venerdì 30 novembre 2012

Bellezza e Poesia. Viaggi che prevedono un solo tempo: quello della meraviglia.


"Cercate bene le parole! Dovete sceglierle! A volte ci vogliono 8 mesi per trovare una parola! Sceglietele, che la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere! Da Adamo ed Eva: lo sapete Eva quanto c'ha messo prima di scegliere la foglia di fico giusta? Come mi sta questa, come mi sta questa, come mi sta questa... Ha spogliato tutti i fichi del paradiso terrestre!"

Chi di voi avrà visto La Tigre e la neve, ricorderà sicuramente quest'accorata apologia all'amore, alla poesia e alla bellezza di Attilio de Giovanni, interpretato magnificamente e con grande sapienza recitativa e impulso passionale dall'ormai conclamato Roberto Benigni.

Certo, la scena è suadente. Il messaggio ricorda un qualcosa di romantico, costruisce un'atmosfera fiabesca, speranzosa. La regia è fenomenale. Chiunque, vedendo quella scena, si sarà sicuramente sentito galvanizzato da quelle parole. Avrà avvertito nel suo animo una gran voglia di far poesia, di leggere poesie, di lasciarsi libero all'amore. Sarebbe un inno alla meraviglia!

Sarebbe, dico sarebbe. Sottolineo "sarebbe". Sarebbe perché contiene un messaggio errato, dal mio punto di vista.

La bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere.

Da che pensavo, è la bellezza che sceglie o chi assiste alla meraviglia della bellezza a scegliere? Questo messaggio è orrendo. Davvero la bellezza è scegliere? Oppure scegliere è un naturale comportamento di chi si trova in sintonia con la bellezza? Davvero, pur facendone ironia certo, la Bellezza è riassumibile ad un'Eva indecisa, ad un'Eva capricciosa e infantile che scarta le foglie come semplici e normali accessori? Quasi fossero un prolungamento della propria bellezza. Un'Eva che pensa alla bellezza come un costrutto, come un qualcosa che debba essere artefatto, mascherato...una bellezza che non è istintiva, naturale ma che necessita di un'acconciata.

"Come mi sta questa, e questa? Ha spogliato tutti i fichi del paradiso terrestre"...siamo proprio sicuri che la Bellezza sia da ricercare e non sia in realtà ovunque? La Bellezza ci circonda e noi non riusciamo a rendercene conto perché vediamo un ideale di bellezza, non la bellezza in sé. Cerchiamo la bellezza invece di permettere che sia essa a trovarci. A mettersi in comunicazione con noi. A stabilire quel ponte divino che è la grande differenza tra il bello e il Bello. La Bellezza prova ad essere intima. Intima come un bocciolo di un fiore che si schiude. Accade ogni giorno, accade da sempre ma solo chi ne coglie l'intima essenza e si fa trovare può essere testimone di tale armonia.

Mi spiego meglio perché, forse, anch'io ho corso il rischio di sfociare nel "romantico": mi trovo davanti una pera, una mela, un'arancia e una ciliegia. Scelgo la ciliegia perché è più bella. Fin qui nulla di complicato, certo MA la scelgo perché mi piace la ciliegia, perché voglio la ciliegia o perché io, rispetto al mio vissuto, rispetto alla mia concezione di bellezza, ritengo che la ciliegia sia più bella di una mela, di una pera o di un'arancia.

A me ad esempio piace più l'arancia. Probabilmente a qualcuno tra voi potrebbe piacere l'ananas. Che so io...un kiwi.

Certo, mi si dirà, scegliere in questo caso è scegliere tra una pera e un'altra pera. Ed è ancor più che in questo interviene il parere personale. Una pera sarà più pienotta, magari dalla polpa più dolce e succosa e un'altra sarà più alta, magari invece dalla polpa dura ma dal gusto deciso e forte. Bellezza. La bellezza comunica, chiama.

Va beh, magari lasciamo la frutta da parte. Il succo ( XD ) è che non siamo noi a scegliere la bellezza MA semmai, ammesso si tratti di scelta, è la Bellezza a scegliere noi. Non siamo noi a scegliere la meraviglia ma la Meraviglia a stupirci. Tant'è vero che è imprevedibile quando colpirà. Non possiamo prevedere quando avremo quella sensazione magnifica di quando capiamo, di quando ci rendiamo conto di essere testimoni della Bellezza naturale.

Magari siamo per i fatti nostri, durante una veloce passeggiata, prendiamo la metropolitana e rimaniamo abbagliati. Oppure siamo con dei nostri amici, magari stiamo profittando di una primaverile giornata tra i boschi e d'un tratto, lì, la Bellezza nascosta.

