi.

Più facile, certo. Scorrere l'uno sull'ombra dell'altra.
Incontrarsi per caso e dirsi parole che non abbiano nulla di noi.

Sarebbe più facile non amarti.
Non soffocare nel tuo pensiero avido che,
stanotte,
mi spinge fuori da queste mura,
che vive del silenzio tra un abbraccio e il prossimo.

Sarebbe più facile, molto più facile non amarti affatto.

E non chiedersi chi ti compagna.
Di quale abbraccio ti nutri, quali labbra ti carezzano, quali mani ti sostengono.

Più facile, dico, perché libererei il mio spirto dalla conquista del domani, dagli inganni del qui e dell'adesso che non ci vedono assieme, sotto la stesso albero alla fresca ombra della stessa panchina.

Non amarti sarebbe più facile.

Potrei salutarti e vagabondare nel tuo profumo senza rimanerne drogato.
Potrei mirarti in lontananza e godere della meraviglia di astri millenari piuttosto di farmi incosciente navigatore sulla rotta tracciata dai tuoi occhi.
Potrei seminare germogli di affetto nella terra che solco e non desiderare di cogliere uno, dieci, mille, cento, dieci e mille altri ancora baci tuoi come pesche mature.

Più facile sarebbe non amarti.
Come sarebbe più facile non essere vivo.
Come sarebbe più facile non cercarti e non trovarti in un abbraccio.
Come sarebbe più facile-forte non abbracciarti affatto e sentire il tuo cuore, per un alitare di vita effimero e fuggente, pulsare di vigore e passione vitale così vicino al mio,
quasi a trarne l'uno dall'altro il segreto musicare.

Sarebbe più facile non amarmi.
E forse per te è già così.
Perché amarmi domanda coraggio.
Richiede follia.
Pretende incoscienza.
Canta la resa dell'umana ragione.
Impegna al primo sacrificio per due cuori che s'amano: affrontare, in una piccola bagnarola, flutti de' oceani vasti del tempo, dove bestie e orrori abissali non sono che in cerca di due giovani che osano gettare il proprio cuore al di là del possibile.

Sarebbe più facile non amarci.
E non sapere che in un arrivederci è serbato più che una promessa di un domani.

Amarci sarebbe osare.
Amarci sarebbe folle.
Amarci sarebbe meraviglioso.

Osiamo assieme dunque, l'uno nella mano dell'altra.
Perché già che si ha una voce, preferisco un ruggito che spezzi i quotidiani travagli silenti che un sospiro biascicato nei giorni che ci incatenano.

Facciamo i folli, siamo folli.
Perché non v'è follia più ragionevole che gettarsi nell'Amore.

Meravigliamoci e siamo noi stessi prima meraviglia.
Perché vivere è meravigliare ogni cosa. Ogni alito.
Amare è vivere. Vivere, insieme.

E ancora, sarebbe facile non amarti...
ma
quando mi scivoli sull'anima, danzando coi tuoi piedini,
quando con le tue dita pennelli calorose emozioni,
quando prometti con le tue labbra impavide note d'amore,
quando mi scoti e mi abbatti con un solo tuo sguardo...

...capisco che sarebbe molto più facile, per me, non amarti.

Poi ti avvicini e ti amo.
autore: io.

E con questo, un caro augurio a tutti gli amici fidanzati, in amore, in cerca o tranquilli e single come me ;) e auguri particolari a chi è stato deluso e oggi è sfiduciato.

Un augurio alle tante coppie di amici che conosco. Perché sono di grande ispirazione quotidiana. Auguri che so essere vissuti ogni giorno. Auguri che so essere condivisi ogni giorno. Auguri a loro che, nei momenti più difficili, o nei momenti di serenità e gioia, sono sempre assieme. Comunque vada. Dando una prova a sé stessi e al mondo, che l'amore esiste. Ed esiste per merito loro.

Auguri a chi è in amore, a chi lo vive...a chi, nonostante tutto, ogni giorno, tiene la speranza ben salda. Perché si. L'amore di per sé forse non esiste. Siamo noi che lo facciamo diventare reale. Siamo noi che gli diamo forma, per la precisione due corpi, attraverso cui entrare nel nostro mondo.  Siamo noi che lo facciamo respirare a pieni polmoni. Siamo noi che lo facciamo specchiare nei nostri occhi.

MA, e qui viene il melenso ( più di quando già non lo sia stato...ma che ci volete fare, perdonatemi...son così ;) ) e il difficile: auguri particolarmente a chi è stato deluso e sfiduciato, a chi è stato così solcato in profondità da aver messo una pezza col cinismo più pragmatico e raziocinante :) perché ci vuole un grande coraggio e occorre una grande speranza per vedere del bello dopo quintali di merda. La vita per come la conosciamo, le persone per come le conosciamo, spesso non aiutano in questo, spesso mettono molto del negativo. Opportunisti, voltagabbana, traditori, mentitori, calcolatori, arrampicatori, scimmiottatori, indecisi, impauriti, classisti, superficiali, accusatori, ossessivi, maniaci. Lasciamoli perdere per la loro strada.

Chiunque ha paura dell'amore e ancor più dell'Amare. Chiunque ne sarebbe indeciso al cospetto. Chiunque non saprebbe cosa rispondersi e rispondere. In amore, tuttavia, la domanda e la risposta sono l'uno e l'altra o l'altro rispettivamente. Eppure, correggetemi se sbaglio, quando si ama risulta tutto così semplice perché si asseconda un indirizzo naturale. Si ama. La paura, l'insicurezza, l'indecisione...quelle non derivano dall'amore. Quelle derivano dal ragionamento conseguente. Quelle derivano dal "si, però io studio qui e lui studia lì...come faremo per vederci?", "si, però lui partirà a breve e io invece...", "si però lui studia quella cosa...". Quel "si, però" non colpevole ma socialmente appreso, rovina la spontaneità. I tempi che corrono, da sempre, hanno preteso questa domanda.

