sabato 21 settembre 2013

L'arte, non metterla da parte.

L'Arte non è verità. L'arte è una menzogna che ci fa raggiungere la verità, perlomeno la verità che ci è dato di comprendere.

                                                                                           Pablo Picasso



Occorre una premessa banale quanto, dal mio punto di vista, necessaria. Io non studio, non ho mai condotto studi particolari, se non quelli liceali ed una smodata passione consumata nel tempo che ho a disposizione quando non faccio altro, sull'Arte. Premessa necessaria perché mi allontanerò molto da quello che è per dirigermi, come quasi sempre faccio, verso quello che percepisco essere. Considerazioni personali, quindi.

Durante una delle tante discussioni tra amici, compagni di vita, viaggiatori, naviganti solitari o comunissimi camminatori che hanno avuto voglia di riposarsi un po' nella panchina in cui ero, per un attimo, seduto io, mi è capitato di essere incuriosito da una frase che sulle prime non mi ha dato da riflettere.

La risposta fu in seguito all'associazione di una citazione sul caos (
Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante. Io vi dico: voi avete ancora del caos dentro di voi. F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra) e un dipinto: "non avevo mai guardato a Pollock in questo senso".

Onestamente non avevo dato particolare peso ad una frase così semplice ma che al contempo si mostrava carica di significato. Semplicemente, avevo visto ma non guardato.



Occhi diversi. Cuore diverso. Mente diversa. Noi. Noi siamo diversi, sempre. Ricordo ancora la prima volta in cui, recandomi al MoMA, per quanto fossi in compagnia, anche molto piacevole, camminavo da solo e immaginavo di parlare ora con Cezanne ora con Monet. Ricordo ancora che la prima volta in cui vidi un Picasso, le Demoiselle d'Avignon, mi sentii soffocare. Altro che sindrome di Stendhal. Ricordo anche la prima volta di tante altre pinacoteche. Ricordo anche la prima volta di tanti altri luoghi, non necessariamente chiusi, in cui, a volte, ho visto nascere l'arte. Artisti di strada. Giocolieri del colore. Equilibristi delle forme.

Come scrissi alla ragazza con cui ne parlavamo "penso sia una questione di risonanza ( e torna, si lo so...ho già usato questa storia della risonanza nell'ultimo post...ma che volete farci, così l'ho pensata ). Come esiste tra le persone fisiche, così anche tra le persone virtuali. Un quadro, secondo me, è un mezzo ( o una persona virtuale? )...e la persona che lo ha realizzato consegna un messaggio. Sta alla risonanza della persona, poi, coglierlo".


Persone virtuali. Van Gogh. La sua notte stellata. Tu. Essere lì. Trovarti in quel piccolo paesino della provenza, tra stelle e un malato insofferente. Un malato di vita. Un malato che non è stato capito. Tu sei lì. Insieme a lui. Non parlate, osservate le stelle e le stelle osservano voi. Entrambi silenti nell'abbraccio della notte che ben lungi dall'essere oscura, rivela a chi sa attendere e confidare, un meraviglioso spettacolo. Si, decisamente preferisco la notte al giorno. Quella notte. Quelle stelle.

Ricordo di girovagare come un bambino nei giorni di festa.Mondrian e il suo ordine. Kandiskji e la sua percezione della realtà. Ognuno di loro ha prodotto opere uniche non perché l'opera descriveva tronfia la realtà o si faceva carico di presentarla tale, quanto perché l'artista impregnava il mondo della percezione, della lente della sua anima, deformandolo a sua volta.

Non è un caso se lo stesso van Gogh, in uno dei suoi dipinti più noti, il ritratto della sua stanza, disse poi, "sono sempre io ma io divenuto pazzo" ( e sia chiaro che pazzo non vuole intendere meramente affetto da psicopatologie ). Avete idea di cosa significa vedere con gli occhi di van Gogh, imprimere un tratto distintivo della propria vita e non essere compreso? Questo è il difetto del genio, spesso. Spingersi e andare così tanto al di là di ogni possibile al di là da perdere ogni riferimento contestuale e librarsi liberi nel cielo. Libertà che ha un grandissimo peso, a volte: il peso della solitudine e dell'emarginazione.



Rothko. Si. Lui. Ricordo di essermi fermato dinnanzi Orange and Red on Red e di essere rimasto atterrito. Non ricordavo una potenza simile dai libri di storia dell'arte. Così come pure Pollock. L'ho amato. L'ho desiderato. Sono entrato nelle sue opere e non ne sono più uscito.


Ecco, questo penso. Non si tratta di mero gusto estetico o di una questione di preparazione tecnica. Il senso del bello, liti su liti prodotte ci han consegnato i pareri più difformi, non è unico. Il Bello è qualcosa di impalpabile e indescrivibile e di fortemente personale. Per cui ognuno di noi, ha un Bello in sé e un Bello per sé. Non si parla di tecnica. Intendo proprio il percepire quel che riteniamo essere bello, il che corrisponde non solo alla nostra personalissima idea di bello ma a quanto la stessa abbia modificato la percezione e da essa stessa, in un circolo, si faccia modificare. 

Risonanza. Non a caso ho usato questa parola. Ne avevo già parlato riferendomi ad un mio caro amico. Una persona fisica. Un vivente. Con un quadro si può entrare in risonanza? Secondo me si. Ogni volta che mi avvicino ad una qualsivoglia opera d'arte, mi apro e provo a farmi coinvolgere. Difficile e pericolosa come operazione...perché essere simpatici e simpatetici a volte può giocarti contro. Somatizzare, qualcuno lo chiama.

Risonanza. Si. Perché l'opera d'arte, come già detto, per me è l'impronta della particolare visione delle cose dell'artista. Così le stelle di van Gogh non sono solo astri che illuminano una notte metafora di una vita ma è egli stesso. Arde. Brilla. Le forme di Boccioni non sono studio sullo spazio ma è egli che muta e si deforma e tal facendo costruisce lo spazio e il tempo si piega assecondando ogni suo capriccio. Turner, vaporoso ed immenso, diventa esso stesso una sottile aurea che fluttua tra vapori, albe e acque sommessamente domate. Seurat non è sulla Grande-Jatte, è in ogni punto di colore. Lui è il punto. Pollock taglia il suo corpo in tanti filamenti e si lascia cadere seguendo l'ordine del caos, divino creatore.


Loro, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non sono morti. Sono lì. Nei dipinti. Respirano nel marmo. Vedono con le pennellate. Parlano attraverso di loro. Gridano. Stracciano. Ridono. Imprecano. Vivono. Questo sento. Questo avverto. Dialoghi silenziosi in cui ogni volta ci si presenta nuovamente, perché, come avevo già detto all'inizio, siamo diversi noi in ogni momento. Loro, i maestri che hanno dipinto, sono sempre lì. Siamo noi a cambiare, a partire da noi cambia il dialogo. Loro, sono lì. Sono sempre stati, dal momento in cui hanno poggiato il pennello sulla tela, dal momento in cui hanno versato colore, dal momento in cui hanno modellato la pietra...loro, sono sempre lì, quello che cambia è l'osservatore e al suo mutare, cambia cosa dirsi.

Non a caso, quando mi avvicino ad un'opera, quale che sia, prima, la saluto e mi presento. Non mi pare il caso di pretendere senza nemmeno esserci conosciuti.

Parole in musica...

Durante una cena, una come le tante, una di quelle che sai sono cominciate ancor prima di trovarsi tutti assieme nella stessa stanza a condividere quell'aria un po' chiusa, necessaria per non far fluire via i pensieri e tenerli vicini, una di quelle cene lì...insomma, ecco...durante una di quelle cene, un caro amico mi ammonì per l'ennesima volta che ancora non avevamo dato a noi stessi il tempo di sederci, solo io e lui, una chitarra, forse qualche penna, due buone sedie che reggessero il peso di una notte da costruire e una bottiglia di vino.

No. La bottiglia di vino non è necessaria. Non dobbiamo o vogliamo ricalcare alcun stereotipo melanconico decadente. Liquori. Scotch. Rum. No. Siamo già noi melanconici e decadenti, figurarsi ricalcare qualcuno che ben prima di noi lo è stato. Non riusciamo nemmeno a ricalcare noi stessi.

Il vino. Buon rosso. Si. Il vino rosso è una passione comune. Passioni: proprio di passioni abbiamo bisogno.

Torniamo alla cena. Una delle tante cene. Quelle cene in cui non capisci bene come e quando accade ma all'improvviso ti ritrovi in una balera e tra voci e schiamazzi, tra confronti animati sul fine ultimo dell'uomo o ciarle amorose di sagome da teatro, guardandoti attorno, hai l'impressione di rivivere la Parigi del primo novecento.

Già, novecento. Novecento come sono novecento i sogni. Novecento come sono i nomi delle persone cui hai stretto la mano, salvo poi qualche secondo più tardi dimenticarti il loro nome. Gran fastidio. Novecento, come sono novecento le parole che vorresti usare quando parli con lei...quella creatura che d'un tratto rapisce ogni tuo interesse, quel ceffone inaspettato che ti desta violentemente da un torpore in cui non pensavi di essere caduto...si, insomma, quella visione, perché sulle prime credi sia una visione: una ragazza che d'un tratto diventa la ragazza. E poi, altro che visione.

O forse no, non sono novecento. In realtà nemmeno una. Di parole, intendo.

Silenzio. Perché le parole, sono pensiero. Non pensi. Ti piace così, senza pensare. Oh...che sbadato: ho debordato derivando verso la mia anima più romantica. La ricaccio immediatamente indietro. Si parlava di cene, qui...mica di quisquilie!

Già. Una di quelle cene. Quelle cene dove la luce di una lampada non ti osserva immobile da un santuario fluttuante. Non rimane sola, no. Ha un posto al tavolo e assieme a lei si discute, immaginando. Vibrando. Perché se durante una cena non si vibra, non c'è cena. Non c'è movimento. Tutto è fermo. Quelle cene in cui forse non si parla granché con chi vorresti parlare ma scrutandovi, lanciate intese silenti che risuonano al vostro interno. Perché a volte, le parole, lo sappiamo bene, confondono e distolgono dall'essenza delle cose.

Uno sguardo tra amici. Risonanza la chiamerei. Uno suona, l'altro suona. Frequenze. Onde. Risonanza. E così, senza parlare, quella sera, con questo amico, comprendemmo. Comprendemmo che ci saremmo trovati più di una volta in risonanza. Comprendemmo che avremmo scritto almeno una canzone assieme.

Quella cena, finì lì. Successe altro. Di certo, successe altro. Forse una bottiglia rotta. Forse chiacchiere di fantomatici politicanti. Si, successe altro. Succede sempre altro. Per me, però, quella cena, finì lì.

Qualche tempo dopo, ci trovammo a godere della fresca aria serale in un balcone di un amico. Una domanda violò il silenzio: Giovanni, ti ricordi quella canzone che avremmo dovuto scrivere?

