lunedì 21 gennaio 2013

(non)Nuovo esperimento: la domanda. Oggi ci domandiamo su: La Paura.

Eccoci qui. Come già detto circa questo mio intento creativo, l'unico scopo di questo post e simili, sarà quello di proporre delle domande libere.

Ognuno in cuor suo potrà provare a darne risposte, potrà, se vorrà, provare a darne risposta pubblicamente e condividere il suo pensiero, condividere altre domande sullo stessa tema...insomma, domandiamoci!

Non mi dilungherò ancora una volta sul perché nasce: vi invito, per i curiosi almeno, a leggere il post introduttivo http://liberamenteliberateliberame.blogspot.it/2013/01/nonnuovo-esperimento-la-domanda.html

Procederò lasciando liberi i pensieri. Potrebbe esservi anche caos. Bene, vorrà dire che stiamo procedendo sulla giusta direzione.

Paura.
Cos'è la paura? Come definiamo la paura? Di chi abbiamo paura? Di che cosa abbiamo paura? Come abbiamo paura? Come affrontiamo la paura? Cosa faccio io per non avere paura? Perché dovremmo aver paura? Perché ho paura? Perché mentiamo per paura? Abbiamo più paura di quel che ci fa paura o della paura stessa? Quando avverto di avere paura? Come reagisco quando penso che qualcosa o qualcuno potrebbe generarmi paura? Quante volte la paura determina una mia scelta? Quando agisco lo faccio per paura o per scelta? Quando scelgo, la paura quanto influisce? Quante volte al giorno mi capita di affrontare la paura? Nella mia vita mi sono mai trovato ad avere paura, paura? Come riconosco la paura negli altri? Cosa faccio quando capisco che chi attorno a me ha paura? Io genero paura? Quando amo, ho paura? Mi è capitato di non amare per paura? La paura mi ha mai fermato dal fare qualcosa che amavo? Mi è mai capitato di parlare delle mie paure? Ho mai avuto paura insieme a qualcuno? Le mie paure le avverto quando sono solo o anche quando sono in compagnia di altre persone? Ho mai chiesto aiuto a qualcuno per superare le mie paure? Ho mai aiutato qualcuno a superare qualcuno che mi avesse chiesto prima di aiutarlo a superare le sue paure? Come considero le paure degli altri? Penso di sapere come affrontare le mie personali paure? Penso di conoscere quali sono le mie paure? Mi sono messo o mi metto spesso alla prova per vedere se alcune paure le ho veramente e concretamente sconfitte? Ho mai usato la paura? Ho mai visto qualcuno che usava la paura? Ho mai percepito che qualcuno usasse la paura contro di me o contro qualcuno vicino a me?

E facciamo che per oggi ci possiamo anche fermare qui, va. Che dite?



domenica 20 gennaio 2013

La Pazzia.

Come già, chi tra voi, frequentatori casuali, avrà notato, ho una particolare predilezione nel cercare di capire cosa significa una parola per me, a cosa mi fa pensare e come riesce ad inserirsi nella vita di tutti i giorni.

Si, forse condisco il tutto con una sostenuta e ben piantonata retorica melensa da romanzo rosa.
Si, forse e scrivo forse, a volte mi perdo in chissà quale volo che Pindaro invidierebbe...eh va beh, correggo il tiro: ogni tanto la sparo grossa.

Eh però sono dell'idea che le parole siano per noi come pennelli per un pittore e come tastiere per un pianista. Per cui, conoscere le parole con cui ci confrontiamo, non serve solo per imparare ad usare correttamente la nostra lingua MA anche e maggiormente, ad incamminarci in un viaggio che inizia con la prima parola scritta e va ben molto al di là di un semplice punto a fine paragrafo.

Come sempre, la riflessione, non comincia da chissà quale idea strampalata mi ha attratto. No. Come sempre, mi confrontavo con un caro amico. Si parlava di varie questioni. Al ché mi disse "sei un pazzo!". Non folle. Non matto. Non bizzarro. Non furioso. Non qualsiasi altro termine che avrebbe potuto utilizzarsi in tale occasione. Pazzo.

