sabato 24 novembre 2012

Una parola.

Le parole sono pietre, scriveva Levi qualche tempo fa. Sulla parola tanto si è scritto e tanto si è riflettuto. Sull'assenza della parola, idem. Ricordo, con molto piacere, una lettura di un piccolo saggio scritto da un tal Abate Dinouart: L'arte del tacere. Chi se non un monaco avrebbe potuto scriverne con così tanto distacco, mi chiedo.

Tanto si è scritto, però, anche sul modo in cui le parole vengono assemblate e si compongo tra loro, sul modo in cui le parole servono, sul modo in cui sono funzionali ad un pensiero. Certo, si potrebbe procedere con digressioni infinite. Le parole, prese a sé, senza implicazioni logiche e riferimenti a costrutti ideologici e simbolici, non hanno un grande potere. Non riuscirebbero a far appiccare nemmeno un fuocherello piccolo piccolo. Cos'è, dunque, che trasforma alcune parole, singole o unite insieme, a farne un manifesto, una sfida, un chiaro impegno di chi le pronuncia?

Piano, procediamo con calma. La parola. Chiunque di noi è capace di parlare. "Parlare" del resto cos'è? Usare delle parole per esprimere un proprio pensiero non è qualcosa di così semplice e spontaneo come ci si  potrebbe aspettare. Pensate ai bambini. Vi sarete sicuramente trovati nella situazione di dover comunicare con un bambino e di notare quanto si spazientisca quando cerca di farvi capire qualcosa, producendo suoni non ascrivibili alle parole ma ugualmente significativi, e voi non riuscite a intendere cosa cerca di dirvi. La parola semplifica. Pensate che grande conquista per un bambino, cominciare a farsi capire. Cominciare a comunicare con un mondo che fino a qualche tempo prima non lo capiva. La frustrazione di pensare e non farsi comprendere. Ecco, tenete in mente quest'immagine. La conquista del bambino che scopre un nuovo modo di comunicare con gli altri.

Fin qui la cosa sembra semplice. Cosa cambia? Cambiamo noi. Cambiamo il modo di intendere il confrontarci con gli altri. Cambiamo nel desiderio di farci capire e di comunicare le nostre idee. Cambiamo perché siamo convinti di conoscere abbastanza parole per esprimere coerentemente e sapientemente il nostro pensiero. È davvero così?

Se parlare fosse riassumibile nell'azione di conoscere un registro linguistico vasto, chiunque saprebbe parlare. Peccato, però, non sia così...Thoreau e non solo insegnano. Parlare è anzitutto capire e non solo conoscere la parola che utilizziamo. Parlare non è mera conoscenza ma è intelligenza pratica, dinamica. Parlare non è solo riconoscere quella parola all'interno del nostro registro linguistico ma saperla identificare come mezzo, capire che in quella parola c'è un riferimento simbolico, un valore esplicabile, una storia, una forza potenziale che starà a noi saperla rendere attuale.

Le parole sono mezzi. Se le parole fossero dei contenitori vuoti, secondo voi, quanto impiegheremmo per rovinarle? Per usarle a nostro piacere, storpiandone il significato originale, per violentarle e schiavizzarle al servizio di logiche incoerenti? Nulla. Se la parola fosse un contenitore vuoto, non avrebbe senso parlare. Chiunque potrebbe mettere e togliere in quel contenitore. Le parole sono mezzi e occorre saperli impiegare. Occorre saperle imbrigliare perché le parole sono anarchiche. Ognuna di loro respira di libertà, respira di rivoluzione. Anche la più innocua. Ogni parola respira dell'anarchia di una mente creativa.

Le parole sono mezzi. Cosa vuol dire questo? Che in qualsiasi nostra azione, da quando comunichiamo qualcosa ai nostri affetti, a quando scriviamo una poesia, a quando scriviamo un'apologia, a quando riflettiamo con un amico o con una collega su una questione accademica o intellettuale, occorrerebbe sempre farlo ricordando che quel che uscirà dalla nostra bocca non saranno solo delle combinazioni di lettere ma sarà la voce forte e chiara del nostro pensiero, che darà vita al nostro essere e che ci presenterà al mondo per quello che siamo nell'intimità della nostra mente. Parlare è molto più che lasciare volare nell'aria quattro combinazioni di lettere prese a caso. Parlare è ragionare. Parlare è esporsi e affrontare un confronto a viso aperto. Non esiste mezzo termine. O parli o non parli. Non puoi quasi parlare. Esprimersi, comunicare, vuol dire lanciare un messaggio forte: io ci sono e questo è quello che penso.

Le parole sono mezzi. Mezzi imperfetti, altrimenti non vi sarebbero così tante discordie. Mezzi che devono essere costantemente rivisti. Perché è chiaro, le parole non hanno un unico significato. Sono mezzi che hanno bisogno di esser studiati e di essere costantemente aggiornati. Le parole sono dei mezzi che, per significare, hanno bisogno di un preparato e bravo compositore.

Eppure, mi si obietterà, e se non lo fate voi l'ho già fatto da solo, che le parole hanno da sempre avuto una considerazione piuttosto negativa. Le parole spesso, sono state sinonimo di irresponsabilità, di scarsa azione. Le parole sono infingarde. Le parole sono meschine. Le parole sono cattive. Le parole condannano. Le parole minacciano. Le parole tradiscono. Le parole ingannano.

O sono infingarde le persone che le usano per tali scopi? O sono meschine le persone che le usano? O cattive...e via dicendo...

Con le parole si può ingannare, certo però le si possono usare per difendere qualcuno. Con le parole si possono condannare persone, idee...si possono commettere atroci atti di violenza, verbale prima, ideologica dopo e che si trasformano quasi sempre in azioni che dovrebbero far vergognare ogni essere senziente. Con le parole, si producono le magnifiche liriche di Leopardi...con le parole però si producono anche gli orrori del Mein Kampf. Con le parole si scrive Imagine di Lennon e gli speech di JFK, i messaggi sulla teoria pratica della non-violenza di Gandhi e sogni di una vita più giusta ed egualitaria di M. L. King MA con le parole si proclamano le leggi razziali, con le parole è nato l'apartheid, con le parole migliaia di persone muoiono giornalmente e ancora con le parole, ahinoi, non si fa nulla per evitare che altre persone soffrano. Potremmo tanto andare avanti quanto sono secoli e secoli di parole cumulate da quando il primo bambino ha usato una parola.

Ancora, con le parole, si scrive la libertà di Whitman e l'anarchia di Thoreau. Immagini poetiche, certo. Fatte di parole. Le parole che noi tutti usiamo. Ecco cosa sono le parole. Le parole sono quel qualcosa che hanno il compito di unire chiunque di noi a chiunque altro. Indipendentemente da qualsiasi cosa. Occorre capire come fare. Occorre farlo con gentilezza, con perizia, con attenzione e reverenza. Del resto, anche se le parole sono un nostro prodotto, ognuna di loro vive una vita propria, indipendente dalla nostra. Respira. Cresce. Matura. Non invecchia. Almeno finché non saremo noi a farla invecchiare. Non muore. Almeno finché non saremo noi a farla morire.

È la domanda che conta, non la risposta.

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