Mi guardò con un sorriso. Un sorriso complice. Aggiunsi, poi: vorrei farti una domanda. Ti è capitato di voler rubare un bacio ma di non averlo fatto?

Mi guardò sorridendo. Rispose con una smorfia. Rispose con un sorriso. Rispose con gli occhi. Rispose con tutto quanto avesse a disposizione. Rispose, pur quanto non disse nulla. Non gli chiesi quante ragazze avrebbe voluto baciare. Non parlavo di baci. Parlavo di Bacio. Un bacio. Quel bacio a quella ragazza, non un altro, non un'altra.

M'intese. Quella sera, non ne parlammo più.

Passò ancora del tempo e mi ritrovai ancora a stuzzicarlo. Mi diverte punzecchiare.

Gli rivelai che oltre al bacio non rubato, avevo pensato al "a domani". Già. Nulla di complesso. Pensavo al "a domani" e consideravo che non c'è frase più bella e semplice che due persone possano dirsi. La certezza, l'augurio e la promessa che domani saremo di nuovo assieme.

Mi confessa di aver avuto una mezza ispirazione. "dobbiamo vederci e comprare del buon vino! Ti voglio bene amico mio!" esordisce con la solita ilarità. Il buon vino, ritorna.

Passò del tempo e tornammo a parlarne. Gli descrissi quanto mi accadde quest'estate. Le estati. Che roba curiosa.

"Mi piacciono le ragazze con gli stivaletti. Quelle semplici che sanno vestirsi. Quelle che le vedi e pensi...no, non pensi...perché ti piacciono così, senza un pensiero." ricordo che uscì spontaneamente.

a quel punto, divenni un fiume in piena "sai cosa? Quest'estate son stato contento. Non per chissà cosa. Ero contento di andarmi a sedere sempre nello stesso posto.
Non perché vi fosse qualcosa di particolare. Si, forse si vedeva bene da lì. Era abbastanza centrale. Non ho mai cambiato. L'ho persino aggiustato. Lo schienale non funzionava e l'ho riparato.
Mi piaceva quel posto. Mi piaceva perché accanto a quel posto, anche un altro posto era sempre occupato dalla stessa persona. E anche lei non lo ha mai cambiato.", rileggendola ora a freddo, mi ricorda tanto - vi chiedo già scusa se parrò mieloso - la volpe che spiegava al piccolo principe cosa volesse dire essere addomesticati e, con una leggerezza cui solo i personaggi di storie favolistiche sono dotati, diceva: se tu verrai alle 4 io alle 3 sarò felice.

Ricordo poi di essermi lanciato in assurde divagazioni, come mio solito, direi quasi. Persino queste sono divagazioni.

Ho farfugliato scomposte dichiarazioni d'insolenza, "comincio a pensare che non esiste l'amore.
L'unica cosa che esiste è tu, lei e tutto quel che siete...prima, durante, in mezzo, dentro, fuori.
Forse usiamo dire amore perché preferiamo qualcosa di impalpabile...dire "questo siamo noi" potrebbe scatenare timore
Però, si. Se dovessi dire cos'è amore, direi che è "questo siamo noi"."






Bene. Ho divagato abbastanza. Concludo.


Giovanni, rispose. Vorrei lasciarvi con questa breve folgorazione. La sua risposta mi fece sorridere e m'illuminò: "Ti sei accorto che abbiamo già iniziato a scriverla, questa canzone?! Dicevamo di quel posto a sedere?"

lunedì 8 luglio 2013

La melma.

...ogni tanto, vedo lustri. In realtà, non più ogni tanto. Più tanto di ogni tanto.

Vedo coccarde imbellettate. Fiocchi e nastri. Stemmi e gagliardetti. Tronfie dichiarazioni che attendono su un palco una platea vuota. E sento scrosci di mani ma non vedo nessuno ad applaudire. Vedo tante cose che hanno la puzza di avariato e quella puzza, ad oggi, la sento fin troppo spesso.

Anche il colore, non è vivo. Sembra. E mi sento sporco. Molto. Più di quanto non mi renda conto di esserlo.

Sento la melma sulla mia pelle e dentro. Mi attraversa. Grida, risa, schiamazzi...parole confuse e lontane. Quelle non le riconosco più. E mi vedo tenere per mano la melma e riderle. E mi vedo indossarla in una giornata d'inverno. E mi vedo salutarla ogni giorno come fosse normale sia lì. E mi vedo spendere serate assieme, prive di vita, della stessa sostanza della melma.

E la melma, se non sei abbastanza bravo da rendertene conto subito, ti si appiccica addosso. E negli anni si stringe a te e si accumula. E negli anni, se non fai nulla per levartela di dosso, la melma, diventa la tua pelle, gli occhi, le mani...e non respiri aria ma melma. E non fai che melma. Perché non ti ricordi cosa facevi prima di essere melma.

E rischi di risvegliarti un giorno e non riconoscerti. Non vederti. Non sentirti. Non saperti te. Rischi di svegliarti un giorno e vederti melma a tua volta. Rischi di smarrire quel qualcosa che sapevi essere tu, che sapevi pulsare della tua forza vitale. Melma. E mi sento sporco. Ad ogni parola. Ad ogni gesto. Un lento respirare che si trascina e non un nitrito rampante.

E la melma ti arriva agli occhi. E se sei anche bravo, riesci a tenerla fuori. Lei però è subdola. Lei, la melma. Ti siede accanto, aspettando. Sa che prima o poi cadrai. Sai che prima o poi una fessura la farà entrare. Presto o tardi in tutti si forma una fessura, uno spiraglio, una pericolosissima breccia. E la melma è lì. E se sei bravo, riesci anche a tenerla fuori ed essere più veloce. La fessura si forma ma la chiudi per tempo. E se bravo non sei, la fessura rimane aperta. E la melma, lenta ma inesorabile entra. Perché lei, essendo non vita, ha tutto il tempo dalla sua. Siamo noi a pagare le nostre colpe con il tempo, essenziale misura del vissuto.

E un giorno, vedi quanto la melma ti pesi. E ne sentirai il peso non appena capirai di esserne stato sommerso. E non vedrai il tuo volto. E non sentirai il tuo profumo. E tutto quello che un tempo eri tu adesso è un eco che ti costringe a girarti da una parte all'altra per tentare di capirne l'origine. E non ha più senso. Perché tutto quello che eri, adesso non sei più.

E c'è una sola cosa che puoi fare, non appena comprendi che la melma ha già avuto la meglio nella tua vita: alzarti in piedi, tirarti su le maniche, prendere uno spazzolone e cominciare, poco alla volta, a rimuovere tutta quella melma.

sabato 6 luglio 2013

Il Giovane

[anteprima da Utopia, blog di prossima realizzazione condiviso con amici]

Viviamo in un mondo dinamico.

È una normalissima constatazione, nessuna pretesa. Ogni nostra azione soggiace ad un vicendevole scambio di stimoli, idee, ispirazioni. Non occorre riflettere con particolare analisi, risulta più che evidente. Non si può comprendere a pieno, però, la squisitezza del pensiero proposto se non si riconduce l’intero discorso a studi che apparentemente non hanno alcun legame tra loro. Fisica. Si, perché “dinamico” è un termine in prestito, bonariamente in prestito. La dinamica, definizione alla mano, è un ramo che studia il moto dei corpi e le relative cause, partendo tuttavia da una premessa: le forze non sono la causa del moto ma producono una variazione dello stato di moto, ovvero quella che chiamiamo accelerazione.

Probabilmente a questo punto, ammesso che non mi si sarà già accusato di “incomprensibilità”, ci si porrà la domanda “dove vuole arrivare?”. Beh, provate a traslare il discorso qui sopra nell’ambito del ragionamento e della condivisione di idee. La comunicazione tra gli individui, lo scambio di idee, il reciproco e mutuo accrescimento della visione dello stato delle cose non sono la causa del moto di ognuno di noi ma producono una variazione dello stato di moto, ovvero quella che chiamiamo riflessione, che altro non è se non un’accelerazione del nostro pensiero?

Ecco. Ascoltando un intervento di una cara amica, mi è capitato di sentirle dire una frase che ha accelerato il mio pensiero. Che dico accelerato. Lanciato proprio.

perché anche nella stessa etimologia, giovane, vuol dire che difende

Che difende. Colui o colei che giova, che aiuta, colui o colei che difende. Quei che combatte. Colui che favorisce. Colui o colei che, e questa ha un significato molto più eroico, eccelle…colui che è forte.

Cominciamo con qualcosa di semplice, però. Un esercizio che mi ha accompagnato sin da quando ho cominciato a muovere timidamente i primi passi nella prateria delle parole è porre sempre un perché: domandarmi. Bene, domandiamoci. Che difende chi? Che difende da chi? Che difende cosa? Sono le prime tre domande che mi vengono in mente. Continuerò più in avanti con altre domande per poi lasciarvi con quella che da subito mi ha posto in dubbio.

La questione sembra banale e sembrerebbe anche banale la trattazione, certo. Opinabile. Eppure, ragionare sulla gioventù non è un esercizio così semplice. Perché? Perché gioventù spesso viene confusa con novità, viene confusa con somma presunzione con la giovane età, viene storpiata nell’immaturità, viene stuprata dal giudizio della saccenza stantia e marchiata senza alcuna giustizia acerba. Ancor peggio, poi, la gioventù viene usata. E diventa gioventù bruciata. E diventa gioventù ribelle. E diventa gioventù violenta. E diventa una merce ghiotta e di sicuro appiglio di giornalisti, letterati, di scrittori che d’ogni tempo e luogo hanno definito la gioventù come essere incompleti, come l’essere sciocchi, come la voluttà amorosa sensibile e quindi profittabile.

Chi difende e perché dovrebbe farlo? Che cosa difende e cosa lo spinge a difendere? E come difende? Cosa fa un giovane che chiunque altro non potrebbe fare? E cos’ha di tanto diverso un o una giovane da uno o una che si è scordata di essere giovane? Whitman, in Foglie d’Erba, realizza un manifesto della gioventù. La gioventù è affamata, cresce rapida...e lo dice perché esso stesso si riconosce tutto e nulla, maschio e femmina, mortale ed immortale, qui e lì, invitto: giovane. È ingorda di Vita. Nel petto dei giovani batte la sfida del domani e i giovani rispondono sempre a chiara voce. I giovani sono dei riccioli di erba fresca che spunta dalla terra. Noi, giovani, difendiamo. Difendiamo noi stessi. Difendiamo chi ci sta attorno. Difendiamo chi è stato prima di noi e chi sarà dopo di noi. Difendiamo. Che difende da chi, sarebbe la prossima domanda. Vorrei però prima rispondere a perché e come difendiamo. Perché e come. Non esiste un perché, è una chiamata. Non è nemmeno una scelta. È gettarsi. Non è decidere di fare, è fare. Nessuno decide di amare, si ama. Con una passione travolgente e con ineluttabile causalità. Nessuno decide di vivere, si vive. Alla stessa tregua, nessuno decide di essere giovane, si è giovani. È percepire i battiti del proprio cuore indicarti un cammino;  ardere, farsi dominare da una fiamma imperitura ed eccezionalmente luminosa. Giacché si vede subito il giovane, si riconosce subito. Sia che abbia 16 anni, sia che ne abbia 60 di più. Come? Con il suo personale contributo, con il suo carattere, con la personalità…usando cioè quella combinazione di variabili che rendono ogni essere umano un’improbabilità statistica vivente e che quindi è sinonimo di unicità.

