mercoledì 26 dicembre 2012

Il Silenzio.


Per Thoreau, il silenzio era un dono da fare solo ai più meritevoli. Solo nel silenzio si contempla la perfezione della natura. Per Bambaren, nel silenzio, due amici dicono più di quanto non si possa dire con le parole. Per Prévert, il silenzio era il complice segreto degli amanti. Per il più critico, austero MA distaccato Abate Dinouart, il silenzio era un'arte e occorreva parlare solo quando vi fosse stata qualcosa di maggior valore dello stesso. E ancora il silenzio è generalmente considerato l'amico del saggio, il segno dello stolto o il riparo dell'ignorante.

Si abbonda di citazioni. Chiunque, saggio, erudito, letterato, filosofo, uomo comune, sul silenzio ha avuto qualcosa da dire. Paradossale, non credete? Qualcosa da dire sul silenzio. Chi ha avuto in dono il mio silenzio, sa quanto esso possa essere gravoso se di colpa o piacevole e leggero se in contemplazione, delicato e leggero se mesto testimone di vite vicine o pesante e ossessivo se indagatore. Penso che il solo silenzio, descriva già a pieno, da sé, cosa sia.

Strana come cosa, comunque, il silenzio. C'è un solo silenzio? E se vi fosse più di un silenzio, quanti e quali tipi di silenzio si potrebbero conoscere? Perché non dovrebbe esserci un solo ed unico silenzio? Del resto l'uno esiste in mancanza del suono, della parola, del rumore...a volte. O forse no?

Proviamo a dilettarci assieme. Mi viene in mente il silenzio di chi interrogato e colto in fallo, non risponde. Non risponde per timore di sbagliare. Eppure l’immagine ancora non mi rende giustizia. Che silenzio vado cercando? Mmm…due amici, l’uno accanto all'altro, barcamenandosi nelle strade della vita. Il silenzio. Ecco, due amici che proprio nel silenzio, trovano e leggono l’un dell’altro dettagli inesplicabili. Perché capire non passa necessariamente dal parlare. Anzi, per dirla tutta, quasi mai. Empatia.

Il silenzio. Guardare un cane negli occhi e ricevere da lui effusioni e farne a sua volta. Comunicare pur non fiatando verso. Stabilire un legame profondo, antico. Riscoprirlo anzi…perché quel tipo di legame, cui il silenzio è testimone, c’è sempre stato. Il legame che unisce due anime nella più assoluta assenza di rumore. Vuoto apparente. Eppure, sono in compagnia degli animali si capisce quanto un animo è pronto e disponibile ad accogliere. Gli animali non hanno dimenticato quella parte istintiva che gli consente di capire e riconoscere immediatamente ostilità, finzione o essere amichevoli. Gli animali non mentono e non tradiscono. Sono istintivi. Ti leggono subito e vanno in profondità che nemmeno tu sai di avere. Ti sondano dentro meglio di qualsiasi psicologo. Perché la psicologia è nata solo da qualche centinaio d'anni. La natura è da sempre tale.

Il silenzio della nascita. Il silenzio di chi attende con ansia, dopo anni di affetto, dopo mesi di tribolazioni, dopo giorni di attesa e ore di sforzo, il primo vagito. Il silenzio infranto dal primo respiro di vita, dal primo urlo di gioia, dalla prima forte e chiara manifestazione del proprio essere: il vagito.

Il silenzio dell'amore. Un solo attimo che dura una quantità di tempo pari al desiderio che scorre tra due amanti prima di congiungersi in un bacio. Un silenzio chiassosissimo. Un silenzio in cui le palpitazioni corrono frenetiche. Un silenzio preludio di dolcezza. Il silenzio di un abbraccio, promessa di una tenera vicinanza. Il silenzio complice di due viandanti che vedendosi in viaggio capiscono molto l'uno sulla meta dell'altro.