Lo amo, ma con lui e di lui potrò anche vivere? Si potrà vivere assieme? Si è molto più cauti. Siamo tutti sognatori...ognuno di noi nel nostro letto, alla notte, abbiamo il sogno di una vita meravigliosa. Poi però dobbiamo scontrarci con una realtà che spesso non aiuta per nulla. E siamo senza un lavoro. E siamo con un progetto di vita rischioso. E viaggiamo. Siamo nell'era della comunicazione ma non ci parliamo più. Siamo nell'era dei viaggi intercontinentali ma non riusciamo a fare l'unico viaggio verso la nostra amata o il nostro amato che ci consenta di rendere piena un'intera vita. Siamo nell'era dei social network e siamo diventati asociali e incapaci di renderci socievoli.

E il silenzio, e le difficoltà quotidiane, e d'ogni patimento che la via già ci regala priva di parsimonia. L'amore è una cura, la cura dell'altro attraverso noi.

E, ditemi, e son sicuro che avrete sicuramente provato qualcosa del genere. La serenità, la quiete che si avverte in un abbraccio. La forza che si nasconde in una gesto così semplice e genuino, spontaneo e così piccolo da passare quasi inosservato come il prendersi per mano. Come il definirsi l'uno accanto all'altro. Come essere l'uno il sostegno, la pagaia dell'altro nel mare impetuoso che affrontiamo nelle nostre plurevoli vite. E la complicità di uno sguardo che sa dove seguire l'altro e come farsi seguire.

Amare!

E la conseguenza dell'amore qual'è? Quella spaventa. Quella blocca ogni nostro spasmo emozionale verso l'altro. L'amo. E dopo cosa accadrà? E se farò questa cosa? E se farà quest'altra? E se poi lui? E se poi lei? Il dopo...MA non si ama dopo, si ama ORA. E ora, cosa c'è se non lei o lui. Il dopo frega, non l'ora. In quanti "ora" abbiamo tradito noi stessi non amando con tutto noi stessi? E in quanti "dopo" ci siamo nascosti non servendoci avidamente e teneramente dei baci che avremmo potuto cogliere? E cos'è della nostra giovinezza eterna se non amiamo? L'origine di ogni cosa è a partire sempre dall'unione di qualcosa. Unione. Nulla nasce se non vi è un'unione.

Penso a me, penso agli errori commessi, penso alla mia vita e ad ogni momento che avrei voluto dilungare. Penso all'amore e ricordo di una notte a Bali, in compagnia di altre genti, e avevo in cuore una lei. Penso ad ogni luogo. Penso a tanti luoghi. E penso di una volta che andai via, e penso di una volta che ritornai. E penso di una volta in cui non non mi mossi, pur scalpitando, proprio. E penso agli abbracci che non sono riuscito a prenderle. E penso a quanto sia morbida e bella, Bella davvero. E penso che forse non ci sarà mai un noi, perché non c'è stato ad oggi...e forse non siamo giusti per essere un noi. Però, in quei pochi attimi, su anni e anni, riesce sempre a farmi capire quello che altri e altre nessuno mai mi fan giungere al cuore: la semplicità e fare ogni cosa col giusto tempo, con calma, gustandole, sono misura dell'amore, di tutte le cose e di qualsiasi "noi".

Tutte domande che appartengono al tempo degli uomini. Al tempo del denaro. Al tempo della ragione. Di certo non al tempo dell'amore. Il tempo dell'amore prevede solo due persone e nulla più. Vivere è amare e amare è vivere.

Insomma, l'ho tirata già per le lunghe...e son diventato, come mio solito, melenso. Tutto quel che mi rimane da dirvi è: buona vita!

venerdì 8 febbraio 2013

Il tempo di salvarci.

Il tempo corre. Il tempo sfugge. Forse a sfuggire è l'idea del tempo che abbiamo. Quello che vorremmo fare con quel poco tempo che abbiamo a disposizione. Molti di noi corrono freneticamente. Lavoro. Studio. Esami. Lezioni. Arrampicarsi non è un malvagio termine. È la condizione in cui veniamo gettati sin da quando veniamo al mondo.

Certo, non ci arrampichiamo all'ultimo respiro. Siamo nati, senza alcun merito, in quella parte del mondo in cui riesci a superare agevolmente e con quasi ogni cura possibile i 5 anni di vita. A dire il vero, stiamo bene. Sarebbe incoerente non ammetterlo. Noi, non rischiamo di terminare la nostra vita in condizioni di povertà assoluta prima di prenderne coscienza. Noi, non moriamo in un pianto provocato dalla fame che divora ci divora dall'interno. No.

Arrampichiamo. Chi arrampichiamo ossessivamente dove? Nella società. Prima la famiglia. Poi gli amici. Poi una compagnia. Poi lo studio. Poi il lavoro. Poi chissà cosa. Tutto quello che facciamo è arrampicarci. Non sappiamo dove. Non sappiamo come. Ancor più grave, non sappiamo perché. E se lo sappiamo, fingiamo di esserlo. Quante volte ci siamo risposti "faccio questa cosa perché mi piace..." ma ti piace, perché? Cosa c'è dietro il piacere?

Come sempre, genero molta confusione. Riprendo dal principio, da un concetto molto semplice. Tutta la nostra vita, si basa sulla fretta. Inseguire qualcosa. Fare qualcos'altro. Impegnarsi forsennatamente in qualcosa. Il che non è un male. Quando è l'ardore della passione a smuovere i corpi. Quando è la vita incarnata e pulsante a spingere verso quella strada. Eppure corriamo. E questo rovina molto di quel che siamo. Si sa, vi sono essenze nella nostra vita che richiedono tempo.

Il tempo di una lettera. L'avevo già scritto. Il tempo di scoprirsi. Il tempo di amarsi. Il tempo di amare. Il tempo di conoscersi. Il tempo di salvarsi. Il tempo di salvare un amico. Il tempo di affrontare il silenzio che dimora dentro ognuno di noi. Quel buoi che ti costringe a cercare riparo. Non importa dove. In un abbraccio. Raccolto, con i tuoi pensieri, contro il muro di una stanza. Rannicchiato. C'è un tempo per tutto. Non si è sempre coraggiosi. Non si è sempre forti. Non si vince sempre. E chi dice di vincere sempre si arrampica, ma si arrampica dove? Cosa vinci? Su chi vinci? Quanto importa vincere? Cosa vuol dire vincere?