Che difende da chi? Questa è più complessa come domanda. In primo luogo dal giovane stesso. Perché ogni giovane, in differente misura, è profondamente idealista. Ed è un bene che sia così. È necessario che sia così. Il giovane non è ancora stato del tutto insozzato dalle menzogne di chi non ricorda di essere giovane, di chi cerca disperatamente e goffamente di darsi una sembianza di giovane, di chi prova ostinatamente a comprarsi una qualità che ha a che vedere con l’intima essenza svelata alla nascita di ognuno di noi. Il giovane crede. Il giovane sogna. Il giovane spera. Senza ondate di giovani, di menti fresche, di braccia che non si sottraggono a qualsivoglia lavoro, di cuori che battono e di forti volontà che si ergono come bastioni in un deserto di angosce e di cinismi sterili, dove saremmo? Dove saremmo senza l’impegno e il sacrificio di giovani uomini e donne che hanno imbracciato le sorti di una causa e sono diventati, con il loro carattere, con la loro personalità, aggiungendo quel qualcosa che ognuno di noi ha e accresce ogni giorno, eminenti scienziati, validissimi medici, illustrissimi poeti, lungimiranti uomini e donne di una società dinamica e in continua espansione?

Non v’è bisogno di sforzarsi tanto. Ogni giorno vediamo lugubri e grotteschi esempi di chi prova a dare un valore monetario alla gioventù. Chi prova, scioccamente, a ricercare la bellezza di un o di una giovane, ricorrendo ad un qualcosa che mira all’estetica e non all’essenziale. Stoltezza. Vediamo gente d’ogni dove pronta a comprare come merce al mercato, l’ultimo elisir che prometta loro di raccontarsi ancora una volta una grande bugia. Vediamo ragazzi e ragazze che non sono più giovani, che seguendo altri hanno perso la loro strada. Che non vedendo la gioventù dentro di loro, la cercano in simboli, la domandano a fantomatiche maschere che ogni giorno salgono su un palcoscenico per farsi plaudire. Vediamo ragazzi e ragazze che emulano chi non ricorda di essere giovane e, paradossalmente, gli uni sono legati agli altri. I primi perché vorrebbero essere considerati usati, vissuti, già non giovani, procedono a tentoni facendo propri comportamenti che li rendono uguali, una massa informe ed indistinguibile di non persone, di non giovani, mentre i secondi perché vorrebbero capire come poter rubare ai loro schiavi la linfa che tanto manca a loro.

Cosa si riconduce a ciò che è giovane? Un amore giovane. Una passione giovane. Una mente giovane. Una notte giovane. Un ideale giovane. E quindi un amore coraggioso, che getta il proprio cuore al di là del possibile. Che non si ferma a considerare quello che è fattibile ma procede oltre. Una passione giovane, e quindi una passione instancabile, determinata, avara. Una passione che non conosce tempo e spazio se non i propri. Una passione che divora ogni cosa vi sia accanto. Che brucia ogni cosa che vi sia vicino. Una mente giovane, una mente fresca, che non si lascia ingannare, capace di leggere dove gli altri, quelli che han dimenticato di essere giovani o si son fatti convincere di non esserlo più, non vedono nemmeno il foglio. E ancora, una notte giovane. Una notte impavida. Una notte morbida. Una notte tenera. Perché c’è anche molta tenerezza nella forza di ogni giovane. Una notte in cui poter dormire e sognare o una notte in cui, con la luce ancora accesa, si cerca disperatamente di finire il libro dicendosi “va beh, arrivo al paragrafo e poi smetto”…che tanto lo sappiamo bene, noi giovani, che dopo quel paragrafo non ci possiamo fermare, perché c’è il successivo.

Ancor più forte, un ideale giovane. Un ideale che non ha padroni. Che nasce libero e genuino come un giovane. Che ancora non è e quindi che, proprio come un giovane, ha tutte le possibilità del divenire. Un ideale che batte nel petto di un giovane. Un ideale che ancora non ha alzato un muro dividendosi da tutto il resto. Un ideale che accolga con un sorriso e un caldo abbraccio, esattamente come farebbe un qualsiasi giovane. Un ideale che risveglia i cuori in un fremito vigoroso e improvviso, come un bacio rubato di quelli cui solo un giovane può osare tanto. Un ideale che vive nella meraviglia dell’adesso, perché come un giovane sa, tutto quello che conta è esserci, ora.

Imbrunire.

Imbrunire. Avviene ogni giorno. Non è un processo che si ripete sempre allo stesso modo, come quasi nulla. Non è neppure un processo unico: non avviene in un solo lungo istante ma in una susseguirsi di istanti. Istanti in cui pensieri, emozioni, silenzi ci attraversano e sono, a loro volta, da noi attraversati. Veniamo permeati e perturbati dalla natura che produce qualcosa in noi che a sua volta modifica la percezione che abbiamo della stessa e in un circolo virtuoso, è un costate mutare.

Ecco: imbrunire. Mentre scrivo è già un imbrunire differente. Come differente lo sono io. Prima soffiava un vento leggero, il cielo terso si distendeva permettendomi di vedere gli ultimi raggi di sole che rendevano leonina la cresta di una nuvola lontana. Penso. E il mio pensiero è mutevole e varia all'imbrunire.

L'uomo è fatto per vivere libero. Posto da chiedersi cosa libero voglia significare. Libero, intendo. Abbiamo inventato una parola - libertà - per riconoscere qualcosa che non sappiamo teorizzare. Non contenti, abbiamo aggiunto anche un concetto filosofico ontologico che ha impegnato pensatori, filosofi ed intellettuali - essere liberi - per riconoscere un qualcosa che non siamo.

Imbrunire. Ancora una volta, istante diverso, pensiero diverso. L'uomo moderno non è più felice perché è schiavo di sé stesso. È schiavo di tutto quello che pur  non essendo onticamente proprio del sé, finisce per modificarlo e sostituire le leggi naturali con cui ognuno di noi nasce.

Lentamente, imbrunire. Altro momento, altro pensiero. Date all'uomo la possibilità di vedere l'immenso e vorrà egli stesso respirare, pulsare ed essere immenso. Non penso occorra citare D'Annunzio e il suo Meriggio con quel profetico e grave "Non ho più nome". Non penso sia nemmeno citare Leopardi e la percezione di infinita grandezza in cui l'uomo tenta di immergersi quando conosce la natura, di scomodare questi grandi massimi pensatori e amanti del bello e dell'arte della vita. Whitman, Thoreau...non li voglio nemmeno citare al riguardo.

L'arresto del pensiero sopra espresso sta nella considerazione che in questa realtà per come la conosciamo e la viviamo, per come siamo stati abituati da tradizioni proveniente da un tempo bel precedente al nostro, giornalmente, vale più l'essere con-forme all'altro o agli altri anche se risulteremo in-formi rispetto a noi stessi. Importa più studiare - senza comprendere - , pregare - senza credere - , lavorare - senza impegno e passione - , magari dare alla luce una prole - per condividere le ipocrisie di un mondo così orgogliosamente quanto fittiziamente "colorato" -, invecchiare - senza fare della nostra vita insegnamento per i più giovani ma anzi assicurandoci di accumulare durante la nostra breve esistenza cose...cose che saranno patrimonio ma non eredità - e infine ritornare alla sostanza, uguale. Ritornare alla stessa sostanza da cui siamo stati originati.

Imbrunire. Vedo le tinte celesti cominciare ad accennare tonalità più sfumate. Il rosa e le sue gradazioni, pennellano aurore bucoliche angeliche tra veloci schegge pigolanti che profittano dell'ultimo sole per rincorrersi ancora nell'aria.

Imbrunisce e penso. Ho un libro accanto a me. Consumato. Divorato dal sole. Ingiallito. Le pagine crespe si scostano ricordandomi l'incuria e il poco amore o il molto utilizzo che ho riservato a questo testo, incolpevole. Conosco molto poco. Non so ben dirvi se sia il determinismo o il caso a dettare le nostre vite come direttrici maestre. Vivo, come posso. Vivo, quando posso. Porto le dita sull'arsura dei fogli accalcati. Chiudo gli occhi. Penso ad un caro amico. Penso che vorrei dedicargli delle parole non mie ma di un pensatore che sento più come un amico con cui discutere che un sommo filosofo da cui attingere idee. Le dita scorrono. D'un tratto, fermano la corsa frenetica e scrostano i margini rivelandomi uno dei passaggi migliori che avrei potuto, indipendentemente dal caso, scegliere.

"Dobbiamo imparare a risvegliarci e a restare svegli, non con ausili meccanici ma con un'infinita attesa dell'alba che non ci abbandoni neppure nel sonno più profondo. Non conosco fatto più incoraggiante dell'indiscutibile capacità da parte dell'uomo di elevare la propria vita con uno sforzo consapevole. È già qualcosa essere in grado di dipingere un certo quadro o di scolpire una statua, e dunque di rendere belli alcuni oggetti; ma è ancora più glorioso scolpire e dipinge l'atmosfera e il mezzo attraverso cui osserviamo - cosa che possiamo fare moralmente. Influire sulle proprietà del giorno: questa è la più alta fra le arti. Ognuno ha il compito di rendere la propria vita, in tutti i particolari, degna di essere contemplata nella sua ora più elevata e critica. Se rifiutassimo, o piuttosto consumassimo, le misere informazioni che riusciamo a ottenere, gli oracoli ci informerebbero distintamente su come potremmo farlo.
Andai nei boschi perché desideravo vivere deliberatamente, affrontare solo i fatti essenziali della vita, e vedere se non potessi imparare cosa avesse da insegnare, senza scoprire, giunto alla morte, di non aver vissuto. Non desideravo vivere ciò che non era una vita, per quanto caro mi sia il vivere; né desideravo la rassegnazione a meno che non fosse necessaria. Volevo vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, vivere in modo così risoluto e spartano da sbaragliare tutto quanto non fosse vita [...]"


Penso sia questo il miglior pensiero ch'io possa condividere con questo caro amico.

Imbrunire. Adesso. Sono anche io diverso da quando ho cominciato a vedere e sentire l'imbrunire. Da quando ho cominciato a scrivere per la prima volta, poco più sopra, imbrunire. Si, sono diverso. In questo momento, imbrunire, significa aver incontrato un amico.

sabato 16 febbraio 2013

Il caffè, ovvero uno stile di vita.