Il silenzio del primo mattino. Il silenzio della mamma che scopre delicatamente le coperte dal proprio bambino o bambina riscoprendone le ciocche che emergono da un piccolo involucro di coperte e che schiudono una piccola meraviglia: il sonno di un bambino. Il silenzio dell’innamorato che destatosi, crede ancora di sognare, vedendo una tal meravigliosa visione: la bellezza dell’amata, virginea, scomposta, primigena, naturale…perfetta. Perché, per me, non esiste bellezza più pura e genuina di quella delle prime ore dell’alba, quando il corpo è rilassato naturalmente, quando ritorniamo ad essere quelle creature meravigliose che proprio dal silenzio sono nate.

Il silenzio del ritorno. Qualcosa di molto particolare e forse di un malinconico suggestivo. Il ritorno da un viaggio, il ritorno da una camminata, il ritorno da una passeggiata, il ritorno da una vita. Il ritorno. Concludere il proprio viaggio e tornare a casa. Quel silenzio in cui ripensi a tutto quello che hai fatto e che non hai fatto. Il silenzio che ti consente di usare i colori che hai accumulato durante il viaggio per dipingere la tela magnifica delle memorie. Il ricordo di un profumo. Il ricordo di una carezza. Il ricordo di un piccolo sasso che ti ha fatto inciampare. E così pure, il ritorno dalla vita. Il momento prima di chiudere gli occhi e ritornare chissà dove. La morte. Perché anche la morte, come ogni ritorno, non è che un momento in cui il silenzio permette di dipingere la tela delle memorie.

E ancora altri silenzi di cui non vorremmo mai essere compagni. Il silenzio di chi ha paura. Il silenzio di chi soffre fisicamente e si trova ad essere costretto in una gabbia di ossa, muscoli e pelle perché impossibilitato a muoversi. Il silenzio di chi non può parlare di sé. Il silenzio di chi non può vivere. Il silenzio di chi non conosce parola, di chi vorrebbe parlare ma le uniche parole che la vita cui altri l’hanno costretto gli ha insegnato sono “mamma ti prego non morire” o “fratellino mio non chiudere gli occhi”.

C’è il silenzio di chi aspetta di aprire il proprio regalo sotto un albero addobbato a festa, di chi aspetta il cenone con una famiglia numerosa e c’è il silenzio di chi come unico regalo, tra la povertà e la guerra, vorrebbe come unico regalo, riuscire a sopravvivere e vedere un domani con la propria famiglia, di chi aspetta con terrore la prossima raffica di bombe o la prossima incursione armata.

C’è silenzio e silenzio. In fondo, il silenzio è sempre lo stesso. Assenza di suoni, o forse qualcosa di più? L'assenza di suoni è l'afonia. Forse il silenzio ha un valore sacrale, mistico...anacoretico. Dunque, ogni volta in cui professiamo il silenzio, ci vestiamo tutti da anacoreti, mistici della vita, contemplatori della perfezione. Forse...chissà...o forse il silenzio è sempre lo stesso. Siamo noi, del resto, a desumerne valore, cambiando la situazione. Chissà...


 Chi critica, oggigiorno, di parlar troppo, abbia a mente che chi ha parola può e deve farlo anche per chi la deve tenere cacciata in gola, nascosta, per chi la vede violentata giorno dopo giorno. Il che non vuol dire vomitare parole ma con facondia, perizia e cura di questi strumenti, usare le parole per affrontare il livore, dilaniare l'indifferente sbuffo che condanna l'uomo alla superficialità, scalfire la patina oscurata della Coscienza tanto rinomata.

Strano l'uomo...talvolta le parole pronunciate sono troppe, talaltra sono fin troppo poche. Uno dei due casi è servo della tacita e subdola ipocrisia. Ai detrattori e agli elogiatori, la scelta.

martedì 11 dicembre 2012

Vincere, vendere e comprare: ditemi, dov'è la Politica?


Oggi, con un caro amico e collega, compagno di tante discussioni e riflessioni più o meno approfondite, si parlava di un tema che dovrebbe toccarci da vicino e che mette in risalto alcune problematiche legate al recente dibattito politico: strategie di comunicazione.