Le mie riflessioni partono sempre esperienze vissute. Talvolta sono entusiasmanti, talvolta racchiudono quei fantasmi che nessuno di voi vorrebbe incontrare...ma, nonostante tutto, a volte, ci colgono impreparati tra le coperti di una notte insonne. Solitudine.

La solitudine è un tempo. Non un tempo che scorre e passa, come vorremmo, ma un tempo che non smette di ritornare su sé stesso. La solitudine non ha un peso, finché tu stesso non lo dai. La solitudine che si sceglie di avere, non è solitudine. È introspezione. È ascetismo. È necessità di fare. Quella non è un male. Per nulla, anzi. Quel tipo di solitudine, quella che ci si sceglie, è benevola. Tuttavia, la solitudine è anche una non-scelta. Ci si ritrova soli. Quella solitudine regalata da chi ci sta più accanto. Perché pur essendo vicino ad una persona, si può stare molto lontani. La solitudine è incapacità di comunicare vicendevolmente. Chi è solo, è altrove. Un altrove difficilmente arrivabile se non da chi decide di compiere un viaggio. Di certo, non è la battutina con gli amici al bar a curarti. Di certo, non è la seratina con la ragazza tipo a colmare quel qualcosa che avverti mancante. Ci saziamo già con un idea, con un pensiero, anche la sola considerazione che qualcuno ci voglia bene ci cura dalla solitudine. Eppure non sempre è così.

Perché non è così? Per la stessa motivazione per cui accusiamo i nostri tempi di non essere romantici. Per cui, preferiamo ammettere di esser diventati cinici che delusi. Per la stessa motivazione per cui, con somma presunzione, affermiamo di non credere nell'amore. Perché l'amore è questo. Perché l'amore è quello. Mai nessuno che provi ad amare, tutti invece che si dilettano nel dire cosa questo non sia. Il problema è che nessuno scrive più lettere d'amore o che nessuno più le voglia leggere? Sembra una domanda stupida e banale ma oggigiorno, chi scrive più lettere d'amore e perché dovrebbe farlo? Le lettere d'amore vengono strappate. Sono vecchie. Non servono. Badiamo bene, non servono. Servire. La lettera, quel pezzo di carta scritto con un foglio del nostro quotidiano o con una carte ricercata che dice tanto della cura che abbiamo avuto per scegliere qualcosa in cui imprimere i nostri intimi pensieri, ha esaurito il suo tempo ancor prima d'esser stata scritta.

E se non abbiamo tempo di una lettera, avremo mai il tempo di meravigliarci della visione di una ragazza? Avremo mai il tempo? Lo concederemo a noi stessi? Lo ruberemo, quasi fossimo dei ladri nella notte, ad una vita frenetica che ci spinge, obbliga e insegna ad andare avanti comunque vada? Cosa ne sappiamo noi? E se non abbiamo tempo di una lettera, avremo mai il tempo di baciare? Il tempo di carezzarci? Il tempo di un abbraccio? Il tempo di fare l'amore davvero. Il tempo di scoprire l'intimità dell'altro o dell'altra nei nostri respiri. Il tempo di fare l'Amore. Di adagiare l'uno accanto all'altra stremati non per una notte di sesso ma per una notte di amore. E ancora il tempo di capirsi. Il tempo di percepire qualcosa che non va. Il tempo di leggere angosce, turbamenti, felicità e dolori negli occhi delle persone che ci vivono accanto?

Perché l'amore, il prendersi cura non è una sola questione di coppia. L'amore è ovunque. E noi ne siamo ciechi e siamo ciechi rispetto a tutto il resto. Vediamo ma non guardiamo. Sentiamo ma non ascoltiamo. Poi avvengono disgrazie e drammi ceh sconvolgono intere famiglie e ci chiediamo perché mai. Perché esiste il suicidio? In quale stato di sofferenza dev'essersi trovata una persona per decidere di darsi la morte? Quale grande patimento e turbamento interiore avrà dovuto patire tale persona? E se noi non ce ne fossimo accorti? E cosa avremmo potuto fare se...? Nulla.

Perché? Perché abbiamo perso la capacità di guardare. Perché vediamo ma non guardiamo. E oggi, guardare è un'abilità che solo in pochi hanno. Scrutare una persona. Invadere i suoi pensieri. Con discrezione. Entrare in punta di piedi nelle sue giornate e comprenderne l'ordito. Potrebbe salvare molti di noi. Molti di noi che vengono segregati da una vita dinamica in abiti stretti, in parole violente e false, dense di ipocrisie. Molti di noi che vengono violentati ogni giorno. Gli occhi, rivelano molto più di quanto vorremmo far credere e molto meno di quanto siamo abituati a pensare. Non si tratta di anima. Si tratta di animo. Quanti di noi, hanno l'abitudine di sedersi davanti ad un amico e trovarsi con lui? Trovarsi. Quanti possono dire di conoscere intimamente una persona? La maggior parte di quello che diamo a vedere non è che una parte ben più piccola di un un'unghia. Ne potremmo mai fare una colpa all'amico che non riesce a guardare? Possiamo essere così presuntuosi ed egocentrici? Giammai. Perché come l'amico o il compagno o la compagna non scruta i nostri turbamenti, così, anche noi preferiamo scivolare l'uno accanto all'esistenza dell'altro. Come navigli che s'incontrano nella nebbia. Ci sfioriamo.

E così passa una vita. Tra amicizie che altro non sono che continui sfiorarsi. E poi si attende l'estremo gesto, per dire "non me lo sarei mai aspettato", "non c'era alcun segnale", "una cosa di questa non l'avrei mai immaginata". E invece no. Anche in quel momento, mentiamo a noi stessi. L'avremmo immaginato. Il patimento si riconosce subito.

Il problema rimane sempre quello. Leggersi. E se non abbiamo il tempo di leggere una lettera, una semplice lettera fatta di parole d'inchiostro e di caratteri gettati lì alla buona, su un foglio di carta che potremmo anche riconoscere familiare...come potremmo mai cimentarci nella lettura di un altro essere che pur vivendo accanto a noi non ci è familiare?