Caffè e bevanda al caffè. Grande differenza. Certo, magari certe cose non le consideriamo immediatamente. Forse diventano parte della nostra quotidianità con così rapida abitudine che le consideriamo un abito. Un comportamento usuale al di fuori del quale non sappiamo come funzionare noi stessi.

Riflettevo. Da qualche giorno, ho la possibilità di farmi in casa sia il caffè tradizione per come lo conosciamo che il caffè in stile statunitense. Il bibitone, per dirla meglio.

Metti l'Italia. L'italiano prende il suo tempo per il caffè. Si siede o si accomoda. Tutto si ferma per un caffè. Potrà anche essere un minuto ma in quel minuto c'è solo il caffè. Che sia con l'amico e quindi un momento di piacere condiviso, che sia con la mamma e quindi la chiacchiera sulla ragazza, che sia da solo...e quindi goderne dell'aroma in silenzio. L'italiano ha il tempo del caffè. E poi il gusto. È concentrato. Ristretto. Lungo. Espresso. Marocchino. Macchiato. L'italiano ha il gusto. Il sapore. Il dettaglio. L'italiano gusta il caffè.

Metti gli States. Loro no. Non hanno il caffè. Hanno la bevanda al caffè. Perché? Perché hanno preso il caffè e l'utilità e lo hanno unito al loro stile di vita, dinamico, continuo, non rilassato e veloce. Il caffè, lo tieni nel bicchierone. Diluito. Dura di più ed è meno concentrato. Certamente, arriva allo scopo. Estrarre dal caffè quanto serve. Però non è un caffè, è bevanda al caffè. Certo, è funzionale. Certo, è pratico. Certo, è adatto ad una vita dinamica, da metropoli, da professionista che non si ferma mai.

Io, da poco, a casa, ho sia la possibilità di farmi l'uno che l'altro. Si, uso la bevanda. Chi non lo farebbe? È veloce. Stai studiando? Niente caffè. Ti pari la bevanda. Te la metti vicino. La sorseggi. Cammini per giornate intere. Fresco e attivo. Sei di fretta? Ti stai muovendo per le strade, poi in ufficio, poi ovunque? Bicchierone, bevanda. Sempre con te. Non sei tu a fermarti e darti il tempo perché il tempo non è tuo. Non puoi decidere...quindi fai l'unica cosa che puoi fare: modificare.

Però il caffè è sempre il caffè. Non per una questione semplicemente di gusto. Proprio perché ha bisogno del suo tempo, ti ricorda che, magari non sarai veloce, magari ti dovrai fermare, però se vuoi qualcosa che abbia un gusto devi darle e darti il suo tempo per gustartela ed assaporarne fin la più duratura nota di amaro. Devi darti però anche il tuo di tempo. Perché non è detto che quel qualcosa esista già. Spesso, la devi anche preparare. Devi anche dare il tempo alla cosa di prepararsi. Insomma, per gustare qualcosa occorre che il gusto si formi. Non è una questione così semplice.

La preparazione. Quanta acqua mettere. Quanto caffè in polvere. Che caffè usare. Ritualmente usare una moka. Uno strumento dal meccanismo così semplice, a ricordarci ancora una volta che solo attraverso il semplice, matura il buono. La preparazione che non è solo disporre un pezzo di un utensile, è anche e maggiormente averne cura. Perché il caffè dev'essere pressato. Perché la moka dev'essere ben avvitata...altrimenti non c'è la giusta pressione. E qual'è la giusta pressione? Si sa, con l'esperienza. Avviti. Avviti forte. E capisci. Poi lo ricordi. Aspetti...puoi fare altro. Ecco, ed è meraviglia di tutte le cose. Mentre aspetti, facendo altro, quasi ti dimentichi la moka sul fuoco. Infatti a molti di noi capita di bruciare il manico della moka e, ancor peggio, di bruciare il caffè. Uno dei miei migliori amici avrà bruciato almeno 4 o 5 caffettiere.

E però, se dai il suo tempo, se curi con attenzione, se dedichi un po' del tuo tempo e badi alla caffettiera, ad un certo punto, il tuo silenzio, verrà rotto da un fragoroso scalpitare di una bevanda nerastra dal sapore non sempre particolarmente amaro ma di certo forte e intenso. E vedrai questa cascata fuoriuscire avida. E il profumo ti avvolgerà. Come il profumo di una donna.

E allora via il caffè con gli amici a parlare di tutto e nulla. Il caffè con i colleghi e discutere su questa teoria o su quell'altra. E via il caffè con la ragazza...che lo sappiamo tanto non sarà mai solo un caffè. Quello è il primo passo. E via il caffè con il papà, a discutere sempre di cose da uomini. E via anche il caffè con la mamma, a discutere sempre di cose da uomini. E via il caffè da soli, quello rumoroso nel silenzio del proprio respiro. Quello zuccherato con i propri pensieri o amaro delle preoccupazioni che più ci attanagliano. Il caffè...caspita, il caffè.

Scusate, vado. Sento, dal rumore tipico della moka, che il caffè è salito. Buon caffè a me.

giovedì 14 febbraio 2013

Canto all'amore. Ai tempi del carovita.

Prima di cominciare come al solito con una riflessione, vorrei dedicare a voi tutti dei versi d'amore. Ancor meglio, non proprio dei versi d'amore giacché non ho amore. E non potrò mai "averlo". Non sono nemmeno dei d'amore, giacché non amo. Forse tendo, desidero, penso...ma di certo non amo. Non ancora. Non si può amar da soli. Canto. Ecco, si. Quello posso farlo. Canto all'amore. Per cui, chiedendovi perdono ancora una volta per il dilungarmi mio solito, vi dedico il mio Canto all'amore:

Sarebbe più facile non amarsi.

Più facile, certo. Scorrere l'uno sull'ombra dell'altra.
Incontrarsi per caso e dirsi parole che non abbiano nulla di noi.

Sarebbe più facile non amarti.
Non soffocare nel tuo pensiero avido che,
stanotte,
mi spinge fuori da queste mura,
che vive del silenzio tra un abbraccio e il prossimo.

Sarebbe più facile, molto più facile non amarti affatto.

E non chiedersi chi ti compagna.
Di quale abbraccio ti nutri, quali labbra ti carezzano, quali mani ti sostengono.

Più facile, dico, perché libererei il mio spirto dalla conquista del domani, dagli inganni del qui e dell'adesso che non ci vedono assieme, sotto la stesso albero alla fresca ombra della stessa panchina.

Non amarti sarebbe più facile.

Potrei salutarti e vagabondare nel tuo profumo senza rimanerne drogato.
Potrei mirarti in lontananza e godere della meraviglia di astri millenari piuttosto di farmi incosciente navigatore sulla rotta tracciata dai tuoi occhi.
Potrei seminare germogli di affetto nella terra che solco e non desiderare di cogliere uno, dieci, mille, cento, dieci e mille altri ancora baci tuoi come pesche mature.

Più facile sarebbe non amarti.
Come sarebbe più facile non essere vivo.
Come sarebbe più facile non cercarti e non trovarti in un abbraccio.
Come sarebbe più facile-forte non abbracciarti affatto e sentire il tuo cuore, per un alitare di vita effimero e fuggente, pulsare di vigore e passione vitale così vicino al mio,
quasi a trarne l'uno dall'altro il segreto musicare.

Sarebbe più facile non amarmi.
E forse per te è già così.
Perché amarmi domanda coraggio.
Richiede follia.
Pretende incoscienza.
Canta la resa dell'umana ragione.
Impegna al primo sacrificio per due cuori che s'amano: affrontare, in una piccola bagnarola, flutti de' oceani vasti del tempo, dove bestie e orrori abissali non sono che in cerca di due giovani che osano gettare il proprio cuore al di là del possibile.

Sarebbe più facile non amarci.
E non sapere che in un arrivederci è serbato più che una promessa di un domani.

Amarci sarebbe osare.
Amarci sarebbe folle.
Amarci sarebbe meraviglioso.

Osiamo assieme dunque, l'uno nella mano dell'altra.
Perché già che si ha una voce, preferisco un ruggito che spezzi i quotidiani travagli silenti che un sospiro biascicato nei giorni che ci incatenano.

Facciamo i folli, siamo folli.
Perché non v'è follia più ragionevole che gettarsi nell'Amore.

Meravigliamoci e siamo noi stessi prima meraviglia.
Perché vivere è meravigliare ogni cosa. Ogni alito.
Amare è vivere. Vivere, insieme.

E ancora, sarebbe facile non amarti...
ma
quando mi scivoli sull'anima, danzando coi tuoi piedini,
quando con le tue dita pennelli calorose emozioni,
quando prometti con le tue labbra impavide note d'amore,
quando mi scoti e mi abbatti con un solo tuo sguardo...

...capisco che sarebbe molto più facile, per me, non amarti.

Poi ti avvicini e ti amo.
autore: io.

E con questo, un caro augurio a tutti gli amici fidanzati, in amore, in cerca o tranquilli e single come me ;) e auguri particolari a chi è stato deluso e oggi è sfiduciato.

Un augurio alle tante coppie di amici che conosco. Perché sono di grande ispirazione quotidiana. Auguri che so essere vissuti ogni giorno. Auguri che so essere condivisi ogni giorno. Auguri a loro che, nei momenti più difficili, o nei momenti di serenità e gioia, sono sempre assieme. Comunque vada. Dando una prova a sé stessi e al mondo, che l'amore esiste. Ed esiste per merito loro.

Auguri a chi è in amore, a chi lo vive...a chi, nonostante tutto, ogni giorno, tiene la speranza ben salda. Perché si. L'amore di per sé forse non esiste. Siamo noi che lo facciamo diventare reale. Siamo noi che gli diamo forma, per la precisione due corpi, attraverso cui entrare nel nostro mondo.  Siamo noi che lo facciamo respirare a pieni polmoni. Siamo noi che lo facciamo specchiare nei nostri occhi.

MA, e qui viene il melenso ( più di quando già non lo sia stato...ma che ci volete fare, perdonatemi...son così ;) ) e il difficile: auguri particolarmente a chi è stato deluso e sfiduciato, a chi è stato così solcato in profondità da aver messo una pezza col cinismo più pragmatico e raziocinante :) perché ci vuole un grande coraggio e occorre una grande speranza per vedere del bello dopo quintali di merda. La vita per come la conosciamo, le persone per come le conosciamo, spesso non aiutano in questo, spesso mettono molto del negativo. Opportunisti, voltagabbana, traditori, mentitori, calcolatori, arrampicatori, scimmiottatori, indecisi, impauriti, classisti, superficiali, accusatori, ossessivi, maniaci. Lasciamoli perdere per la loro strada.