Non sarebbe il caso di scomodare addirittura Weber e le sue lezioni sulla politica e sul governo per avere un'idea generale di quel che dovrebbe essere se non ci trovassimo in tempi assai ben confusi, come questi, MA una citazione circa un grande insegnamento non spiace affatto:

"Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l'uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una "causa" (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. [...] Essa non crea l'uomo politico se non mettendolo al servizio di una "causa" e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell'azione. Donde la necessità della lungimiranza - attitudine psichica decisiva per l'uomo politico - ossia della capacità di lasciare che la realtà operi su di noi con calma e raccoglimento interiore: come dire, cioè, la distanza tra le cose e gli uomini. [...] La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell'animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev'essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente "si agitano a vuoto", è solo possibile attraverso l'abitudine alla distanza in tutti i sensi della parola. La "forza" di una "personalità" politica dipende in primissimo luogo dal possesso di doti siffatte. L'uomo politico deve perciò soverchiare dentro di sé, giorno per giorno e ora per ora, un nemico assai frequente e ben troppo umano: la vanità comune a tutti, nemica mortale di ogni effettiva dedizione e di ogni "distanza", e, in questo caso, del distacco rispetto a se medesimi. La vanità è un difetto assai diffuso, e forse nessuno ne va del tutto esente. Negli ambienti accademici e universitari è una specie di malattia professionale. [...] Giacché si danno in definitiva due sole specie di peccati mortali sul terreno della politica: mancanza di una "causa" giustificatrice (Unsachlichkeit) e mancanza di responsabilità (spesso, ma non sempre, coincidente con la prima). La vanità, ossia il bisogno di porre in primo piano con la massima evidenza la propria persona, induce l'uomo politico nella fortissima tentazione di commettere uno di quei peccati o anche tutti e due. Tanto più, in quanto il demagogo è costretto a contare "sull'efficacia", ed è perciò continuamente in pericolo di divenire un istrione, come pure di prendere alla leggera la propria responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi soltanto "dell'impressione" che egli riesce a fare. Egli rischia, per mancanza di una causa, di scambiare nelle sue aspirazioni la prestigiosa apparenza del potere per il potere reale e, per mancanza di responsabilità, di godere del potere semplicemente per amor della potenza, senza dargli uno scopo per contenuto. [...] Il mero "politico della potenza" (Machtpolitiker), quale cerca di glorificarlo un culto ardentemente professato anche da noi, può esercitare una forte influenza, ma opera di fatto nel vuoto e nell'assurdo. In ciò i critici della "politica di potenza" hanno pienamente ragione. Dall'improvviso intimo disfacimento di alcuni tipici rappresentanti di quell'indirizzo, abbiamo potuto apprendere per esperienza quale intrinseca debolezza e impotenza si nasconda dietro questo atteggiamento borioso ma del tutto vuoto. [...] E' perfettamente vero, ed è uno degli elementi fondamentali di tutta la storia (sul quale non possiamo qui soffermarci in dettaglio), che il risultato finale dell'azione politica è spesso, dico meglio, è di regola in un rapporto assolutamente inadeguato è sovente addirittura paradossale col suo significato originario. Ma appunto perciò non deve mancare all'azione politica questo suo significato di servire a una causa, ove essa debba avere una sua intima consistenza. Quale debba essere la causa per i cui fini l'uomo politico aspira al potere e si serve del potere, è una questione di fede. Egli può servire la nazione o l'umanità, può dar la sua opera per fini sociali, etici o culturali, mondani o religiosi, può essere sostenuto da una ferma fede nel "progresso" non importa in qual senso - oppure può freddamente respingere questa forma di fede, può inoltre pretendere di mettersi al servizio di una "idea", oppure, rifiutando in linea di principio siffatta pretesa, può voler servire i fini esteriori della vita quotidiana - sempre però deve avere una fede. Altrimenti la maledizione della nullità delle creature incombe effettivamente - ciò è assolutamente esatto - anche sui successi politici esteriormente più solidi."