Il tempo di salvarci. Si. Perché ognuno di noi corre freneticamente nelle proprie vite e non si accorge di quanti silenzi non ascolta. Non ci si accorge di quante vite potrebbe salvare se solo si fermasse di tanto in tanto ad ascoltare. Non ci si accorge dei naufraghi abbandonati negli angoli delle strade o negli aeroporti o di chi vagabonda tra una stazione e l'altra della propria vita cercando ancora il biglietto. Prendiamo sempre la via più veloce, che non è quasi mai quella migliore. E invece di capire i silenzi di qualcuno lo etichettiamo come cupo, come problematico, timido, introverso, introspettivo, asociale. E invece di capirne la fragilità, non perdiamo tempo a far schioccare la lingua e introdurlo al mondo come debole. Il cristallo è fragile ma nessuno oserebbe dire che sia anche debole.

Preferiamo lasciare che combattere. Preferiamo inventare piuttosto che capire. Preferiamo urlare invece di avvicinarci. Preferiamo tutto quello che ci consente di arrampicarci più velocemente. Più soldi. Più reputazione sociale. Perché io vivo in quanto riconosciuto da altri. Non esisto da me. Senza l'altrui riconoscimento non sono nessuno. E tale considero l'altrui. Se non ti riconosco qualcosa di fittiziamente concordato, non sei nessuno. E così l'ipocrisia del nostro tempo cresce. E più affermiamo con somma contentezza, quasi a prendere le distanze da un appestato, che non crediamo nell'amore, che l'amore è roba per sognatori e bambini, più perdiamo noi stessi e ci abbrutiamo, impoveriamo quel briciolo di umanità che ancora ci rimane. E più ripetiamo a noi stessi che non crediamo nell'amore, più impediamo al nostro essere di vivere e colorarsi dell'altro, e neghiamo la felicità qualunque forma essa abbia.

E intanto le nostre vite scorrono. Vuote di abbracci. Vuote di amore. Piene di parole. Piene di tempo. E cosa ce ne faremo mai alla fine del tempo, di più tempo, se non sapremo come usarlo? Se non avremo a chi donarlo? Perché, forse, il regalo più personale che possiamo donare a qualcuno è il nostro tempo. Il tempo di amare, il tempo di un abbraccio, il tempo di giocare con nostro figlio, il tempo di leggere una lettera, il tempo di salvare qualcuno dal suicidio, il tempo di salvarci da noi stessi.

domenica 3 febbraio 2013

Condannati a morte, scegliendo la vita.

Stamani, durante una normalissima colazione in famiglia, quella tranquilla, da appena alzati...quella di quando sei ancora in pigiama e ti avventuri per le lande di una casa ancora dormiente, guardai mia sorella e pensai a voce alta ( come mio solito):

Già dal momento in cui nasciamo, siamo condannati a morte.

Certo, l'accoglienza non è stata tra le più calde. Ricordo solo una risposta "comunque, buon giorno...eh. Comincia bene questa domenica...l'allegria, cos'è? Eeeeeeevvai!"


Si, evviva. Lo so. Sembra un banalità. Una di quelle banalità da frase fatta che si spaccia come grande verità emersa da chissà quale esperienza new age o da chissà quale lettura di classici della letteratura.

Torno serio, giusto un momento.

Siamo condannati a morte. Spesso nelle nostre vite rimaniamo arginati nelle nostre convinzioni tanto da rimanerne, per lo più schiavi. Non riusciamo a fare questo. Non siamo qualcosa. Abbiamo paura di. E se facciamo questo cosa accadrà? Preoccupazioni varie. Beh. Del resto, la cosa peggiore che può avvenire è non provocarci la morte ma anticipare la nostra condanna a morte.

Probabilmente riesco ancora ad essere banale come, mi auguro, non lo sono mai stato.

Ricomincio dal principio. Siamo condannati a morte. E si sa: ad un condannato a morte, spetta sempre l'ultimo desiderio. Il problema con noi è che non sappiamo quando la nostra condanna verrà scontata. Sappiamo che prima o poi dovremo morire ma non ci è dato sapere quando e come.

Già, si potrebbero scrivere almeno due o tre libri su pochi temi snocciolati qui sopra ma no, non è questa la mia intenzione. Tutto questo discorso, mi è stato generato da una riflessione di una cara amica:

"La gente fredda. Ecco si, se dovessi pensare a una categoria che non sopporto. No, non i politici, non i comici che non fanno ridere, non i ciarlatani..I freddi. Quelle persone che passano sulle altre persone senza lasciar segno. Che non rispondono davvero alle tue domande, che non si entusiasmano con te o per te, che hanno bisogno di tempo per capire, tempo per pensare e che poi comunque rimangono lì a fissarti. Quelle persone che non si buttano mai, che non si tradiscono mai, che non rischiano mai nemmeno a parole. Appunto, loro."

Sembra ancora una volta una grande banalità, me ne rendo conto. Eppure, siate sinceri, quante volte non avete fatto qualcosa, detto qualcosa, agito, pensato, cantato, ballato, fatto quel che vi passava per la testa in quel dato momento solo perché avete ritenuto che non fosse il momento di farlo. O non fosse l'occasione. O che il luogo non fosse quello giusto? O che non foste in compagnia delle persone giuste per fare quella data cosa? Quante volte vi è mancato il coraggio di vivere? Quante volte avete rischiato? Si dice che le occasioni vanno prese al volo...penso che in taluni casi, le occasioni, vengano perse al volo. E questo è gravissimo.

Su questo, vorrei piantare il seme della mia discussione. Se è dato che siamo condannati a morire, chi oserebbe davvero pensare che non sia "il momento giusto"? E se il momento dopo non fossimo più? Se quello fosse stato il nostro ultimo momento, cosa avremmo fatto? Di cosa ci saremmo ricordati dopo? Del fatto che in quell'ultimo unico, fugace ed irripetibile momento, in cui ancora i nostri polmoni si riempivano di vita, in cui il cuore pompava la dinamica irrequietezza nelle nostre vene, nel momento in cui le emozioni dipingevano di rosso le nostre guance...non abbiamo fatto quel che avremmo voluto fare, quel che sentivamo di voler fare per chissà quale ragione? E se quello fosse stato l'ultimo desiderio, che orrendo modo di spenderlo!

Io non so voi ma mi vengono i brividi. Pensare che nell'ultimo momento della mia vita, che potenzialmente potrebbe essere qualsiasi, non ho fatto qualcosa che sentivo e che volevo fare per chissà quale motivazione.