Come quasi ogni cosa nella vita, non poni la giusta attenzione in qualcosa, finché non ti fanno notare quel qualcosa. Non poni tanto caso alla simmetria di un pavimento finché qualcuno non ti fa notare che i tuoi piedi poggiano su di esso. Sei sempre concentrato su altro. Poi però. Qualcuno, all'improvviso, accende una luce. "sei un pazzo!".

Cominci a far caso a quante volte e in che contesti viene usata questa parola.

Se fai questa cosa sei un pazzo. Stai impazzendo. Sei pazzo d'amore. La tua testa pazza. A volte occorre essere pazzi per farle. Una notte pazza. Una giornata pazza. Una pazza storia d'amore. Non so sei più pazzo tu o lei. Tra pazzi ci si intende. Ragioni come un pazzo.

Si, lo so. Ognuno di noi, nella nostra quotidianità, avrà usato queste frasi e questa parola con così tante accezioni diverse che non vi abbiamo nemmeno posto grande attenzione. Risulta normale.

Basta prendere un normalissimo dizionario per dotarsi di vanga e cominciare l'avventura. Sia che sia di derivazione greca che di derivazione latina, pazzo e quindi pazzia, assume dei tratti davvero particolari. Dal greco, pathos, termine molto ampio che identifica l'infermità di corpo o di spirito,  ma anche l'impeto, la sofferenza d'animo e, figurativamente, l'intensità. Sempre dal greco, però, patheia e la relativa pronuncia pathia inchioda la sofferenza. Da che, anche in italiano, sappiamo che il suffisso -patia si aggiunge per determinare una pato-logia.

Dal latino, similmente, patire. E qui, ancora una volta, si gioca con le parole che si rincorrono dense di significati. Patire, soffrire MA anche passio, passione, sempre dal latino passio deriva dal participio passato del verbo pati, patire. Dalla stessa radice, infine, si potrebbe digredire fino alla contrapposizione del termine con passione e azione (pact-/act-). Non le invento, eh...direttamente dal Treccani online:

"il termine passione si contrappone direttamente ad azione, ed indica perciò la condizione di passività da parte del soggetto, che si trova sottoposto a un'azione o un impressione esterna e ne subisce l'effetto sia nel fisico che nell'animo".

Che confusione! In conclusione il pazzo, quindi non è un folle. Non è un mancante di senno. Il pazzo, non è un matto. Non è idiota. Non è stupido come il matto. Non è ridicolo come il matto. Non è vaporoso come il folle. Il pazzo, soffre. Decide di soffrire o si trova soffrire non importa, comunque, soffre. Non esiste nessun sinonimo di pazzo che non pazzo stesso.

E che tipo di sofferenza si tratta? Non è mica la sofferenza di chi si è escoriato il braccio. Non è la sofferenza di chi non trova la penna cui era affezionato. La stessa strada che abbiamo compiuto fino a qui ci dovrebbe aiutare non poco. È una sofferenza del fisico e dello spirito che ti domina. Non sei attivo nel soffrire, sei passivo. La soffri, appunto. È una sofferenza che spesso non ti sei scelto, che non hai fatto nulla per chiamare le sue spire a bramarti. Eppure, ecco. Soffri. Sei pazzo.

Sei pazzo d'amore. Giacché uno si trova a parlare di sofferenza e di qualcosa che si avvinghia a te non lasciandoti respirare, ecco che l'amore calza a pennello. L'amore è pazzo. Un amore pazzo. Pazzo d'amore o pazzo per amore. Hanno a che vedere con la stessa natura. Non manchi di senno, sei malato. Patisci l'amore. Almeno finché non ti trovi con l'amata o l'amato. A quel punto, il patimento, non esiste più.

Il pathos, che spesso sentiamo erroneamente pronunciare da chissà quale posticcio critico, cos'è? Cos'è se non percepire la tensione di un qualcosa, rendersi partecipe dell'incarnazione di un sentimento sacro quanto la stessa pazzia? Il pathos è comunione di spirito e ripartizione delle sofferenze. Perché generalmente si usa dire di una performance teatrale "che pathos!"? Perché? Perché ha scrutato dentro di noi, fin dentro le ossa. Perché se in un'opera teatrale non c'è pathos...non c'è struggimento, non c'è tensione e quindi patimento, l'opera teatrale ha fallito il suo scopo: essere uno specchio per l'umana miseria. Seppur quasi sempre con un lieto fine...perché tanto lo sappiamo che tutti noi vogliamo un lieto fine.