Proprio perché si parla d'amore, mi piace pensare l'Amore e la Bellezza legati da quella visione romantica che ne dà Cirano ( dell'Amore chiaramente ): "una calamità mortal senza che voglia, squisita e non lo sa; un'insidia vivente, una rosa moscata tra le cui foglie s'asconde amore in imboscata."

Perché? Perché quando notiamo l'autentica Bellezza, non possiamo che innamorarcene. È una naturale attrazione.Poesia e Bellezza. Avete mai letto La Pioggia nel Pineto? Una lirica meravigliosa, una dichiarazione segreta di amanti silvani che tra la natura e nella natura scoprono sé stessi come parte di un grande disegno d'artista. Pensate che, quella poesia, è stata scritta in poco più di tre settimane. Le poesie sono uno strumento fondamentale. Sono delle mappe che raccontano dei viaggi di chi le ha scritte. Viaggi non necessariamente spaziali. Viaggi che cominciano prendendo la mano della propria amata o amato e che terminano negli occhi dell'altro. Viaggi che profumano di terre lontane, di terre vicine, di sogni e desideri. Viaggi che prevedono un solo tempo: quello della meraviglia.

Non voglio peccare d'arroganza. Anch'io, da quando ho cominciato a scrivere, ho da sempre scritto poesie. Alcune dense di turbamento, altre canti ispirati dalla gioia del momento, altre odi goliardiche all'amico o al compagno di birbonate. Poesie d'amore. Inflazionate. Lascive. Noiose. Passate. Vecchie per alcuni. Poesia è bellezza. Partono dallo stesso principio. Non cercare le parole ma farsi trovare da loro. Le poesie più belle ch'io abbia mai scritto, dedicate o meno, son piaciute perché dicevano qualcosa di vero. Le poesie che da sempre son state scritte, piacciono non per la metrica, non per la ricercatezza quanto perché trovavano il vero, trovavano la bellezza. Ogni poesia così scritta è testimonianza di quanto e come sia la Bellezza a trovarci e non il contrario.

Ogni poesia è un grido struggente o un sussurro, un bisbiglio appena accennato nell'orecchio dell'amante o un impeto di passionalità ricolmo di forza espressiva. Ogni poesia è bellezza. Ogni bellezza ha la leggerezza di una poesia senza parole, questo è l'incanto e la meraviglia della bellezza.

domenica 25 novembre 2012

Estratti da "Apologia in difesa dl capitano John Brown", H. D. Thoreau

"Nel suo campo" come qualcuno ha scritto di recente e come io stesso ho sentito dichiarare da lui "non tollerava bestemmie"; a nessun uomo di costumi rilassati era permesso restarvi, tranne che, naturalmente, come prigioniero di guerra. "preferirei" diceva "avere al mio campo il vaiolo, la febbre gialla e il colera tutti assieme, piuttosto che un uomo senza morale...È sbagliato, signore, pensare, come fa il nostro popolo, che i prepotenti siano i migliori combattenti, o che essi siano gli uomini adatti per opporsi a questi sudisti. Datemi uomini di retti princìpi, uomini che hanno rispetto di se stessi, e con una dozzina di costoro io mi opporrò a centinaia di uomini di Buford." Diceva che se qualcuno si offriva di fare il soldato sotto di lui, e subito incominciava a dire cosa avrebbe potuto fare se solo il nemico gli fosse comparso davanti, quell'uomo gli ispirava ben poca fiducia.

[...]

I suoi nemici generalmente non si preoccupavano di cercarlo. Poteva persino entrare in una città nella quale ci fossero più Border Ruffians che uomini degli Stati Liberi e riuscire a combinare qualche affare, senza dilungarsi tanto ma anche senza essere infastidito, data che, diceva "un pugno di uomini non se la sentiva di assalirlo, e un gruppo numeroso non facevano in tempo a metterlo insieme".

[...]

Altri, da vigliacchi, dissero con disprezzo che "aveva gettato via la propria vita". Ma in che modo avevano getto la loro, di vita? - giacchè sarebbero disposti a lodare un uomo che attaccasse da solo una comune banda di ladri o di assassini. Ho sentito un altro chiedere, da vero yankee: "cosa ne guadagnerà?" come se Brown si aspettasse di riempirsi le tasche, con questa impresa. Un tipo del genere non ha che un'idea materiale del guadagno. Se esso non porta a una festa a sorpresa, se lui non ne ricava un nuovo paio di scarpe, o un voto di ringraziamento, deve essere un fallimento. "Ma non ci guadagnerà niente". Ebbene, no, non credo che per venire impiccato guadagnerà dieci centesimi al giorno per tutto l'anno; ma avrò la possibilità di salvare una parte considerevole della propria anima - e che anima! - mentre tu non l'avrai. Certo, tu puoi guadagnare di più con un litro di latte che con un litro di sangue, al tuo mercato, ma non è quello il mercato al quale gli eroi portano il loro sangue.