Che pensiero orrendo!

Tutta la nostra vita è unica. Ogni momento è unico. Ogni cosa è unica. Nessuno la vivrà come noi, malgrado quanto si potrebbe pensare, perché ognuno di noi è una combinazione di variabili incalcolabili in un sistema caotico con un suo ordine che non ci è dato sapere. Ogni nostra azione è un evento unico ed irripetibile. Abbiamo la potenzialità che ci scorre tra le dita. Nuotiamo nel fiume. Portiamo a spasso il cane. Guardiamo la nostra amata negli occhi. Diamo un bacio a nostra mamma. Ci scambiamo una pacca con un amico. Abbracciamo nostra sorella. Qualsiasi cosa facciamo, è unica e non ripetibile allo stesso modo di un qualsivoglia momento che è già passato nello stesso momento in cui è stato vissuto.

Caspita. Solo questo, già, dovrebbe rendere ogni momento così intenso da renderlo quasi impossibile da vivere a pieno. Eppure, pensate a tutto questo mentre fate qualcosa? Sicuramente no. E se putacaso lo pensate, distoglietevi immediatamente...vi fissereste su quel che state perdendo e non su quel che potreste vivere, causando una distrazione gravissima che vi farà perdere ancor più vita. Ansia. Che ansia, caspita.

Bene. Riprendiamo fiato. Un momento. Appunto.

Pensate all'ultima volta che avete passato del tempo con un vostro amico. Pensate all'ultima volta in cui avete fatto l'amore alla camporella. Pensate all'odore della vostra amata o del vostro amato sul vostro corpo. Pensate al battito di un cuore e alle sue vibrazioni che riescono a smuovere in uno spasmo frenetico l'intero corpo e persino l'anima, a volte. Pensate a tutto questo. Pensate ai petti dei giovani che d'ogni tempo e luogo hanno creduto in loro stessi lanciandosi verso la conquista e l'esplorazione di un mondo ancora sconosciuto a loro...perché di certo, oggigiorno, con qualche click, possiamo arrivare ovunque ma solo camminando si scopre la meraviglia dell'esistere...che è quella di mettere un passo davanti all'altro per continuare ad andare avanti verso una meta che non sempre conosciamo. E cosa ci spinge se non la vita stessa?

Ecco. La vita. Noi siamo condannati a morire, certo. L'ho ripetuto almeno due o tre volte durante tutto il corso di questa non saprei bene come definirla...di questo inno alla vita. Forse.

Perché inno? Perché il pensare che la nostra morte è segnata mi fa pensare anche al come vogliamo che la nostra vita venga vissuta. Come vogliamo andare verso la morte? Giacché sappiamo che non può succederci nulla se non di peggio che morire...e quello capiterà certamente, cosa ci potrebbe fermare? Cosa ci può impedire dall'essere quello che vogliamo essere?

Giacché abbiamo una mente, diamole in pasto buon cibo. Alimentiamola. Rendiamola operativa al meglio delle sue possibilità, qualunque esse siano. Formuliamo idee. Realizziamo calcoli. Pensiamo il mondo che sarà a partire da quello che è. Abbiamo un progetto in mente? Diamoci anima e corpo! Vorremmo scrivere una poesia? Scriviamola! Sarà magnifica! Vogliamo dire qualcosa a qualcuno? Facciamolo, sarà una grandissima orazione! Leggiamo. Apprendiamo con grande spirito di curiosità. Lo spirito di chi, nella vita, ha sempre raggiunto la genialità semplice e genuina. Einstein diceva di sé di essere solo un uomo curioso. Un uomo curioso è un uomo che non smette di usare mai la mente, di chiedersi ostinatamente "perché?", anche quando vi siano domande scomode e particolarmente difficili e complesse. O meglio, risposte scomode, particolarmente difficili e complesse. La domanda, non lo è mai. Perché? Perché domandarsi allontana l'orizzonte e se è vero che l'utopia è come l'orizzonte - fai due passi e si allontana di due, ne fai dieci e si allontana di dieci, cit. E. Galeano - e senza poterla raggiungere serve solo per ricordarti di camminare, allora, il "Perché?" a cose serve? Magari, non aiuta immediatamente ma ogni perché è un passo verso l'orizzonte...più perché fanno un grandissimo orizzonte. Di quelli che si possono vedere a Bali. Di quelli che si possono vedere in qualsiasi posto del mondo. Oppure riposiamoci, che importa. Diamine! Purché vogliamo riposarci. Non riposiamoci per noia o perché non vi sia nulla da fare...perché un condannato a morte non aspetta la morte. Vorrebbe riempire ogni suo minuto di quante più cose possibili.

Giacché abbiamo voce, ognuno decida cosa farne. Personalmente tra un sibilo accennato, biascicato, preferirei un ruggito carico di quella spinta vitale creatrice che emerge al momento della nostra condanna, quando si nasce: il vagito.

Il vagito non è un pianto. È un ruggito. È un urlo di liberazione. SONO VIVO! Ecco, abbiamo dimenticato a ruggire con la stessa intensità, con la stessa caparbietà, con la stessa liberazione di un bambino, che pur ricevendo la sua condanna...ha la forza di lasciarsi andare ad un grido prolungato e gettato nel silenzio del mondo che non lo accoglie di certo e non sta ad aspettarlo. Il mondo, lui, quello...corre. E se ne frega se un altro bambino è appena nato. Tanto vale ruggire, urlare SONO VIVO! ricordare al mondo che siamo ben più che condannati a morte, ricordare che siamo VIVI!

Giacché abbiamo mani e dita veloci, ognuno decida cosa farne. Se tenere penne che scrivano veloci, se imbracciare bacchette con cui mangiare piatti esotici o suonare strumenti dal gran baccano o pizzicare delle corde, reggere un libro, carezzare la pelle, sferruzzare con degli aghi da lana, scaccolarsi il naso, mangiare le patatine fritte con le dita...che tanto a tutti piace, anche ai più salutisti. Insomma, tra le nostre dita, tra le nostre mani...scorre non il futuro ma il divino. La possibilità di incidere tramutando quello che la nostra mente pensa in emozioni, in cose. Trasformare le idee in cose è un qualcosa di creativo, di divino.