Posta questa riflessione, avete fatto caso a come ogni cosa rivolta al pubblico abbia subito una lenta ma costante trasformazione? Verso cosa, sarebbe la domanda? Ebbene, sia localmente che internazionalmente, si sta spingendo verso un contatto diverso, un rapporto con chi ascolta che non è basato sulla comunicazione di un'idea quanto sulla reclamizzazione di un prodotto, un contatto con l'interlocutore che tende a farne rivestire e trasmutarne la sostanza e la forma. Non più interlocutore ma spettatore, acquirente possibile. Assecondare quel che già Bauman diceva nel suo saggio "Consumo, dunque sono" e ridefinirlo in un modus operandi costante di iterazione col mondo circostante.
Ecco...non ci possiamo sorprendere. Ricordiamoci che siamo nell'era di fb, di twitter, della "spettacolarizzazione" di qualsiasi cosa, siamo nell'era di "qualsiasi cosa fai finisce su YouTube"...siamo nell'era del consumismo estremo, nell'era della Apple. Non dimentichiamolo, eh.

Ecco qui la folgorazione: stiamo cambiando. E più noi cambiamo ( processo irreversibile e naturalmente necessario ) più cambiano una serie di approcci e paradigmi alla base delle nostre relazioni sociali più semplici. Il modello "presenta prodotto" classico di società iper-consumiste e relativo esclusivamente ad un settore ben specifico, quello del mercato, adesso, comincia a diventare parte e ad essere usato anche per attività ad esso non necessariamente e direttamente legate.

Già il marxismo metteva in guardia chiunque circa la pericolosità del santificare i consumi.Nel settore più vicino e suscettibile, intendo quello dibattimentale, non riesce meglio colui il quale esprime un certo grado di ragionevolezza...quanto, come dimostrato in tanti casi passati, chi riesce a vendere meglio un'idea. Chi riesce a impacchettare alla buona qualsivoglia trovata, vestendola, misurandola, tagliandola dove serve pur di farla piacere, avrà "vinto". E dico "vinto" per utilizzare un orrendo termine sentito ripetere, con ostentazione, tracotanza e con una per nulla marcata punta d'orgoglio battagliero, spesso da politicanti rampanti che hanno ben lontano il significato di vittoria in Politica. Vittoria non è la riuscita personale ma si vince quando financo l'ultimo cittadino dello stato è tutelato...

Alla luce di questa riflessione, quale politico sognerebbe mai di usare così impunemente "vincere"? Tutto è studiato a tavolino, le parole, gli atteggiamenti, le risate e le battute pronte. Si vende un'immagine. L'immagine si costruisce sull'acquirente. Si studia l'acquirente e si modifica l'offerta. Regole base di marketing.Non mi scandalizza e invece dovrebbe. Sono sicuro che non vi scandalizzerà e invece dovrebbe. Conoscete Marc Morano? Il tizio patinato e da copertina, made in USA della denuncia di brogli e di menzogne circa il mutamento climatico accelerato e provocato dal 1846 ad oggi? Quello che predicava contro il riscaldamento globale, quello che, pagato da lobby varie e società losche mandò in stampa un documento in cui si ribadiva che la cosa non fosse scientificamente dimostrabile e che fece firmare il documento da 413 nomi di scienziati insigni che poi si rivelarono essere 44 annunciatori televisivi, 84 erano pagati da lobby o società petrolifere, 49 erano in pensione da molto tempo, 90 non avevano nulla a che vedere con gli studi sul clima e due, particolarmente noti, Fred Singer e Frederick Siez erano convinti raeganiani anticomunisti antiliberal antiecologisti...disse "È tutta ideologia"...

È tutta ideologia. Vi ricorda qualcosa? Il più recente "la crisi? È una questione psicologica".


Insomma, in questo ambaradan misto alla rinfusa volevo riflettere con voi quanto l'informazione venga manipolata per lavorare sulle persone. Per entrare nella vita delle persone, estrapolare informazioni e riusarle contro di loro. Le persone non vogliono capire, vogliono comprare un'idea. Le persone non vogliono che qualcosa venga loro spiegata o tanto meno voglio dedicarsi esse stesse a studiare e comprenderne le motivazioni, non vogliono capire.

Voglio stare ad ascoltare finché vendi un prodotto che a loro interessa...dopo, potrai parlare di qualsiasi cosa, ragionevole o meno, cambieranno canale alla ricerca di qualcuno che possa dir loro cosa comprare. Come lo chef Tony delle ben note Miracle Blade serie III...il principio è uguale.