Chiunque ha paura dell'amore e ancor più dell'Amare. Chiunque ne sarebbe indeciso al cospetto. Chiunque non saprebbe cosa rispondersi e rispondere. In amore, tuttavia, la domanda e la risposta sono l'uno e l'altra o l'altro rispettivamente. Eppure, correggetemi se sbaglio, quando si ama risulta tutto così semplice perché si asseconda un indirizzo naturale. Si ama. La paura, l'insicurezza, l'indecisione...quelle non derivano dall'amore. Quelle derivano dal ragionamento conseguente. Quelle derivano dal "si, però io studio qui e lui studia lì...come faremo per vederci?", "si, però lui partirà a breve e io invece...", "si però lui studia quella cosa...". Quel "si, però" non colpevole ma socialmente appreso, rovina la spontaneità. I tempi che corrono, da sempre, hanno preteso questa domanda.

Lo amo, ma con lui e di lui potrò anche vivere? Si potrà vivere assieme? Si è molto più cauti. Siamo tutti sognatori...ognuno di noi nel nostro letto, alla notte, abbiamo il sogno di una vita meravigliosa. Poi però dobbiamo scontrarci con una realtà che spesso non aiuta per nulla. E siamo senza un lavoro. E siamo con un progetto di vita rischioso. E viaggiamo. Siamo nell'era della comunicazione ma non ci parliamo più. Siamo nell'era dei viaggi intercontinentali ma non riusciamo a fare l'unico viaggio verso la nostra amata o il nostro amato che ci consenta di rendere piena un'intera vita. Siamo nell'era dei social network e siamo diventati asociali e incapaci di renderci socievoli.

E il silenzio, e le difficoltà quotidiane, e d'ogni patimento che la via già ci regala priva di parsimonia. L'amore è una cura, la cura dell'altro attraverso noi.

E, ditemi, e son sicuro che avrete sicuramente provato qualcosa del genere. La serenità, la quiete che si avverte in un abbraccio. La forza che si nasconde in una gesto così semplice e genuino, spontaneo e così piccolo da passare quasi inosservato come il prendersi per mano. Come il definirsi l'uno accanto all'altro. Come essere l'uno il sostegno, la pagaia dell'altro nel mare impetuoso che affrontiamo nelle nostre plurevoli vite. E la complicità di uno sguardo che sa dove seguire l'altro e come farsi seguire.

Amare!

E la conseguenza dell'amore qual'è? Quella spaventa. Quella blocca ogni nostro spasmo emozionale verso l'altro. L'amo. E dopo cosa accadrà? E se farò questa cosa? E se farà quest'altra? E se poi lui? E se poi lei? Il dopo...MA non si ama dopo, si ama ORA. E ora, cosa c'è se non lei o lui. Il dopo frega, non l'ora. In quanti "ora" abbiamo tradito noi stessi non amando con tutto noi stessi? E in quanti "dopo" ci siamo nascosti non servendoci avidamente e teneramente dei baci che avremmo potuto cogliere? E cos'è della nostra giovinezza eterna se non amiamo? L'origine di ogni cosa è a partire sempre dall'unione di qualcosa. Unione. Nulla nasce se non vi è un'unione.

Penso a me, penso agli errori commessi, penso alla mia vita e ad ogni momento che avrei voluto dilungare. Penso all'amore e ricordo di una notte a Bali, in compagnia di altre genti, e avevo in cuore una lei. Penso ad ogni luogo. Penso a tanti luoghi. E penso di una volta che andai via, e penso di una volta che ritornai. E penso di una volta in cui non non mi mossi, pur scalpitando, proprio. E penso agli abbracci che non sono riuscito a prenderle. E penso a quanto sia morbida e bella, Bella davvero. E penso che forse non ci sarà mai un noi, perché non c'è stato ad oggi...e forse non siamo giusti per essere un noi. Però, in quei pochi attimi, su anni e anni, riesce sempre a farmi capire quello che altri e altre nessuno mai mi fan giungere al cuore: la semplicità e fare ogni cosa col giusto tempo, con calma, gustandole, sono misura dell'amore, di tutte le cose e di qualsiasi "noi".

Tutte domande che appartengono al tempo degli uomini. Al tempo del denaro. Al tempo della ragione. Di certo non al tempo dell'amore. Il tempo dell'amore prevede solo due persone e nulla più. Vivere è amare e amare è vivere.

Insomma, l'ho tirata già per le lunghe...e son diventato, come mio solito, melenso. Tutto quel che mi rimane da dirvi è: buona vita!

venerdì 8 febbraio 2013

Il tempo di salvarci.

Il tempo corre. Il tempo sfugge. Forse a sfuggire è l'idea del tempo che abbiamo. Quello che vorremmo fare con quel poco tempo che abbiamo a disposizione. Molti di noi corrono freneticamente. Lavoro. Studio. Esami. Lezioni. Arrampicarsi non è un malvagio termine. È la condizione in cui veniamo gettati sin da quando veniamo al mondo.

Certo, non ci arrampichiamo all'ultimo respiro. Siamo nati, senza alcun merito, in quella parte del mondo in cui riesci a superare agevolmente e con quasi ogni cura possibile i 5 anni di vita. A dire il vero, stiamo bene. Sarebbe incoerente non ammetterlo. Noi, non rischiamo di terminare la nostra vita in condizioni di povertà assoluta prima di prenderne coscienza. Noi, non moriamo in un pianto provocato dalla fame che divora ci divora dall'interno. No.

Arrampichiamo. Chi arrampichiamo ossessivamente dove? Nella società. Prima la famiglia. Poi gli amici. Poi una compagnia. Poi lo studio. Poi il lavoro. Poi chissà cosa. Tutto quello che facciamo è arrampicarci. Non sappiamo dove. Non sappiamo come. Ancor più grave, non sappiamo perché. E se lo sappiamo, fingiamo di esserlo. Quante volte ci siamo risposti "faccio questa cosa perché mi piace..." ma ti piace, perché? Cosa c'è dietro il piacere?

Come sempre, genero molta confusione. Riprendo dal principio, da un concetto molto semplice. Tutta la nostra vita, si basa sulla fretta. Inseguire qualcosa. Fare qualcos'altro. Impegnarsi forsennatamente in qualcosa. Il che non è un male. Quando è l'ardore della passione a smuovere i corpi. Quando è la vita incarnata e pulsante a spingere verso quella strada. Eppure corriamo. E questo rovina molto di quel che siamo. Si sa, vi sono essenze nella nostra vita che richiedono tempo.

Il tempo di una lettera. L'avevo già scritto. Il tempo di scoprirsi. Il tempo di amarsi. Il tempo di amare. Il tempo di conoscersi. Il tempo di salvarsi. Il tempo di salvare un amico. Il tempo di affrontare il silenzio che dimora dentro ognuno di noi. Quel buoi che ti costringe a cercare riparo. Non importa dove. In un abbraccio. Raccolto, con i tuoi pensieri, contro il muro di una stanza. Rannicchiato. C'è un tempo per tutto. Non si è sempre coraggiosi. Non si è sempre forti. Non si vince sempre. E chi dice di vincere sempre si arrampica, ma si arrampica dove? Cosa vinci? Su chi vinci? Quanto importa vincere? Cosa vuol dire vincere?

Le mie riflessioni partono sempre esperienze vissute. Talvolta sono entusiasmanti, talvolta racchiudono quei fantasmi che nessuno di voi vorrebbe incontrare...ma, nonostante tutto, a volte, ci colgono impreparati tra le coperti di una notte insonne. Solitudine.

La solitudine è un tempo. Non un tempo che scorre e passa, come vorremmo, ma un tempo che non smette di ritornare su sé stesso. La solitudine non ha un peso, finché tu stesso non lo dai. La solitudine che si sceglie di avere, non è solitudine. È introspezione. È ascetismo. È necessità di fare. Quella non è un male. Per nulla, anzi. Quel tipo di solitudine, quella che ci si sceglie, è benevola. Tuttavia, la solitudine è anche una non-scelta. Ci si ritrova soli. Quella solitudine regalata da chi ci sta più accanto. Perché pur essendo vicino ad una persona, si può stare molto lontani. La solitudine è incapacità di comunicare vicendevolmente. Chi è solo, è altrove. Un altrove difficilmente arrivabile se non da chi decide di compiere un viaggio. Di certo, non è la battutina con gli amici al bar a curarti. Di certo, non è la seratina con la ragazza tipo a colmare quel qualcosa che avverti mancante. Ci saziamo già con un idea, con un pensiero, anche la sola considerazione che qualcuno ci voglia bene ci cura dalla solitudine. Eppure non sempre è così.

Perché non è così? Per la stessa motivazione per cui accusiamo i nostri tempi di non essere romantici. Per cui, preferiamo ammettere di esser diventati cinici che delusi. Per la stessa motivazione per cui, con somma presunzione, affermiamo di non credere nell'amore. Perché l'amore è questo. Perché l'amore è quello. Mai nessuno che provi ad amare, tutti invece che si dilettano nel dire cosa questo non sia. Il problema è che nessuno scrive più lettere d'amore o che nessuno più le voglia leggere? Sembra una domanda stupida e banale ma oggigiorno, chi scrive più lettere d'amore e perché dovrebbe farlo? Le lettere d'amore vengono strappate. Sono vecchie. Non servono. Badiamo bene, non servono. Servire. La lettera, quel pezzo di carta scritto con un foglio del nostro quotidiano o con una carte ricercata che dice tanto della cura che abbiamo avuto per scegliere qualcosa in cui imprimere i nostri intimi pensieri, ha esaurito il suo tempo ancor prima d'esser stata scritta.

E se non abbiamo tempo di una lettera, avremo mai il tempo di meravigliarci della visione di una ragazza? Avremo mai il tempo? Lo concederemo a noi stessi? Lo ruberemo, quasi fossimo dei ladri nella notte, ad una vita frenetica che ci spinge, obbliga e insegna ad andare avanti comunque vada? Cosa ne sappiamo noi? E se non abbiamo tempo di una lettera, avremo mai il tempo di baciare? Il tempo di carezzarci? Il tempo di un abbraccio? Il tempo di fare l'amore davvero. Il tempo di scoprire l'intimità dell'altro o dell'altra nei nostri respiri. Il tempo di fare l'Amore. Di adagiare l'uno accanto all'altra stremati non per una notte di sesso ma per una notte di amore. E ancora il tempo di capirsi. Il tempo di percepire qualcosa che non va. Il tempo di leggere angosce, turbamenti, felicità e dolori negli occhi delle persone che ci vivono accanto?

Perché l'amore, il prendersi cura non è una sola questione di coppia. L'amore è ovunque. E noi ne siamo ciechi e siamo ciechi rispetto a tutto il resto. Vediamo ma non guardiamo. Sentiamo ma non ascoltiamo. Poi avvengono disgrazie e drammi ceh sconvolgono intere famiglie e ci chiediamo perché mai. Perché esiste il suicidio? In quale stato di sofferenza dev'essersi trovata una persona per decidere di darsi la morte? Quale grande patimento e turbamento interiore avrà dovuto patire tale persona? E se noi non ce ne fossimo accorti? E cosa avremmo potuto fare se...? Nulla.