Persone del genere non sanno che il frutto è come il seme e che, nel mondo morale, quando viene piantato un buon seme, il buon frutto è immancabile, indipendentemente dal fatto che noi lo annaffiamo o lo coltiviamo; che quando si piana, o si seppellisce, un eroe sul campo, spunterà di sicuro una messa di eroi. Si tratta di un seme di tale forza e vitalità, che non chiede il nostro permesso per germogliare.

[...]

Sognamo di paesi stranieri, di altre epoche e razze umane, collocandoli a distanza, nello spazio e nel tempo; ma lasciate che qualche significativo evento, come quello attuale abbia luogo tra di noi, e scopriremo, di frequente, tale distanza e senso di estraneità fra noi e i nostri vicini più prossimi. Sono loro le nostre Austrie, Cine e isole dei mari del Sud. La nostra affollata società diventa immediatamente spaziosa, linda, e di aspetto gradevole - una città di grandi distanze.

[...]

Nel suo caso non vi sono eloquenza oziosa, né discorsi falsi o da neo-eletto, né omaggi all'oppressore. La sua ispiratrice è la verità, ed affinare le sue frasi è la serietà. Poteva permettersi di perdere i suoi fucili Sharp, fino a quando conservava la sua capacità oratoria - un fucile Sharp di portata infintamente più sicura e duratura. E l'Herald di New York riporta la conversazione parola per parola! Non sa di quali parole immortali si è fatta veicolo. Non ho alcuna considerazione per la prontezza mentale di chi, potendo leggere il resoconto di quella conversazione, continua a definire folle il suo protagonista. Essa reca le tracce di una intergrità morale più forte di quella garantita da una disciplina e da un costume di vita ordinari, o da una normale organizzazione di vita.

[...]

"sono in errore quelli che lo considerano un pazzo...egli è freddo, padrone di sé e indomabile, e non si può dire di lui che è stato umano con i suoi prigioneri... E mi ha ispirato una grande fiducia nella sua integrità di uomo sincero. È un fanatico, presuntuoso e verboso ma risoluto, leale, e intelligente. Anche i suoi uomini, quelli sopravvissuti, sono come lui...Il colonnello Washington dice che, nello sfidare il pericolo e la morte, era l'uomo più freddo e risoluto che avesse mai visto. Con accanto un figlio morto, e un altro trapassato da una pallottola, con una mano tastava il polso del figlio morente, e con l'altra teneva il fucile, e intanto dava ordini ai suoi uomini con la massima padronanza di sé, incitandoli a resistere, e a vendere cara la pelle quanto più potessero." Praticamente i primi nordisti che lo schiavista abbia imparato a rispettare!

[...]

Il suo credo individuale era che un uomo ha tutto il diritto di opporsi con la forza allo schiavista, al fine di liberare gli schiavi.

[...]

Unless above himself he canErect himself, how poor a thing is man!

A meno che non sappia ergersi al di sopra di se stesso, che misera cosa è l'uomo!

Quando la violenza prende il posto della ragione.

Sono più le cose che ci uniscono o quelle che ci dividono?

Aizzatori, facinorosi, vendicatori, falsi profeti di promesse fittiziamente salvifiche, corrotti, malevoli, infingardi, meschini, violenti, volgari, pretestuosi, genti che si son fatti e si fanno ancora oggi portatori di giustizia divina, comunicatori di un verbo scritto e non praticato, impuniti macellai di spiriti, assassini, stupratori di corpi, stupratori di anime, stupratori di principi, macellai della ragione, oscurantisti, indottrinati prosecutori ciechi, bestemmiatori e usurai di vite altrui,, presuntuosi, arroganti.

Pensate ad anni su anni di storiografia. La violenza contro la ragione. Il disordine cieco e bieco contro la pacatezza e la pace. La maligna cospirazione empia contro il confronto ragionevole e costruttivo. Saggi di sociologia studiano lo "Scontro di civiltà" come fosse una frattura importante. Sentiamo parlare costantemente di fratture centro-periferia, di frattura settentrione-meridione...fratture...divisioni, muri.