"e ci sarà gente che ci crede", ribatté il mio amico. Rifletto ancora una volta.

Rifletto semplicemente sul fatto che, vuoi per il tipo di conoscenza che la nostra società ha imposto e che noi tendiamo a reiterare facendoci noi stessi continuatori, estimatori e strenui difensori, vuoi per il ritmo con cui il rullo compressore di notizie ci sbatte in faccia le informazioni impacchettate, vuoi per qualsiasi cosa...le persone, oggigiorno, vogliono solo comprare qualcosa.
Non chiedono quanto costa, non chiedono cosa farà...non chiedono nemmeno quale utilità avrà o se è possibile compararlo ad un costo differente. Per nulla. Chiunque oggi è disposto a starti ad ascoltare solo se riesci ad essere suadente, se riesci a "vendere l'idea"...ecco perché Berlusconi o chi come lui ha avuto successo in tempi passati, ne ha ancora e con buona probabilità ne avrà, perché come la si vuole mettere la si metta, lui vende sé stesso, una sua concezione di politica...che non è quella auspicabile chiaramente, vende un partito spacciandolo per benevolo, vende tutto.E quindi, permettetemi una divagazione sociologica sui generis. In una società in cui tutto è una compra-vendita e in cui ogni azione-reazione è svolta in base alla legge del "vendere un prodotto", cosa pensate possa accadere a tutta una serie di non-cose che non possono essere economicamente scambiabili? Un esempio pratico, tra le relazioni interpersonali. Se saremo abituati a vedere un'idea e a non comunicarla, a venderci pur di farci comprare, cosa pensate che accadrà? Cosa pensate potrebbe generare questo più che inquietante ragionamento? Semplice, la spersonalizzazione delle singole individualità.

Non vi sarà più una compresenza di colori ma ognuno cercherà di "to fit", di quadrare, di riuscire ad entrare nei gusti di qualcun'altro, nei panni di qualcun'altro, diventando a sua volta qualcos'altro da quel che è. E tutto questo, solo per farsi comprare.

Questa estremizzazione grottesca, che disegna uno scenario decisamente poco possibile, serve allo scopo di farmi spiegare, però, dove sta la pericolosità di questo ragionamento. Una politica che smetta di essere politica e si trasformi in uno spot per reclamizzare e attirare compratori, un politico che accantona gli ideali e che si cura più che altro di quel che i suoi elettori idealmente vogliono, che riflette sulla sua immagine piuttosto che sulla sua essenza riflessa, un politico che diventa qualcos'altro e che muove la politica per farle assumere la forma e la sostanza di chi la dovrebbe comprare non è politica e non è politico.

Una politica spersonalizzata non è una politica per i cittadini. Una politica spersonalizzata è una prostituta abbandonata a sé stessa e il politico che così la trasforma e che permette tale abominio è un magnaccia.

martedì 4 dicembre 2012

Eligere ovvero la scelta del migliore.

Premetto che non sono un sociologo. Premetto, inoltre, che non sono un politologo...ammesso che qualcosa voglia dire e onestamente penso che non abbia alcun senso, come categoria, chiaramente.
Fine.

Insolitamente, rispetto almeno alle altre volte in cui venni fulminato da un tema particolare, nel riflettere circa l'eligere, questa volta, non ero solo. C'eravamo trovati per caso, un po' alla buona, tutti insieme in una stanza, sorseggiando un caffè appena fatto. Cosa rara e insolita perché, consideriamolo, oggigiorno, sedersi e riflettere per qualche oretta, confrontarsi su temi vari è decisamente un lusso. D'un tratto, cominciammo a discutere di varie cose ed è lì che venni attratto sulle prime da un qualcosa che in un primo momento non avevo colto con la dovuta attenzione.