Avete mai provato ad ascoltare un violinista? Un musicista, comunque? Un poeta. Un artista. Loro creano. E creano non a partire dal nulla ma a partire da loro stessi. Generano sé stessi nel figlio, loro arte di comunicare al mondo SONO VIVO!

Giacché abbiamo delle gambe, usiamole. Usiamole per camminare lontano o vicino. Per far saltellare un bambino e farlo giocare a cavalluccio. Per far sedere una ragazza e dedicarle una canzone, suonando una chitarra contemporaneamente. Usiamole per accovacciarci per terra e prenderci il nostro tempo magari con un amico a nostro fianco. Gambe. Usiamole per correre giocando a tennis. Usiamole per farci carico di una bambina sulle spalle, per farla giocare a vedere il mondo dall'alto. Usiamole giacché le gambe sono forti e ci consentono di sfidare e sfidarci verso altezze ed arrampicate sempre maggiori.

Giacché abbiamo delle spalle, facciamole sentire utili. Mettiamo in spalla uno zaino e andiamo. All'avventura. Ora. Così. Come siete vestiti. Perché non c'è vestito migliore che potreste utilizzare se non quello che già avete indosso. Non vi serve null'altro. Omni mea, mecum porto. Usiamole per prendere sulle spalle una ragazza, durante il solito ritorno di notte, quando è stanca e le fanno male i piedi...perché lo sappiamo che ci piace sentire il battito del suo cuore sulla nostra schiena. E lo sappiamo che è un qualcosa di più di emozionante sentire il suo profumo. E magari siete appena tornati dal mare...e i suoi capelli bagnati vi solleticano il collo. E allora prendetela ancor più, perché il suo profumo e il vostro calore possano fondersi in un momento di rara magia che solo gli amanti conoscono.

Giacché abbiamo una bocca e delle labbra, diamo loro un senso di esistere. Facciamole agitare in una risata. Facciamole divertire in mille boccacce da fare con gli amici davanti ad una macchina fotografica, cercando di immortalare attimi di ilarità che mai più torneranno. Ce ne saranno di migliori, forse. Chissà. Dipende da noi. Baciamo. Baciamo con tutto noi stessi. Baciamo con le sole labbra, assaporando di ogni ruga sulle labbra dell'altra. Baciamo la pelle della nostra amata, così delicata...e dal sapore invitante. Parliamo. Ma solo quando vi sia qualcosa che abbia un valore maggiore del silenzio. E facciamole bagnare inumidendole con la lingua per provocare qualche bel ragazzotto. E curiamole, perché il freddo spesso le rende così deboli...che solo con tanti altri cento, mille mila altri baci si potrebbero riscaldare. Solletichiamole con una linguaccia! Perché la linguaccia la facciamo e ci piace davvero farla.

Giacché abbiamo un sesso, abusatene. Fate l'amore. Facciamo l'amore. Così. Come ci viene. Così come lo vogliamo. Così come lo desideriamo. In ogni luogo. In ogni momento. Alla camporella. In un letto. In un divano. In un parco giochi. In macchina. Nello stanzino di prova di un grande negozio di moda. Nel letto dei suoi. Nel letto dei tuoi. A mare. Al lago. In montagna. In campagna. In fattoria. Tra il fieno. Nel bosco. Sopra la lavatrice. Nella doccia. In cucina. Ovunque è un buon posto in cui fare l'amore, perché l'amore non ha spazio se non quello che c'è tra due amanti e non ha tempo se non quello che intercorre tra un bacio e l'altro. Facciamolo tutto. Prendiamoci l'uno dell'altro. E affondiamo nei seni ringraziandone per l'abbondanza. E godiamone appieno prendendone a piene mani. Senza vergogna, perché l'amore è meravigliare il proprio amato o amata. E penetriamo la nostra amata una volta e una volta ancora, nella vagina o dell'ano come piace a noi e come piace a lei o a lui, sopra, sotto, a destra, a sinistra, da tutte le parti. Coricati. Distesi. In piedi. In ginocchio. Abbracciati a cucchiaio. Da dietro con impeto. Selvaggio. Delicato. Raffinato. Con candele e fiori. Con la fame amorosa come amanti che non si vedono da anni. E sentendoci. E facciamoci prendere l'uno dall'altra finché non ne saremo ebbri. Avidi. E ancora. Ancora. Ancora e ancora finché avremo respiro. Carezziamoci. L'amore è toccare l'altro già prima che col nostro corpo. Quello è una conseguenza. Non sempre necessaria.

Giacché sappiamo guardare, non vedere ma guardare, desideriamo. Desideriamo quanto di meglio possiamo fare. Animiamoci con quanto di meglio questo nostro viaggio verso la condanna definitiva ci offre. E se non ci offre, cogliamolo da noi. Desiderare ardentemente. Volere. La Volontà. Non esiste forza più potente ed onnicomprensiva della Volontà. Giacché abbiamo una volontà, diamole fuoco. Facciamola divampare. Rendiamola inestinguibile. Diamole in pasto ogni nostro sogno. Trasformiamola in carburante. Facciamo della Volontà, la nostra più cara alleata. Che ci possa svegliare e galvanizzare come un canto maori, come l'haka pokareana. Che ci possa risuonare nelle interiora e smuovere le budella come se sentissimo canti di guerra suonati con cornamuse incantate di vita propria.

E, ditemi, quanti di voi, ricordano momenti in cui hanno pensato davvero SONO VIVO! ? Quanti momenti del genere avete passato? In quanti momenti avete dato a voi stessi prova di essere vivi? 

venerdì 1 febbraio 2013

Cura e Guarigione: lo spirito dell'uomo.

Mia nonna, una gran Donna davvero, un giorno s'ammalò di cancro.

La notizia in un primo momento ci sconvolse. Mia nonna, senza tanti mezzi termini, era ( già, era. ) la colonna portante di una famiglia intera. Una Donnona davvero. Che si divertiva, sapeva farlo e sapeva anche e maggiormente far divertire chi gli stava intorno. Una Donna davvero piacevole. Di umili origini, umile a sua volta ma con una grande e forte volontà e dal carattere indomito.