E ancora, occorre essere pazzi per fare qualcosa. Essere cosa? Occorre essere pronti al rischio. Occorre essere pronti a recepire il dolore. A considerare il dubbio e l'atroce discernere come una piccola lampada che ci accompagna nel nostro dolore quotidiano. Perché quando si effettua una scelta, anche se non lo sappiamo ancora, anche se mai accadrà, stiamo già morendo in tanti altri modi. Ogni volta che prendiamo una scelta, decidiamo di morire in modo diverso. E quindi ancora una volta la sofferenza dolce dell'esistere, e dell'esserci. Non c'è struggimento qui. Non c'è patimento fisico, qui. E, però, si è pazzi. O meglio, masochisti.

Una pazza storia d'amore. Una storia dal grande pathos. Perché il sentimento ha in sé la radice del patimento. Non a caso si usa l'espressione "ardere di passione" o "ardere d'amore". L'ardere è una figura retorica abbastanza suggestiva. E però, ardere, brucia più velocemente. Ardere consuma. E consumare, porta a soffrire. Si viene arsi vivi. E, la maggior parte delle volte, ne siamo anche ben contenti. Attenzione che se ti avvicini troppo, ti scotti. Ma, intanto, bruci, ardi d'amore.

Le parole sono tanto suggestive quanto già molto esplicative.

Sei un pazzo a fare questa cosa. E che vuol dire? Un pazzo, capite? Un pazzo! Se fai questa cosa, la fai ben conscio che soffrirai. Dacché solo un pazzo farebbe qualcosa che nessun altro ha ancora fatto. Perché? Perché il nuovo potrebbe ucciderti. Il nuovo è sempre un rischio enorme. Il pazzo, si dà tutto. Il pazzo riversa ogni suo istante in quel che crede. Anche se fosse credere di volare. Lui vi crede intensamente anche a costo della propria vita. Perché lui, soffre. E soffre con tutto sé stesso. Corpo e anima. E cos'ha di diverso un pazzo da un non pazzo? Il fatto che considera la sofferenza non come una minaccia ma come una compagnia. Perché ha compreso che l'uomo soffre dal primo momento in cui ha cominciato a respirare venendo al mondo. L'uomo soffre da sempre.  Non potrebbe fare diversamente. L'uomo si consuma ed è già destinato a morire, nello stesso momento in cui nasce. Morirai perché sei nato. Quindi, accettata questa grande, unica, inappellabile verità, cosa te ne fai del soffrire? Dov'è una maggiore sofferenza nel sapere che sei nato per morire?

Forse c'è. Sei nato per morire solo. Sei nato per morire sapendo che sei vissuto solo. Sei nato per morire, sapendo che la tua vita non ha valso nulla. Sei nato per morire non sapendo quanta vita puoi trovare in un sorriso di chi hai appena aiutato. Sei nato per morire non conoscendo il calore di un abbraccio. Sei nato per morire, non essendoti mai deliziato del sapore di un bacio dalla persona che ami.

E così, il pazzo, chi è? Alla fine della storia, cosa si potrebbe dire del pazzo? È una persona che, nella vita, cosa fa? È un idiota? Giammai. È per caso un superficiale perdigiorno? Ma nemmeno per nulla!

Il pazzo è uno che affronta ogni giorno la vita, dicendosi, "fai del tuo peggio, perché io farò sempre del mio meglio".

mercoledì 16 gennaio 2013

(non)Nuovo esperimento: la domanda.

Eventuale lettore, eventuale lettrice. Grazie. Grazie per avermi accordato un così grande regalo. Mi stai dando a disposizione una piccola parte del tuo tempo, tempo che potresti impiegare diversamente sia chiaro, per leggere quanto di seguito ho da dirti anche se non ci conosciamo.