Perché? Perché abbiamo perso la capacità di guardare. Perché vediamo ma non guardiamo. E oggi, guardare è un'abilità che solo in pochi hanno. Scrutare una persona. Invadere i suoi pensieri. Con discrezione. Entrare in punta di piedi nelle sue giornate e comprenderne l'ordito. Potrebbe salvare molti di noi. Molti di noi che vengono segregati da una vita dinamica in abiti stretti, in parole violente e false, dense di ipocrisie. Molti di noi che vengono violentati ogni giorno. Gli occhi, rivelano molto più di quanto vorremmo far credere e molto meno di quanto siamo abituati a pensare. Non si tratta di anima. Si tratta di animo. Quanti di noi, hanno l'abitudine di sedersi davanti ad un amico e trovarsi con lui? Trovarsi. Quanti possono dire di conoscere intimamente una persona? La maggior parte di quello che diamo a vedere non è che una parte ben più piccola di un un'unghia. Ne potremmo mai fare una colpa all'amico che non riesce a guardare? Possiamo essere così presuntuosi ed egocentrici? Giammai. Perché come l'amico o il compagno o la compagna non scruta i nostri turbamenti, così, anche noi preferiamo scivolare l'uno accanto all'esistenza dell'altro. Come navigli che s'incontrano nella nebbia. Ci sfioriamo.

E così passa una vita. Tra amicizie che altro non sono che continui sfiorarsi. E poi si attende l'estremo gesto, per dire "non me lo sarei mai aspettato", "non c'era alcun segnale", "una cosa di questa non l'avrei mai immaginata". E invece no. Anche in quel momento, mentiamo a noi stessi. L'avremmo immaginato. Il patimento si riconosce subito.

Il problema rimane sempre quello. Leggersi. E se non abbiamo il tempo di leggere una lettera, una semplice lettera fatta di parole d'inchiostro e di caratteri gettati lì alla buona, su un foglio di carta che potremmo anche riconoscere familiare...come potremmo mai cimentarci nella lettura di un altro essere che pur vivendo accanto a noi non ci è familiare?

Il tempo di salvarci. Si. Perché ognuno di noi corre freneticamente nelle proprie vite e non si accorge di quanti silenzi non ascolta. Non ci si accorge di quante vite potrebbe salvare se solo si fermasse di tanto in tanto ad ascoltare. Non ci si accorge dei naufraghi abbandonati negli angoli delle strade o negli aeroporti o di chi vagabonda tra una stazione e l'altra della propria vita cercando ancora il biglietto. Prendiamo sempre la via più veloce, che non è quasi mai quella migliore. E invece di capire i silenzi di qualcuno lo etichettiamo come cupo, come problematico, timido, introverso, introspettivo, asociale. E invece di capirne la fragilità, non perdiamo tempo a far schioccare la lingua e introdurlo al mondo come debole. Il cristallo è fragile ma nessuno oserebbe dire che sia anche debole.

Preferiamo lasciare che combattere. Preferiamo inventare piuttosto che capire. Preferiamo urlare invece di avvicinarci. Preferiamo tutto quello che ci consente di arrampicarci più velocemente. Più soldi. Più reputazione sociale. Perché io vivo in quanto riconosciuto da altri. Non esisto da me. Senza l'altrui riconoscimento non sono nessuno. E tale considero l'altrui. Se non ti riconosco qualcosa di fittiziamente concordato, non sei nessuno. E così l'ipocrisia del nostro tempo cresce. E più affermiamo con somma contentezza, quasi a prendere le distanze da un appestato, che non crediamo nell'amore, che l'amore è roba per sognatori e bambini, più perdiamo noi stessi e ci abbrutiamo, impoveriamo quel briciolo di umanità che ancora ci rimane. E più ripetiamo a noi stessi che non crediamo nell'amore, più impediamo al nostro essere di vivere e colorarsi dell'altro, e neghiamo la felicità qualunque forma essa abbia.

E intanto le nostre vite scorrono. Vuote di abbracci. Vuote di amore. Piene di parole. Piene di tempo. E cosa ce ne faremo mai alla fine del tempo, di più tempo, se non sapremo come usarlo? Se non avremo a chi donarlo? Perché, forse, il regalo più personale che possiamo donare a qualcuno è il nostro tempo. Il tempo di amare, il tempo di un abbraccio, il tempo di giocare con nostro figlio, il tempo di leggere una lettera, il tempo di salvare qualcuno dal suicidio, il tempo di salvarci da noi stessi.

domenica 3 febbraio 2013

Condannati a morte, scegliendo la vita.

Stamani, durante una normalissima colazione in famiglia, quella tranquilla, da appena alzati...quella di quando sei ancora in pigiama e ti avventuri per le lande di una casa ancora dormiente, guardai mia sorella e pensai a voce alta ( come mio solito):

Già dal momento in cui nasciamo, siamo condannati a morte.

Certo, l'accoglienza non è stata tra le più calde. Ricordo solo una risposta "comunque, buon giorno...eh. Comincia bene questa domenica...l'allegria, cos'è? Eeeeeeevvai!"


Si, evviva. Lo so. Sembra un banalità. Una di quelle banalità da frase fatta che si spaccia come grande verità emersa da chissà quale esperienza new age o da chissà quale lettura di classici della letteratura.

Torno serio, giusto un momento.

Siamo condannati a morte. Spesso nelle nostre vite rimaniamo arginati nelle nostre convinzioni tanto da rimanerne, per lo più schiavi. Non riusciamo a fare questo. Non siamo qualcosa. Abbiamo paura di. E se facciamo questo cosa accadrà? Preoccupazioni varie. Beh. Del resto, la cosa peggiore che può avvenire è non provocarci la morte ma anticipare la nostra condanna a morte.

Probabilmente riesco ancora ad essere banale come, mi auguro, non lo sono mai stato.

Ricomincio dal principio. Siamo condannati a morte. E si sa: ad un condannato a morte, spetta sempre l'ultimo desiderio. Il problema con noi è che non sappiamo quando la nostra condanna verrà scontata. Sappiamo che prima o poi dovremo morire ma non ci è dato sapere quando e come.

Già, si potrebbero scrivere almeno due o tre libri su pochi temi snocciolati qui sopra ma no, non è questa la mia intenzione. Tutto questo discorso, mi è stato generato da una riflessione di una cara amica:

"La gente fredda. Ecco si, se dovessi pensare a una categoria che non sopporto. No, non i politici, non i comici che non fanno ridere, non i ciarlatani..I freddi. Quelle persone che passano sulle altre persone senza lasciar segno. Che non rispondono davvero alle tue domande, che non si entusiasmano con te o per te, che hanno bisogno di tempo per capire, tempo per pensare e che poi comunque rimangono lì a fissarti. Quelle persone che non si buttano mai, che non si tradiscono mai, che non rischiano mai nemmeno a parole. Appunto, loro."

Sembra ancora una volta una grande banalità, me ne rendo conto. Eppure, siate sinceri, quante volte non avete fatto qualcosa, detto qualcosa, agito, pensato, cantato, ballato, fatto quel che vi passava per la testa in quel dato momento solo perché avete ritenuto che non fosse il momento di farlo. O non fosse l'occasione. O che il luogo non fosse quello giusto? O che non foste in compagnia delle persone giuste per fare quella data cosa? Quante volte vi è mancato il coraggio di vivere? Quante volte avete rischiato? Si dice che le occasioni vanno prese al volo...penso che in taluni casi, le occasioni, vengano perse al volo. E questo è gravissimo.

Su questo, vorrei piantare il seme della mia discussione. Se è dato che siamo condannati a morire, chi oserebbe davvero pensare che non sia "il momento giusto"? E se il momento dopo non fossimo più? Se quello fosse stato il nostro ultimo momento, cosa avremmo fatto? Di cosa ci saremmo ricordati dopo? Del fatto che in quell'ultimo unico, fugace ed irripetibile momento, in cui ancora i nostri polmoni si riempivano di vita, in cui il cuore pompava la dinamica irrequietezza nelle nostre vene, nel momento in cui le emozioni dipingevano di rosso le nostre guance...non abbiamo fatto quel che avremmo voluto fare, quel che sentivamo di voler fare per chissà quale ragione? E se quello fosse stato l'ultimo desiderio, che orrendo modo di spenderlo!

Io non so voi ma mi vengono i brividi. Pensare che nell'ultimo momento della mia vita, che potenzialmente potrebbe essere qualsiasi, non ho fatto qualcosa che sentivo e che volevo fare per chissà quale motivazione.

Che pensiero orrendo!

Tutta la nostra vita è unica. Ogni momento è unico. Ogni cosa è unica. Nessuno la vivrà come noi, malgrado quanto si potrebbe pensare, perché ognuno di noi è una combinazione di variabili incalcolabili in un sistema caotico con un suo ordine che non ci è dato sapere. Ogni nostra azione è un evento unico ed irripetibile. Abbiamo la potenzialità che ci scorre tra le dita. Nuotiamo nel fiume. Portiamo a spasso il cane. Guardiamo la nostra amata negli occhi. Diamo un bacio a nostra mamma. Ci scambiamo una pacca con un amico. Abbracciamo nostra sorella. Qualsiasi cosa facciamo, è unica e non ripetibile allo stesso modo di un qualsivoglia momento che è già passato nello stesso momento in cui è stato vissuto.

Caspita. Solo questo, già, dovrebbe rendere ogni momento così intenso da renderlo quasi impossibile da vivere a pieno. Eppure, pensate a tutto questo mentre fate qualcosa? Sicuramente no. E se putacaso lo pensate, distoglietevi immediatamente...vi fissereste su quel che state perdendo e non su quel che potreste vivere, causando una distrazione gravissima che vi farà perdere ancor più vita. Ansia. Che ansia, caspita.

Bene. Riprendiamo fiato. Un momento. Appunto.

Pensate all'ultima volta che avete passato del tempo con un vostro amico. Pensate all'ultima volta in cui avete fatto l'amore alla camporella. Pensate all'odore della vostra amata o del vostro amato sul vostro corpo. Pensate al battito di un cuore e alle sue vibrazioni che riescono a smuovere in uno spasmo frenetico l'intero corpo e persino l'anima, a volte. Pensate a tutto questo. Pensate ai petti dei giovani che d'ogni tempo e luogo hanno creduto in loro stessi lanciandosi verso la conquista e l'esplorazione di un mondo ancora sconosciuto a loro...perché di certo, oggigiorno, con qualche click, possiamo arrivare ovunque ma solo camminando si scopre la meraviglia dell'esistere...che è quella di mettere un passo davanti all'altro per continuare ad andare avanti verso una meta che non sempre conosciamo. E cosa ci spinge se non la vita stessa?

Ecco. La vita. Noi siamo condannati a morire, certo. L'ho ripetuto almeno due o tre volte durante tutto il corso di questa non saprei bene come definirla...di questo inno alla vita. Forse.

Perché inno? Perché il pensare che la nostra morte è segnata mi fa pensare anche al come vogliamo che la nostra vita venga vissuta. Come vogliamo andare verso la morte? Giacché sappiamo che non può succederci nulla se non di peggio che morire...e quello capiterà certamente, cosa ci potrebbe fermare? Cosa ci può impedire dall'essere quello che vogliamo essere?