Non è il caso di sciorinare chissà quale definizione manualistica, almeno per il momento, controversa, ragionata, schermata e fittizia. Resa incomprensibile perché considera singole e varie accezioni. Occorre partire dal basso, occorre partire dal linguaggio comune. Dal linguaggio parlato. Dal linguaggio pensato. Perché sappiamo benissimo che l'uno modifica l'altro e viceversa MA il solo linguaggio parlato è capace di creare aberrazioni che il linguaggio teorico nemmeno riuscirebbe ad elaborare.
Sia chiaro che non voglio ragionare sul significato dell'élite e nemmeno voglio scrivere circa il mio pensiero contro l'élite. Continuate e vedrete...il ragionamento è più complesso e tende a sottolineare un possibile errore comune quanto gravissimo.


Ritornando a noi: élite. Discutendo genericamente, quando parliamo di élite, senza eccessivi giri di parole, ci riferiamo ad un particolare gruppo di individui che viene riconosciuto in quanto avente delle caratteristiche in comune tali da renderli "altri" rispetto ad un insieme. In termini di teoria degli insiemi si direbbe un sottogruppo, se non vado errato.
Mi pare che fin qui, il concetto in sé non contenga niente di grave, sia ideologicamente che concretamente.

"Dove subentra l'errore?" mi chiederete e vi chiedere, spero. Beh, come da titolo, "élite" trova la sua nascita nell'idioma latino eligere , eletto...ciò che viene scelto, la scelta del migliore.

Ecco, un eletto...la scelta del migliore. Finché si parla di scelta del migliore, si potrebbe parlare di meritocrazia. Si potrebbe parlare di merito, no? Anche fin qui, ancora, nulla di particolarmente grave. Certo, quell'eletto lasciato così, alla buona, potrebbe far storcere il naso a qualcuno. Almeno...a me lo fa storcere. Si, perché la prima domanda che mi viene in mente è eletto da chi? per poi essere seguita da eletto a far cosa? e chiaramente, immancabilmente eletto secondo quale criterio? 

Eh va beh. Potrei essere io eccessivamente critico. Propongo quindi di accantonare queste tre domande. Ancora, dopo tutto, non c'è nulla di materialmente grave.

Già Socrate comincia a in difficoltà la concezione di élite quando si associa l'idea di re-filosofi alla classe governante. Ecco l'errore. Associare la meritocrazia, il ragionamento circa il merito alla corruzione del potere e alla minaccia del governo.

Il dibattito, relativamente recente tra studiosi del campo, da Pareto a Mills, da Marx a Norris e Dalton non hanno fatto che evidenziare questa differenza e renderla visibilmente palese. Noi...nel qual caso, intendo noi persone, abbiamo trasformato poi un'orrenda visione teorica in una degradante ed umiliante pratica rituale ghettizzante.

Cosa si intende per élite? Ripropongo la domanda cui avevo risposto blandamente sopra.

Ripropongo la definizione da differenti fonti:

secondo Gaetano Mosca.
"In tutte le società, a cominciare da quelle più mediocremente sviluppate e che sono appena arrivate ai primordi della civiltà, fino alle più colte e più forti, esistono due classi di persone: quella dei governati e quella dei governanti. La prima è sempre meno numerosa, adempie a tutte le funzioni politiche, monopolizza il potere e gode dei vantaggi che ad esso sono uniti, mentre la seconda, più numerosa, è diretta e regolata dalla prima in modo più o meno legale, ovvero più o meno arbitrario e violento, e ad essa fornisce, almeno apparentemente, i mezzi materiali di sussistenza e quelli che alla vitalità del'organismo politico sono necessari."

secondo l'enciclopedia Treccani.
élite: insieme delle persone considerate le più colte e autorevoli in un determinato gruppo sociale, e dotate quindi di maggiore prestigio. Nella sociologia di V. Pareto, gli individui più capaci in ogni ramo dell'attività umana, che, in una determinata società, sono in lotta contro la massa dei meno capaci e sono preparati per conquistare una posizione direttiva.


Tutto sommato, ragionando, potrei fermarti qui. Mi bastano già queste due definizioni per gridare all'orrore.