Già, dico anche se non ci conosciamo perché si sa bene che con un amico parleresti sempre con piacere di qualsiasi cosa. Passeresti anche ore intere senza fiatare, senza dire alcuna parola, senza interrompere quell'incantevole ritrovarsi. Ed ecco una risata...perché del resto, non c'è cosa migliore che ridere di gusto in compagnia di un amico. Non ho la presunzione di rivolgermi a te come un amico, non ho nemmeno la presunzione di considerarmi fintamente e bonariamente amico solo per farmi leggere o per convincerti circa le mie buone intenzioni. Per nulla. Sappi che non ho mai avuto e mai avrò buone intenzioni. Anzi, starò ben lontano dall'averne. Ahah!

Vorrei, tu mi accordassi non il beneficio della tua preziosa amicizia, quanto il beneficio del dubbio che semmai ci dovessimo conoscere, proveremmo pian piano o immediatamente una grande e forte amicizia. Di quelle che cominciano con una stretta di mano. Di quelle che continuano quando sei seduto davanti ad una birra e racconti delle tue vagabonde passioni. Di quelle che ancora sono normali che nemmeno ti rendi conto di viverle.

Bene. Vado diritto al punto, che come direbbe già una mia carissima amica, "tu sei patologicamente logorroico".

Ho sempre trovato una gran rottura, e son sincero eh, chi ha da sempre cominciato a scrivere vomitando pensieri su pensieri. Affermazioni. Constatazioni. Ad essere sincero, anch'io son decisamente bravo nella pratica qui sopra odiata con solenne giuramento. Ecco, forse adesso, riesco a mettere anche una nota di fastidio. Ma com'è, questo qui prima mi chiede di dargli il beneficio dell'amicizia e poi mi cade così? E mi diventa immediatamente arrogante e presuntuoso?

Ahah. Nessun timore. Volevo provocarti un po'. Comunque, ritornando al faceto...pardon...al serio, quello che vorrei chiederti è se vorrai essere mio compagno di domande.

Si, hai letto bene. Domande. Che noia. Io scrivo. Tu leggi. Tu scrivi, io leggo. E dov'è l'azione? Dov'è la creatività vicendevole? Io scrivo...troppo fin troppo statico. Tu leggi e scrivi a tua volta. Si, comunichiamo certo...ma abbiamo i nostri tempi. Pensa che sarebbe interessante come esperimento. Un post in cui tutto quello che si decide è domandarsi.

Certo, una domanda prevede anche una risposta. Meglio, potrebbe prevedere una risposta. Dovrebbe mi sembra un po' azzardato. Dico dovrebbe perché nella logica cui siamo abituati, ad una domanda segue sempre una risposta. Eppure ritengo che vi sia maggiore intelligenza e curiosità, nel creare una domanda che nel cercare una risposta. Del resto, creare una domanda è un processo complicato. Vuol dire scoperchiare. Domandarsi vuol dire grattare lo strato di polvere da un cimelio. Sondare. Esplorare. Porsi un fine. La risposta è una cosa banale, per certi versi. Anche la motivazione. Ha a che fare con la ricerca, con l'analisi. Entusiasmante per certi versi, si...ma è la domanda che spinge più in là il pensiero o la risposta? E quante risposte esistono ad una sola domanda?

Ecco perché reputo la domanda un esperimento davvero interessante.

Per cui, in questo spazio, fin troppo angusto a dir la verità, mi piacerebbe inaugurare una nuova "etichetta", un nuovo cassetto in cui riporre caoticamente una serie di domande. Di tanto in tanto, penserò ad un tema...o se vorrai potrai anche tu propormi un tema e si formulerà un post di sole domande. Domande che mi auguro possano servire come un lumino nelle tenebre. Domande che se gettate con violenza all'interno di un confine sicuro, non possano ferire chi le addomestica. Domande che a volte hanno un loro pesante ruolo nella vita di ognuno di noi.

Che ne dici? Vuoi cominciare? ;)

lunedì 14 gennaio 2013

Il tempo di una lettera.

Prendersi il proprio tempo.

Nella quotidianità così veloce, in un contesto sociale altamente fluido e particolarmente dinamico, devi sempre essere up-to-dated. Devi essere veloce. Devi essere connesso. Devi essere immediato. Devi essere smart. Devi essere short. Non a caso gli sms.