Giacché abbiamo una mente, diamole in pasto buon cibo. Alimentiamola. Rendiamola operativa al meglio delle sue possibilità, qualunque esse siano. Formuliamo idee. Realizziamo calcoli. Pensiamo il mondo che sarà a partire da quello che è. Abbiamo un progetto in mente? Diamoci anima e corpo! Vorremmo scrivere una poesia? Scriviamola! Sarà magnifica! Vogliamo dire qualcosa a qualcuno? Facciamolo, sarà una grandissima orazione! Leggiamo. Apprendiamo con grande spirito di curiosità. Lo spirito di chi, nella vita, ha sempre raggiunto la genialità semplice e genuina. Einstein diceva di sé di essere solo un uomo curioso. Un uomo curioso è un uomo che non smette di usare mai la mente, di chiedersi ostinatamente "perché?", anche quando vi siano domande scomode e particolarmente difficili e complesse. O meglio, risposte scomode, particolarmente difficili e complesse. La domanda, non lo è mai. Perché? Perché domandarsi allontana l'orizzonte e se è vero che l'utopia è come l'orizzonte - fai due passi e si allontana di due, ne fai dieci e si allontana di dieci, cit. E. Galeano - e senza poterla raggiungere serve solo per ricordarti di camminare, allora, il "Perché?" a cose serve? Magari, non aiuta immediatamente ma ogni perché è un passo verso l'orizzonte...più perché fanno un grandissimo orizzonte. Di quelli che si possono vedere a Bali. Di quelli che si possono vedere in qualsiasi posto del mondo. Oppure riposiamoci, che importa. Diamine! Purché vogliamo riposarci. Non riposiamoci per noia o perché non vi sia nulla da fare...perché un condannato a morte non aspetta la morte. Vorrebbe riempire ogni suo minuto di quante più cose possibili.

Giacché abbiamo voce, ognuno decida cosa farne. Personalmente tra un sibilo accennato, biascicato, preferirei un ruggito carico di quella spinta vitale creatrice che emerge al momento della nostra condanna, quando si nasce: il vagito.

Il vagito non è un pianto. È un ruggito. È un urlo di liberazione. SONO VIVO! Ecco, abbiamo dimenticato a ruggire con la stessa intensità, con la stessa caparbietà, con la stessa liberazione di un bambino, che pur ricevendo la sua condanna...ha la forza di lasciarsi andare ad un grido prolungato e gettato nel silenzio del mondo che non lo accoglie di certo e non sta ad aspettarlo. Il mondo, lui, quello...corre. E se ne frega se un altro bambino è appena nato. Tanto vale ruggire, urlare SONO VIVO! ricordare al mondo che siamo ben più che condannati a morte, ricordare che siamo VIVI!

Giacché abbiamo mani e dita veloci, ognuno decida cosa farne. Se tenere penne che scrivano veloci, se imbracciare bacchette con cui mangiare piatti esotici o suonare strumenti dal gran baccano o pizzicare delle corde, reggere un libro, carezzare la pelle, sferruzzare con degli aghi da lana, scaccolarsi il naso, mangiare le patatine fritte con le dita...che tanto a tutti piace, anche ai più salutisti. Insomma, tra le nostre dita, tra le nostre mani...scorre non il futuro ma il divino. La possibilità di incidere tramutando quello che la nostra mente pensa in emozioni, in cose. Trasformare le idee in cose è un qualcosa di creativo, di divino.

Avete mai provato ad ascoltare un violinista? Un musicista, comunque? Un poeta. Un artista. Loro creano. E creano non a partire dal nulla ma a partire da loro stessi. Generano sé stessi nel figlio, loro arte di comunicare al mondo SONO VIVO!

Giacché abbiamo delle gambe, usiamole. Usiamole per camminare lontano o vicino. Per far saltellare un bambino e farlo giocare a cavalluccio. Per far sedere una ragazza e dedicarle una canzone, suonando una chitarra contemporaneamente. Usiamole per accovacciarci per terra e prenderci il nostro tempo magari con un amico a nostro fianco. Gambe. Usiamole per correre giocando a tennis. Usiamole per farci carico di una bambina sulle spalle, per farla giocare a vedere il mondo dall'alto. Usiamole giacché le gambe sono forti e ci consentono di sfidare e sfidarci verso altezze ed arrampicate sempre maggiori.

Giacché abbiamo delle spalle, facciamole sentire utili. Mettiamo in spalla uno zaino e andiamo. All'avventura. Ora. Così. Come siete vestiti. Perché non c'è vestito migliore che potreste utilizzare se non quello che già avete indosso. Non vi serve null'altro. Omni mea, mecum porto. Usiamole per prendere sulle spalle una ragazza, durante il solito ritorno di notte, quando è stanca e le fanno male i piedi...perché lo sappiamo che ci piace sentire il battito del suo cuore sulla nostra schiena. E lo sappiamo che è un qualcosa di più di emozionante sentire il suo profumo. E magari siete appena tornati dal mare...e i suoi capelli bagnati vi solleticano il collo. E allora prendetela ancor più, perché il suo profumo e il vostro calore possano fondersi in un momento di rara magia che solo gli amanti conoscono.

Giacché abbiamo una bocca e delle labbra, diamo loro un senso di esistere. Facciamole agitare in una risata. Facciamole divertire in mille boccacce da fare con gli amici davanti ad una macchina fotografica, cercando di immortalare attimi di ilarità che mai più torneranno. Ce ne saranno di migliori, forse. Chissà. Dipende da noi. Baciamo. Baciamo con tutto noi stessi. Baciamo con le sole labbra, assaporando di ogni ruga sulle labbra dell'altra. Baciamo la pelle della nostra amata, così delicata...e dal sapore invitante. Parliamo. Ma solo quando vi sia qualcosa che abbia un valore maggiore del silenzio. E facciamole bagnare inumidendole con la lingua per provocare qualche bel ragazzotto. E curiamole, perché il freddo spesso le rende così deboli...che solo con tanti altri cento, mille mila altri baci si potrebbero riscaldare. Solletichiamole con una linguaccia! Perché la linguaccia la facciamo e ci piace davvero farla.

Giacché abbiamo un sesso, abusatene. Fate l'amore. Facciamo l'amore. Così. Come ci viene. Così come lo vogliamo. Così come lo desideriamo. In ogni luogo. In ogni momento. Alla camporella. In un letto. In un divano. In un parco giochi. In macchina. Nello stanzino di prova di un grande negozio di moda. Nel letto dei suoi. Nel letto dei tuoi. A mare. Al lago. In montagna. In campagna. In fattoria. Tra il fieno. Nel bosco. Sopra la lavatrice. Nella doccia. In cucina. Ovunque è un buon posto in cui fare l'amore, perché l'amore non ha spazio se non quello che c'è tra due amanti e non ha tempo se non quello che intercorre tra un bacio e l'altro. Facciamolo tutto. Prendiamoci l'uno dell'altro. E affondiamo nei seni ringraziandone per l'abbondanza. E godiamone appieno prendendone a piene mani. Senza vergogna, perché l'amore è meravigliare il proprio amato o amata. E penetriamo la nostra amata una volta e una volta ancora, nella vagina o dell'ano come piace a noi e come piace a lei o a lui, sopra, sotto, a destra, a sinistra, da tutte le parti. Coricati. Distesi. In piedi. In ginocchio. Abbracciati a cucchiaio. Da dietro con impeto. Selvaggio. Delicato. Raffinato. Con candele e fiori. Con la fame amorosa come amanti che non si vedono da anni. E sentendoci. E facciamoci prendere l'uno dall'altra finché non ne saremo ebbri. Avidi. E ancora. Ancora. Ancora e ancora finché avremo respiro. Carezziamoci. L'amore è toccare l'altro già prima che col nostro corpo. Quello è una conseguenza. Non sempre necessaria.

Giacché sappiamo guardare, non vedere ma guardare, desideriamo. Desideriamo quanto di meglio possiamo fare. Animiamoci con quanto di meglio questo nostro viaggio verso la condanna definitiva ci offre. E se non ci offre, cogliamolo da noi. Desiderare ardentemente. Volere. La Volontà. Non esiste forza più potente ed onnicomprensiva della Volontà. Giacché abbiamo una volontà, diamole fuoco. Facciamola divampare. Rendiamola inestinguibile. Diamole in pasto ogni nostro sogno. Trasformiamola in carburante. Facciamo della Volontà, la nostra più cara alleata. Che ci possa svegliare e galvanizzare come un canto maori, come l'haka pokareana. Che ci possa risuonare nelle interiora e smuovere le budella come se sentissimo canti di guerra suonati con cornamuse incantate di vita propria.

E, ditemi, quanti di voi, ricordano momenti in cui hanno pensato davvero SONO VIVO! ? Quanti momenti del genere avete passato? In quanti momenti avete dato a voi stessi prova di essere vivi? 

venerdì 1 febbraio 2013

Cura e Guarigione: lo spirito dell'uomo.

Mia nonna, una gran Donna davvero, un giorno s'ammalò di cancro.

La notizia in un primo momento ci sconvolse. Mia nonna, senza tanti mezzi termini, era ( già, era. ) la colonna portante di una famiglia intera. Una Donnona davvero. Che si divertiva, sapeva farlo e sapeva anche e maggiormente far divertire chi gli stava intorno. Una Donna davvero piacevole. Di umili origini, umile a sua volta ma con una grande e forte volontà e dal carattere indomito.

Era una gran Donna. Grande anche fisicamente. Aveva cresciuto tre figli maschi. Una Donna davvero forte. Tanto forte che batteva mio padre e i miei zii a braccio di ferro. Una figura prorompente. Una figura taurina con una cresta leonina tenuto a perfezione come un drappo di rappresentanza, un grande sorriso, occhi svegli e tanto affetto per noi nipoti. Una donna che se doveva dare uno scappellotto a mio zio, che era ben più alto, prendeva lo sgabello, saliva e gli dava uno scappellotto. Una donna che camminava sempre con le caramelle in tasca MA che teneva anche uno spillone molto lungo nell'altra. Così, ogni tanto, quando qualcuno diceva qualcosa di sbagliato...si sentiva "ahi!". Non scherzo mica. Lo faceva davvero.

Non fu facile vivere quel periodo. Pian piano che i cicli di chemioterapia diventano sempre più frequenti, mia nonna pian piano si rimpiccioliva. Si rimpiccioliva nel corpo ma non nello spirito. La vedevo diventare sempre più minuta. Asciugarsi. Quelle sue enormi braccia che una volta trafficavano e che mi prendevano in braccio quando ero molto piccolo, che sollevavano ingenti pesi come fossero fuscelli, ora, erano poco più che ramoscelli oscillati dal vento. Quella sua grande forza fisica era stata, ora, completamente prosciugata da quel male. Il drappo leonino era scomparso. Il sorriso, no certo...ma gli occhi erano stanchi, molto stanchi. E questo lo ricordo bene.