Era una gran Donna. Grande anche fisicamente. Aveva cresciuto tre figli maschi. Una Donna davvero forte. Tanto forte che batteva mio padre e i miei zii a braccio di ferro. Una figura prorompente. Una figura taurina con una cresta leonina tenuto a perfezione come un drappo di rappresentanza, un grande sorriso, occhi svegli e tanto affetto per noi nipoti. Una donna che se doveva dare uno scappellotto a mio zio, che era ben più alto, prendeva lo sgabello, saliva e gli dava uno scappellotto. Una donna che camminava sempre con le caramelle in tasca MA che teneva anche uno spillone molto lungo nell'altra. Così, ogni tanto, quando qualcuno diceva qualcosa di sbagliato...si sentiva "ahi!". Non scherzo mica. Lo faceva davvero.

Non fu facile vivere quel periodo. Pian piano che i cicli di chemioterapia diventano sempre più frequenti, mia nonna pian piano si rimpiccioliva. Si rimpiccioliva nel corpo ma non nello spirito. La vedevo diventare sempre più minuta. Asciugarsi. Quelle sue enormi braccia che una volta trafficavano e che mi prendevano in braccio quando ero molto piccolo, che sollevavano ingenti pesi come fossero fuscelli, ora, erano poco più che ramoscelli oscillati dal vento. Quella sua grande forza fisica era stata, ora, completamente prosciugata da quel male. Il drappo leonino era scomparso. Il sorriso, no certo...ma gli occhi erano stanchi, molto stanchi. E questo lo ricordo bene.

Un giorno, in ospedale, non trovai mia nonna nella sua stanza. Mi girai intorno e vidi che mancava la vestaglia e le pantofole. Uscii dalla stanza e mi misi ad ascoltare. Sentii la sua voce, riconoscibilissima, malgrado tutto, tra mille. Pur stanca, pur afflitta, pur consumata da un male che da lì a poco l'avrebbe estirpata da una famiglia che ancora la piange, mia nonna, questo piccolo esserino che si trascinava con forza e caparbietà, era in una stanza con altre signore, a raccontare una barzelletta. E che risate.

Vi rendete conto? Una barzelletta. Quando qualsiasi altra persona, avrebbe atteso con disperazione e rassegnazione la propria morte, nell'agonia evidente di un volto emaciato e consumato dalla chemioterapia, cosa stava facendo mia nonna? Raccontava una barzelletta con enfasi per far ridere altre signore.

Ecco. La mia riflessione, oggi, comincia da qui. Da questo ricordo. Intenso. Profondo. Che dimora ancora e che mi auguro sempre lo farà, tra le mie memorie.

Perché ho utilizzato Cura e Guarigione. Perché riflettendovi, mi son reso conto che questi due termini, pur simili tra loro ma non inerenti alla stessa azione, allo stesso processo per meglio dire, tendono ad essere erroneamente scambiati vicendevolmente. Capita spesso di sentir dire, "non v'è guarigione per questo male" o ancor meglio e più calzante "la medicina ha guarito". Parimenti, sovente, si sente dire "prenditi cura di", "aver in cura"...per poi passare al "trovata una cura per".

Sembra si riferiscano allo stesso processo, no? Il miglioramento della condizione stazionaria in cui ci si trova. Apparentemente è di questo che parliamo. Medicalmente parlando, questo è. Non si scappa.

Eppure, se ragioniamo senza alcuna retorica e istinto narrativo, guarigione e cura non sono la stessa cosa. Non lo sono proprio per nulla. Che dite, come sempre, proviamo a ragionarci assieme?

Guarigione. Guarire. Guarire da qualcosa. Ha guarito. Ha fatto guarire.

A cosa si riferiscono? La guarigione è un processo automatico, per così dire. Il corpo si guarisce da solo. Evidenza biologica notabile a partire da qualsiasi testo di biologia. Guarire, implica già un livello diverso. Implica che il soggetto guarisca. Implica che il soggetto voglia guarire. Giacché la guarigione non arriva dall'esterno. Non viene creata dall'esterno ma, semmai, viene facilitata dall'esterno, indotta, direzionata, pilotata. Guarire da qualcosa. Già perché si guarisce da una brutta polmonite, da un cancro alla mammella. Da cos'altro si può guarire? Si può guarire da una delusione? Da un qualcosa che non è fisico? Certo. Si guarisce da una relazione, da una delusione, dal trauma di una morte. Si guarisce da quasi qualsiasi cosa. Il fatto, però, è questo: SI guarisce. Tu, guarisci, da te. Sono tre passaggi. TU, soggetto che decide di guarire, soggetto che vuole guarire pur non sapendo come. GUARISCI, è un processo naturale, puoi ritardarne gli effetti o puoi velocizzarli, puoi incrementarli e migliorarli o puoi peggiorarli e diminuirli altrimenti non parleremmo di "risposta" quando si tenta di aiutare qualcuno a guarire. Si, perché, e mi piacerebbe sentire il parere di qualche medico, non penso sia il medico a guarire, penso sia il medico ad indicare il cammino per la guarigione a chi vuole guarire. DA TE, perché la guarigione è un processo che parte da te, parte dal di dentro, parte dal tuo amore per la vita.

E questa è la guarigione. Discorso, forse, più semplice. O forse l'ho reso io, da esterno al campo ed alla professione medica, mi auguro però, ancora per poco, semplicistico. Chissà. Se qualcuno volesse confrontarsi su questo tema, sarà ben accettato e letto.

La cura. Cura. Curare. Avere cura. Prendere in cura. Curarsi. Curati! Prenditi cura di. Curatore. Curante, o chi è in cura.

Di certo, non avete sentito mai dire "Guarisci!". Di certo, non avete mai sentito dire, "questo è il mio paziente in guarigione.". "Questo è il paziente in cura."...da che, "prendersi cura di".

È una banalità, o almeno potrà anche sembrare tale, eppure riflettere su talune "ovvietà", fa rendere conto di quanto, così ovvie, tutto sommato, non siano.

Del resto, curare, prendersi cura, avere in cura, si riferiscono tutte alla stessa azione, allo stesso processo. Mentre la guarigione ha a che fare con il solo soggetto che da sé, guarisce, naturalmente, la cura ha a che vedere con la capacità di una seconda persona, di entrare in relazione con qualcuno empaticamente e avere riguardi verso la sua salute, processo non esattamente naturale o almeno non così scontato. Una madre cura il proprio bambino. Curare il mondo dai suoi mali.