Proviamo a ragionare assieme. Questo piccolo termine, quindi, si traduce in gruppo sovraordinato. Sovraordinato minoritario rispetto ad un qualcosa che è maggioritario e che invece non merita, non ha gli stessi caratteri di esclusività. Non è meritevole di nota. Questa nota critica è del tutto gratuita, certo...ma evidenzia proprio quel che mi tocca del ragionamento circa la teoria dell'élite. I costrutti sociali su cui poggia e tutte le orrende conseguenze che si trascina.

Elitario ed elitista. Sono due orrende creazioni che si trascina e di cui si macchia la teoria delle élite. Chi o cosa è elitario? Elitario è colui che è destinato ad essere considerato parte di un'élite o colui che ne fa parte. Elitista, invece, pur avendo un suono più suadente, ha un carattere meramente dispregiativo, per quanto si provi a mascherarlo come un indice di progresso sociale e di necessaria evoluzione in termini di approcci sociologici. Elitista. Colui  è fautore e vivido sostenitore della teoria elitista. Elitismo. Il quale, al di là di bonarie interpretazioni, suggerisce immediatamente il suo significato...è viscido, un insulto, una vergogna, anti egualitario, orrendo: è una teoria basata sul rapporto di concentrazione minoritario secondo il quale, appunto, il potere ( sia esso economico, politico, governativo, in senso lato o figurato ) è racchiuso e arduamente trattenuto nelle mani di pochi eletti.

Ritornano le domande. Eletto da chi? Eletto per far cosa? Eletto secondo quali criteri?

Ecco che qui cade l'asino. E cade anche rovinosamente, del resto. Perché cade rovinosamente? Perché l'élite tende ad auto ghettizzarsi. Tende a creare delle gated communities. Tende a creare un ristrettissimo spazio, una cerchia di pochi eletti spesso autoeletti autoreferenti. Chi non fa parte dell'élite, deve dimostrare di possedere delle caratteristiche per essere accettato mai alla pari all'interno di un'élite. Selezione. Non selezione meritocratica, attenzione. Si parla di selezione sociale, discriminazione...si chiamerebbe criticamente. E, forse, tanto critica, questa interpretazione, non è. Tutto sommato identifica esattamente quel che viene fatto. Si discrimina, si passa al setaccio, si depura. Un brivido lungo la schiena corre veloce...

Chiaramente però, non occorre considerare solo la domanda Eletto da chi? e Eletto per far cosa?...c'è una terza domanda ancora più interessante e densa di contrarietà fin al suo midollo: Eletto secondo quali criteri?

Tutte le teorie elitiste, partono da un ragionamento circa il capitale. Si può parlare di capitale fisico, di capitale umano MA l'élite si basa su un tipo di capitale che spesso viene sottovalutato e sminuito: il capitale sociale.

Il capitale sociale, insomma, le relazioni sociali, i contatti tra individui, la comunicazione basata su scambi interpersonali di quello che erroneamente è stato identificato con l'ipocrita ed erratissimo "virtù civiche
". Un manuale di sociologia riporta "la differenza è che il capitale sociale richiama l'attenzione sul fatto che la virtù civica è molto più forte se incorporata in una fitta rete di relazioni sociali reciproche. Una società di individui molto virtuosi ma isolati non necessariamente è una società ricca di capitale sociale.".

Una definizione chiara, immediata...come una lama incandescente che separa due metà di qualcosa. Ecco che l'élite taglia. Taglia qualcosa da qualcos'altro. Ecco che l'elitario si distacca da chi elitario non è. Ecco che l'elitista, discrimina chi elitario non è. Ecco che una grave e profonda diseguaglianza basata su un ragionamento fittizio e profondamente erroneo, produrrà una serie di conseguenza tra cui, in primo luogo, il classismo, l'emarginazione sociale, la standardizzazione e voglio fermarmi qui perché da qui in poi son sicuro che ognuno di voi sarà capace di continuare con la sua mente.

Qual'è il problema? Che l'elitario penserà all'elitario. Che l'elitista penserà all'elitista.