Un giorno, in ospedale, non trovai mia nonna nella sua stanza. Mi girai intorno e vidi che mancava la vestaglia e le pantofole. Uscii dalla stanza e mi misi ad ascoltare. Sentii la sua voce, riconoscibilissima, malgrado tutto, tra mille. Pur stanca, pur afflitta, pur consumata da un male che da lì a poco l'avrebbe estirpata da una famiglia che ancora la piange, mia nonna, questo piccolo esserino che si trascinava con forza e caparbietà, era in una stanza con altre signore, a raccontare una barzelletta. E che risate.

Vi rendete conto? Una barzelletta. Quando qualsiasi altra persona, avrebbe atteso con disperazione e rassegnazione la propria morte, nell'agonia evidente di un volto emaciato e consumato dalla chemioterapia, cosa stava facendo mia nonna? Raccontava una barzelletta con enfasi per far ridere altre signore.

Ecco. La mia riflessione, oggi, comincia da qui. Da questo ricordo. Intenso. Profondo. Che dimora ancora e che mi auguro sempre lo farà, tra le mie memorie.

Perché ho utilizzato Cura e Guarigione. Perché riflettendovi, mi son reso conto che questi due termini, pur simili tra loro ma non inerenti alla stessa azione, allo stesso processo per meglio dire, tendono ad essere erroneamente scambiati vicendevolmente. Capita spesso di sentir dire, "non v'è guarigione per questo male" o ancor meglio e più calzante "la medicina ha guarito". Parimenti, sovente, si sente dire "prenditi cura di", "aver in cura"...per poi passare al "trovata una cura per".

Sembra si riferiscano allo stesso processo, no? Il miglioramento della condizione stazionaria in cui ci si trova. Apparentemente è di questo che parliamo. Medicalmente parlando, questo è. Non si scappa.

Eppure, se ragioniamo senza alcuna retorica e istinto narrativo, guarigione e cura non sono la stessa cosa. Non lo sono proprio per nulla. Che dite, come sempre, proviamo a ragionarci assieme?

Guarigione. Guarire. Guarire da qualcosa. Ha guarito. Ha fatto guarire.

A cosa si riferiscono? La guarigione è un processo automatico, per così dire. Il corpo si guarisce da solo. Evidenza biologica notabile a partire da qualsiasi testo di biologia. Guarire, implica già un livello diverso. Implica che il soggetto guarisca. Implica che il soggetto voglia guarire. Giacché la guarigione non arriva dall'esterno. Non viene creata dall'esterno ma, semmai, viene facilitata dall'esterno, indotta, direzionata, pilotata. Guarire da qualcosa. Già perché si guarisce da una brutta polmonite, da un cancro alla mammella. Da cos'altro si può guarire? Si può guarire da una delusione? Da un qualcosa che non è fisico? Certo. Si guarisce da una relazione, da una delusione, dal trauma di una morte. Si guarisce da quasi qualsiasi cosa. Il fatto, però, è questo: SI guarisce. Tu, guarisci, da te. Sono tre passaggi. TU, soggetto che decide di guarire, soggetto che vuole guarire pur non sapendo come. GUARISCI, è un processo naturale, puoi ritardarne gli effetti o puoi velocizzarli, puoi incrementarli e migliorarli o puoi peggiorarli e diminuirli altrimenti non parleremmo di "risposta" quando si tenta di aiutare qualcuno a guarire. Si, perché, e mi piacerebbe sentire il parere di qualche medico, non penso sia il medico a guarire, penso sia il medico ad indicare il cammino per la guarigione a chi vuole guarire. DA TE, perché la guarigione è un processo che parte da te, parte dal di dentro, parte dal tuo amore per la vita.

E questa è la guarigione. Discorso, forse, più semplice. O forse l'ho reso io, da esterno al campo ed alla professione medica, mi auguro però, ancora per poco, semplicistico. Chissà. Se qualcuno volesse confrontarsi su questo tema, sarà ben accettato e letto.

La cura. Cura. Curare. Avere cura. Prendere in cura. Curarsi. Curati! Prenditi cura di. Curatore. Curante, o chi è in cura.

Di certo, non avete sentito mai dire "Guarisci!". Di certo, non avete mai sentito dire, "questo è il mio paziente in guarigione.". "Questo è il paziente in cura."...da che, "prendersi cura di".

È una banalità, o almeno potrà anche sembrare tale, eppure riflettere su talune "ovvietà", fa rendere conto di quanto, così ovvie, tutto sommato, non siano.

Del resto, curare, prendersi cura, avere in cura, si riferiscono tutte alla stessa azione, allo stesso processo. Mentre la guarigione ha a che fare con il solo soggetto che da sé, guarisce, naturalmente, la cura ha a che vedere con la capacità di una seconda persona, di entrare in relazione con qualcuno empaticamente e avere riguardi verso la sua salute, processo non esattamente naturale o almeno non così scontato. Una madre cura il proprio bambino. Curare il mondo dai suoi mali.

Basta? No, non proprio.

Una canzone di un mio coterraneo, Battiato, recita così:

"Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via." [...] "Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore, dalle ossessioni delle tue manie. Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. E guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale, ed io, avrò cura di te." [...] "Ti salverò da ogni malinconia, perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te...io si, che avrò cura di te.".

Una poesia musicata più che suggestiva. Un vero toccasana per l'animo romantico di ognuno di noi. Eppure, non solo. Già, dico non solo, perché, non si parla di guarigione medica ma di Cura. Di prendersi Cura. Di Avere in Cura un qualcuno. Che, riconosciamolo, non è esattamente la stessa cosa di guarire.

Curare implica relazione. Curare implica l'azione di due soggetti, non più di uno. E chi potrebbe curare? Cura solo il medico? E come cura il medico? Cosa fa un paziente per essere in cura? Il paziente si affida al medico. Si, lo so, sono noioso con tutta la manfrina delle parole e del significato MA badate bene, si affida! Mica si appella, si schiude, si lascia...no, è un atto di fede: si affida! E con la fede mica si scherza. Quando ci si affida, si consegna sé stessi nelle mani d'altri. Ci si consegna, senza se e senza ma.

Curare, quindi, ha un significato molto più profondo ed emotivo che non già guarire. Curare vuol dire accogliere chi si affida a noi. E mica è una cosa semplice e da prendere sottogamba. Chi cura chi? Come cura? Sono domande non di facile risposta.

Una mamma cura il proprio figlio. Se ne prende cura. Fa attenzione a che non gli capiti nulla di spiacevole. La mamma prova amore.

Un fratello ha in cura sua sorella. Processo istintivo o naturale: protegge inconsapevolmente. Il fratello ha un attaccamento familiare alla sorella.

Un uomo ha cura di un cane. Discussione già più complicata. Come ne potrebbe avere cura? Di cosa ha bisogno un cane? In cosa, il cane, si affida? Ricordate, curare è relazione...l'avevo detto prima. Bene, quando capita di trovarmi a casa di qualche mio amico che ha un cane, cerco subito di stabilire una relazione. Non una relazione che si instaura tra due persone. Quella, a volte, è molto costruita, filtrata, non è naturale. Richiede delle rigide etichette. Se vuoi dare un abbraccio, spesso non lo fai. Non perché non puoi, quanto perché è un simbolo. Non sai come verrà codificato. Se vuoi dare un bacio, spesso non lo dai. Non perché non vuoi darlo o perché non senti di volerlo dare, quanto perché, spesso, l'uomo è artefatto nel suo stesso sentimento attuale. Un bacio non è mai solo un bacio.

Con i cani, no. Se vuoi giocare con un cane, giochi. Lui, il cane, non ha artefatti sociali pesanti. Lui, il cane, comunica con te nella maniera più diretta, quella naturale, quella che tendi ad evitare perché me hai paura. Quella che quando la riconosci la scansi perché ne vieni sondato e ne hai paura perché, spesso, ti fai trovare impreparato. Ecco perché molto hanno paura dei cani. I cani comunicano con noi. Abbaiano. Ringhiano. Ci guardano. Ci annusano. Muovo le orecchie. Cercano di farci capire qualcosa. Noi, però, poiché abbiamo perso la capacità di essere istintivi, poiché ci siamo rintanati nel comodo dell'umanità civilizzata, abbiamo dimenticato le regole di comunicazioni innate.

Lo sguardo. Il contatto. L'odorato. Ed ecco che in pochi minuti, curo il cane. E il cane cura me. L'uno capisce l'altro. L'altro capisce l'uno. Tutti e due capiscono di cosa hanno bisogno in quel momento. Non prima. Non dopo. In quel momento. E giocano. E si ritrovano. E si perdono. E abbattono i muri della comunicazione. I cani, loro, vanno oltre...e se li segui, riesci ad andare oltre anche tu.

Ecco. Abbatti i muri, colmi la distanza. La Cura cominci da questo. Avvertire la sofferenza, colmare la distanza, essere empatici e aiutare.

Giacché cura l'amico. E quanti di noi non sono stati curati da un amico? Io, continuamente! Con una canzone, con una parola, con un abbraccio. Ognuno ha un suo modo di riconoscersi, comprendermi, annullare la distanza ed entrare in contatto con me e io con loro.

Giacché cura l'amore. No, non quello scialbo e da copertina, quello patinato e sbugiardato, quello promesso e scordato, quello bazzicato e mangiucchiato come fosse uno spuntino dopo un happy hour. Di certo non Cura l'amoricchio veloce, quello sbadato, alla meno peggio perché "così è quello che posso". Non Cura nemmeno l'amore di viaggio, quello che arriva e parte prima d'aver messo piede a terra. No. Cura l'Amore che ti abbraccia con il suo tempo. Cura l'Amore che in silenzio, un morbido silenzio, parla con il tuo cuore. Cura l'Amore che si saluta con un arrivederci che ha il gusto di un "perché ci stiamo salutando, io vorrei stare sempre lì con te. Tienimi vicino.". Cura l'Amore di un sorriso genuino, quello non forzato e stuprato poi in una smorfia da avantspettacolo da baraccone di infima borgata solo per farsi riconoscere ancora una volta "carina"...carina certo ma non Bella.

L'arte ci cura. Perché l'arte è Bellezza. E ancora, quindi, Cura la Bellezza. Perché la Bellezza è armonia. E quel che è armonico è in salute. E non si parla di Bellezza solo fisica, perché sappiamo che la Bellezza è l'anima del mondo. E se l'armonia ha a che vedere con l'empatia e con la capacità di due spiriti di avvicinarsi l'un l'altro, di giacere seppur per un momento insieme, verso lo stesso orizzonte, nello stesso giaciglio, scaldati dallo stesso raggio di sole, toccati l'uno dalla leggerezza dell'altro, estasiati da un canto d'amore silente e tacito...beh, che dire...la cura non ha a che vedere con il corpo ma con lo spirito dell'uomo.