La necessità è quella di comunicare con brevi messaggi, di rapida comprensione ed immediata esecuzione. Il che non sarebbe un male se non portasse anche delle gravissime deviazioni. Perché? Perché sappiamo che c'è un ciclo continuo: quello che fai modifica quello che sei e quello che sei modifica quello che fai. L'uno sull'altro: inevitabile. E quindi ti ritrovi a scrivere messaggi con qualche parola e parimenti ti trovi a sintetizzare tutto quello che hai da dire con qualche parola. Per cui, quando ti troverai in altri contesti, e non avrai uno schermo, sarai ugualmente stringato, inesplicabile, incomprensibile.

Perché? Perché il linguaggio di internet non è il linguaggio degli uomini. Immissione di informazioni massiva ma non comunicazione tra individui. Si è persa la connessione tra interlocutori.

Se hai qualcosa da dire, la devi fare rientrare nei caratteri standard di una barra di comunicazione. Hai dei caratteri a disposizione. Sintetizzi. Tagli. Riassumi. Limiti. Depauperi.

Eh certo, facciamo tutto questo perché v'è dietro l'idea dell'economia del tempo. Se un messaggio è più lungo di due righe, non lo leggo...ci sono troppe parole, è lungo...mi fa perdere tempo. Salvo poi lamentarmi però di non riuscire a comunicare con nessuno. Certo, non accetto, non mi metto in gioco, non prendo parte al confronto, mi allontano sempre più. E vorrei ben vedere quel tempo risparmiato in cosa andrà investito. Quasi sicuramente in noia. In vagabondaggio per le lande di una rete asociale, solitaria, escludente.

Eh però il tempo di leggere, il tempo di scrivere, il tempo di ascoltare lo ricordiamo tutti. Tutti abbiamo, anche una sola volta, scritto una lettera. Ecco, io lo stavo facendo proprio prima di decidere di scrivere sull'argomento.

Scrivere una lettera. Perché dovrebbe essere così importante, così veritiero? Perché scrivere una lettera ti permette di utilizzare il tuo tempo per scrivere ed imprimere nel messaggio, qualcosa di tuo. Il tuo stato d'animo. Il tuo carattere. Il tuo stile. Ancor più importante la tua emozione. Di cosa parlo? Provvedo subito a spiegare meglio...scrivere una classica email è molto immediato. Casella di posto, inserisco dati utente, entro, batto dei caratteri su di una tastiera, pigio dei pulsanti, premo un tasto, comunico con dei chip e zac, email inviata. L'email arriva subito. Non c'è attesa, non c'è trepidazione, non si percepisce la contentezza. Tutto è immediato ma sterile. Non c'è nulla se non l'immediatezza. E l'adesso e il qui non ha più un suo senso perché in internet ogni momento è adesso e qui. Ogni attimo è uguale a quello precedente.

E attenzione che con quell'email si può fare qualsiasi cosa. Si può comunicare qualsiasi messaggio. Stessa cosa al telefono e via sms. È un modo rapido, codardo, deresponsabilizzante. Di chi vuole fare una cosa e disfarsene. Di chi vuole essere fugace. Di chi una notte e via.

La lettera. La lettera invece non è la stessa cosa. Devo decidere la carta da lettera. La busta. Devo scrivere e usare la mia calligrafia che parlerà di me, del mio stato d'animo. Se scrivo "t'amo", l'emozione potrebbe tradirmi e sbavare, lasciare dei segni a margine, marcare le parole...se preso da un pathos particolare, potrei versare qualche lacrima e potrebbe cadere accidentalmente sul foglio e la persona che la leggerà, vedrà una piccola gocciolina sul foglio. Il foglio non è solo un foglio. È un testimone. Gli affidi qualcosa. E l'email? Cosa fai con l'email? Violenti un messaggio. Non puoi stracciarla. Non puoi conservarla. Non c'è l'emozione. Non c'è il carattere. Non mi parla di te, non parla di me.

Anche quando devi strapparla, la lettera, si fa sentire. Produce un rumore tipico. Si strappa. La carta urla, si lamenta...ti ricorda che quello che stai facendo è accanirti su un testimone incolpevole. E l'email? Cosa fa l'email? Tasto cancella. Ok, fatto.