Basta? No, non proprio.

Una canzone di un mio coterraneo, Battiato, recita così:

"Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via." [...] "Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore, dalle ossessioni delle tue manie. Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. E guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale, ed io, avrò cura di te." [...] "Ti salverò da ogni malinconia, perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te...io si, che avrò cura di te.".

Una poesia musicata più che suggestiva. Un vero toccasana per l'animo romantico di ognuno di noi. Eppure, non solo. Già, dico non solo, perché, non si parla di guarigione medica ma di Cura. Di prendersi Cura. Di Avere in Cura un qualcuno. Che, riconosciamolo, non è esattamente la stessa cosa di guarire.

Curare implica relazione. Curare implica l'azione di due soggetti, non più di uno. E chi potrebbe curare? Cura solo il medico? E come cura il medico? Cosa fa un paziente per essere in cura? Il paziente si affida al medico. Si, lo so, sono noioso con tutta la manfrina delle parole e del significato MA badate bene, si affida! Mica si appella, si schiude, si lascia...no, è un atto di fede: si affida! E con la fede mica si scherza. Quando ci si affida, si consegna sé stessi nelle mani d'altri. Ci si consegna, senza se e senza ma.

Curare, quindi, ha un significato molto più profondo ed emotivo che non già guarire. Curare vuol dire accogliere chi si affida a noi. E mica è una cosa semplice e da prendere sottogamba. Chi cura chi? Come cura? Sono domande non di facile risposta.

Una mamma cura il proprio figlio. Se ne prende cura. Fa attenzione a che non gli capiti nulla di spiacevole. La mamma prova amore.

Un fratello ha in cura sua sorella. Processo istintivo o naturale: protegge inconsapevolmente. Il fratello ha un attaccamento familiare alla sorella.

Un uomo ha cura di un cane. Discussione già più complicata. Come ne potrebbe avere cura? Di cosa ha bisogno un cane? In cosa, il cane, si affida? Ricordate, curare è relazione...l'avevo detto prima. Bene, quando capita di trovarmi a casa di qualche mio amico che ha un cane, cerco subito di stabilire una relazione. Non una relazione che si instaura tra due persone. Quella, a volte, è molto costruita, filtrata, non è naturale. Richiede delle rigide etichette. Se vuoi dare un abbraccio, spesso non lo fai. Non perché non puoi, quanto perché è un simbolo. Non sai come verrà codificato. Se vuoi dare un bacio, spesso non lo dai. Non perché non vuoi darlo o perché non senti di volerlo dare, quanto perché, spesso, l'uomo è artefatto nel suo stesso sentimento attuale. Un bacio non è mai solo un bacio.

Con i cani, no. Se vuoi giocare con un cane, giochi. Lui, il cane, non ha artefatti sociali pesanti. Lui, il cane, comunica con te nella maniera più diretta, quella naturale, quella che tendi ad evitare perché me hai paura. Quella che quando la riconosci la scansi perché ne vieni sondato e ne hai paura perché, spesso, ti fai trovare impreparato. Ecco perché molto hanno paura dei cani. I cani comunicano con noi. Abbaiano. Ringhiano. Ci guardano. Ci annusano. Muovo le orecchie. Cercano di farci capire qualcosa. Noi, però, poiché abbiamo perso la capacità di essere istintivi, poiché ci siamo rintanati nel comodo dell'umanità civilizzata, abbiamo dimenticato le regole di comunicazioni innate.

Lo sguardo. Il contatto. L'odorato. Ed ecco che in pochi minuti, curo il cane. E il cane cura me. L'uno capisce l'altro. L'altro capisce l'uno. Tutti e due capiscono di cosa hanno bisogno in quel momento. Non prima. Non dopo. In quel momento. E giocano. E si ritrovano. E si perdono. E abbattono i muri della comunicazione. I cani, loro, vanno oltre...e se li segui, riesci ad andare oltre anche tu.

Ecco. Abbatti i muri, colmi la distanza. La Cura cominci da questo. Avvertire la sofferenza, colmare la distanza, essere empatici e aiutare.

Giacché cura l'amico. E quanti di noi non sono stati curati da un amico? Io, continuamente! Con una canzone, con una parola, con un abbraccio. Ognuno ha un suo modo di riconoscersi, comprendermi, annullare la distanza ed entrare in contatto con me e io con loro.

Giacché cura l'amore. No, non quello scialbo e da copertina, quello patinato e sbugiardato, quello promesso e scordato, quello bazzicato e mangiucchiato come fosse uno spuntino dopo un happy hour. Di certo non Cura l'amoricchio veloce, quello sbadato, alla meno peggio perché "così è quello che posso". Non Cura nemmeno l'amore di viaggio, quello che arriva e parte prima d'aver messo piede a terra. No. Cura l'Amore che ti abbraccia con il suo tempo. Cura l'Amore che in silenzio, un morbido silenzio, parla con il tuo cuore. Cura l'Amore che si saluta con un arrivederci che ha il gusto di un "perché ci stiamo salutando, io vorrei stare sempre lì con te. Tienimi vicino.". Cura l'Amore di un sorriso genuino, quello non forzato e stuprato poi in una smorfia da avantspettacolo da baraccone di infima borgata solo per farsi riconoscere ancora una volta "carina"...carina certo ma non Bella.

L'arte ci cura. Perché l'arte è Bellezza. E ancora, quindi, Cura la Bellezza. Perché la Bellezza è armonia. E quel che è armonico è in salute. E non si parla di Bellezza solo fisica, perché sappiamo che la Bellezza è l'anima del mondo. E se l'armonia ha a che vedere con l'empatia e con la capacità di due spiriti di avvicinarsi l'un l'altro, di giacere seppur per un momento insieme, verso lo stesso orizzonte, nello stesso giaciglio, scaldati dallo stesso raggio di sole, toccati l'uno dalla leggerezza dell'altro, estasiati da un canto d'amore silente e tacito...beh, che dire...la cura non ha a che vedere con il corpo ma con lo spirito dell'uomo.