Mi si farà notare, in questo ragionamento, che potrebbe esservi qualcosa che non torna. Ad esempio che il bene di cui si parlava sopra, il "capitale sociale" può essere contemporaneamente un bene individuale quanto privato e un bene collettivo quanto pubblico e infatti non sbaglierebbe, anche il testo di sociologia, di cui sopra, ne cita qualcosa.  Addirittura distingue tra Bridging e Bonding. Il primo tipo, è un capitale sociale di apertura, che crea ponti, che tende ad essere rafforzato, che guarda all'esterno, per scelta o necessità, dall'interesse collettivo non esclusivo. Un pratico esempio potrebbe essere costituito dai movimenti per i diritti civili, dai gruppi giovanili e universitari di volontariato. Il secondo tipo, invece, è un capitale sociale di chiusura, che serra, che tende invece ad escludere e che guarda all'interno, seguitando un più o meno marcato grado di clausura, di isolamento e che rinforza l'identità di un gruppo particolare e di una certa omogeneità.

Sempre citando il testo "ad esempio i club che svolgono attività a favore di terzi, come il Rotary o i Lions, mobilitano grandi energie locali per aumentare le borse di studio o lottare contro le malattie ma, allo stesso tempo, soddisfano i propri membri favorendo tra loro relazioni d'affari e d'amicizia".

Aiutare, favorendo.

Mi si potrebbe obiettare che anche i simposi di Medicina, seminari di Chirurgia, Convegni di avvocati e giurisperiti e quant'altro si basano sullo stesso concetto: aggiornarsi, favorendo gli iscritti all'albo. Eppure, non è così. Mentre nel primo caso, l'immagine, ha una questione predominante, elitista appunto, nel secondo caso, l'immagine non è minimamente contemplata. Nel primo caso, spesso, il punto focale della questione è una caratteristica insita in ogni essere umano e che viene emergendo in quei rari momenti in cui viene lasciata la possibilità, allo stesso, di autoregolarsi: la focusattentiomania.

Eppure, no. Abbiamo bisogno dei riti. Abbiamo bisogno delle cerimonie. Perché le cerimonie e i riti, ricordano a noi stessi chi siamo. Guardandoci attorno, vediamo persone a noi simili, per reddito economico, quasi mai per tenore intellettuale, ben che meno morale, etico o spirituale. Non c'è alcuna colpa in questo.

Dove subentra la colpa? La colpa grave, oserei dire...beh...nel considerare e considerarsi eletti autocreatisi per via dell'appartenenza all'élite. Considerare e considerarsi esclusivi in quella data caratteristica posseduta.

Si parla infatti spesso di élite economica. Di élite politica. Di élite sociale. Di élite intellettuale. Di élite letteraria.

Ecco, mentre la prima risulterebbe un normale processo di selezione reddituale, le altre sono gravissime perché, come espresso precedentemente, una delle caratteristiche delle élite è quello di essere esclusive. Una élite intellettuale, idealmente, come si considererà? Cercherà il contatto con la parte maggioritaria o si considererà eletta? Inoltre, eletta per far cosa? Una élite letteraria cosa farà? Una élite sociale, ancor peggio, e ammesso voglia dire qualcosa, come dimostrerà al mondo di essere elitaria ed elitista?

Ecco la mia preoccupazione: una élite guarderà al suo interno o al suo esterno circa la fruizione del bene circolante? Renderà disponibile il dato bene, il dato interesse, solo al suo interno o sarà interessata ad aprirsi e rendersi parte integrante di una società dinamica, attiva ed interessata? Parteciperà alla costruzione di forti basi culturali o penserà al sollazzo dei propri esclusivi membri? Considerano la propria caratteristica particolare un privilegio elitista da osannare e differenziare da chi non ne è in possesso o un dono elitario, un talento da sviluppare per renderlo a servizio di un bene molto più alto e grande del bene individuale: il bene collettivo...? Queste e altre domande seguono immediatamente alla riflessione di cui sopra.  


Ecco qual'è il problema, secondo me. Dimostrare. Mi chiedo e vi chiedo. Queste élites, come dimostreranno di essere quel che sono? E i suoi membri come dimostreranno di essere elitari? Saranno anche elitisti? Avvertiranno il distacco e si considereranno privilegiati, eletti?

Ed ecco che tornano le domande. 
Eletto da chi? e Eletto per far cosa? Eletto secondo quali criteri?