E quante volte è capitato di seguire la passionalità del momento, strappare una lettera e poi ricostruirla e riattaccarne i pezzi con lo scotch? Si può fare con l'email? Il processo catartico è lo stesso?

Chiaramente no. Altrimenti non saremmo qui a parlarne. Il problema gravissimo è, come già ho ricordato prima, che quel che facciamo modifica quel che siamo e contemporaneamente quel che siamo modifica quel che siamo in un ciclo continuo. Decidiamo di non prenderci il tempo per scrivere una lettera o il tempo per leggere una lettera? Non avremo il tempo di dedicarci all'amore. Perché si sa bene che l'amore prende tutto il tempo che può...che non conosce il tempo degli uomini e delle donne, che s'impone con forza impossessandosi d'ogni cosa.

Il tempo di un "Ti voglio bene" scritto con l'inchiostro di china sulla carta, con la mano ferma ma vibrante, lo schizzo d'inchiostro segno che nell'emozione si è lasciata la carta troppo presto. Questo è il tempo di cui parlo. Il tempo di darsi il tempo per emozionarsi. Perché ancora una volta chi siamo modifica...va beh, ormai la tiritera dovrebbe essere chiara. Insomma, se non ci diamo tempo per scrivere una lettera, come potremo mai darci il tempo di desiderare e di sperare? Il tempo di credere in un amore che non è immediatamente raggiungibile? In un sogno che chiede tempo...e il tempo degli affetti, come ho sempre detto già, non ha nulla a che vedere con il tempo degli uomini.

Certo, mi si dirà chiaramente che la dimensione sociale in cui ci siamo tuffati, noi, generazione "giovane" ( per precisione sul termine vi rimando ad un altro post ), comanda una rapida comunicazione, e però siamo sicuri che la rapida comunicazione vada bene per ogni messaggio? Se dobbiamo comunicare ad un amico dove vedersi, magari potrebbe andare...MA se dobbiamo comunicare ad un nostro affetto qualcosa, siamo sicuri di riuscire ad imbrigliare tutto in qualche parola lasciata striminzita come un paio di vestiti usati nell'angolo della strada? Siamo proprio sicuri che queste decisioni non ci rendano, a nostra volta, poveri? Incapaci ed indisponibili a prenderci il nostro tempo per comunicare?

E basta vedere e vederci. Siamo insicuri. Siamo paurosi. Siamo incoerenti. Tradiamo la fiducia accordataci con la stessa facilità con cui premiamo il pulsante "accetta amicizia". Abbiamo una relazione se aggiorniamo lo stato su facebook. Come se lo stato su facebook servisse da coccarda sulla grande veste dell'intolleranza e della codardia. Non abbiamo bisogno anche di questa coccarda. Ve ne sono già abbastanza.

E basta vedere cosa ne è della lingua. Della nostra lingua. Della lingua parlata. Di quanto poco conosciamo una ricca colta e principe della poesia. Dalle liriche di Leopardi ai canti struggenti di Petrarca, dal crepuscolare Ungaretti al timido Montale.

E oggi si sente dire solo "scrivi poemi, sei troppo lungo"...e la comunicazione si basa solo su qualche lettera sputata così alla meno peggio su di una tela incolpevole, ancor peggio, a volte, la tela non c'è...perché è tutto virtuale. Così le cose andrebbero riviste, perché se è vero che verba volant, scripta manent...virtuale che fa? Perché tutto quello che scriviamo è virtuale. Non esiste concretamente. Non è una lettera che si staglia contro l'invisibile.

Quando scriviamo, immettiamo delle informazioni in un mondo che non è nostro, in un mondo vuoto e freddo. In un mondo che non ha le leggi del tempo e dello spazio. Le cui lettere, nel tempo, non ingialliscono. Rimane tutto perfetto. Completo. E però l'amore non ha a che vedere con la perfezione. Non c'è testimone di una vita che è stata. Ci sono solo caratteri virtuali su tavole virtuali che non possono essere scarabocchiate, che non raccolgono i profumi della persona che scrive, che sono dei bisturi sterili.

Cosa c'è da fare? Darsi il tempo. Il tempo di una lettera? Forse. Di certo, dobbiamo ricordarci di darci il tempo di emozionarci.