Quel che ci divide. Mai quel che ci unisce. Oggi è la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne. Doppio insulto. Insulto alle donne che dopo più di due mila anni ( secondo il computo gregoriano e quindi cattolico ) hanno bisogno di una giornata tutta loro per ricordare quanto ancora non abbiamo fatto, quanto ancora siamo arretrati, quanto ancora non concepiamo alcuna idea di vita egualitaria e giusta; e insulto per noi perché dobbiamo ricorrere ad una finzione così palese e così umiliante come una giornata internazionale per ricordare a noi stessi quanto siamo privi di una cultura che ci renda cittadini alla pari di un mondo che non riusciamo a vivere.

Quanta violenza c'è dietro una giornata come questa? Quanta violenza ancora? Quante donne, ragazze, figlie, mamme, nonne, zie, cugine, tacciono e rimangono violentate nella loro individualità. Quante ancora chiedono un permesso per uscire? Quante ancora non possono fare qualcosa per paura di una reazione? Quante volte ancora si dovrà sentire "lei lo sa che sono così, fa quella cosa e mi provoca"? Quante ancora non sono libere di camminare per strada come vogliono, quando vogliono? Si risponderà, sia una questione di sicurezza. Finiamola! Considerare il pensiero che l'uomo deve proteggere la donna, che una donna non possa uscire da sola, che una ragazza non possa avere l'indipendenza di crearsi la propria vita è quanto di più degradante esista non per una società che abbia la presunzione di definirsi civilizzata. La donna non deve avere nulla da cui proteggersi, questo è il pensiero cui dovremmo tendere. A tal proposito propongo anche di ridimensionare le nostre pretese altisonanti e di porci non a "società civile" ma di "società in via di conquiste civili"

Finché continueremo a mantenere questa cultura di violenza, non ci sarà spazio per un diretto confronto egualitario che porti ad una crescita sociale reale.

Violenza. La violenza non è banalmente solo quell'espressione fisica che lascia un segno visibile in un corpo. Esistono violenze ben peggiori, violenze cui siamo abituati. Violenze culturali. Violenze ideologiche. Violenze religiose. Violenze dettate da tradizioni sedimentate, nascoste seppur palesemente in vista. Sedimentate perché le abbiamo fatte diventare parte della nostra formazione culturale. Le vendiamo. Vengono rilasciate come fossero speranze di salvezza. Nascoste perché nei secoli, negli anni, i più malevoli tra noi sono riusciti a farle somministrare come abitudini giornaliere. Le insegniamo ai nostri figli, sorelle e fratelli, cugini. Li vestiamo di candido biancore e li spacciamo come principi sacri cui appellarci in caso di necessità. Diventano valori e ci cambiano prima di potercene rendere conto. Perché diciamo 2012? 2012 a partire da cosa? Qual'è l'evento che utilizziamo come segnatempo nel computo dei nostri anni? Un'atto di ragione? Un ragionamento scientifico? L'anno zero. La nascita di Cristo. Questa è una sconfitta per ogni essere dotato di ragione.

Non è uno scontro di civiltà. È improprio. È inesatto e risulta peraltro una grave reiterazione di un errore già compiuto più e più volte. Le civiltà sono credenze sedimentate e loro conseguenze. Lo scontro è tra le differenze che vogliamo considerare tali tra noi esseri umani. Le finzioni cui abbiamo deciso di credere. Le religioni non hanno distrutto nulla. Le culture non sono inconciliabili tra di loro. I libri, non sono veicoli di sofferenza. Sono veicoli di idee. Sono le persone ad incarnare le idee. Sono le persone a rendere violento qualcosa che nasce come un confronto.

Avevo scritto già qualcosa circa le parole. Sono parole come ERETICO, PAGANO, INFEDELE, RAZZA...sono parole come queste a marcare l'animo e l'intento del mio o dei miei interlocutori. Voi non mettete in discussione quello in cui credete, voi non potete. Io posso e devo. Il fanatismo è quanto di più violento esista.

Contrastare la violenza con la violenza non ha mai portato altro che a sofferenza. Pensate a quanti anni e quante forze sono state spese per conflitti razziali, pensate a quanti sono stati gli sforzi profusi per arginare il progresso della scienza, pensate a quanto il cattolicesimo e altre comunità religiose si pongano a vertici di giustezza e giustizia. Pensate a chi punisce in nome di un Dio di cui poco o nulla si sa. Bestemmia. Summa dell'arroganza. Epifenomeno dell'ignoranza cieca, bieca ma fedele. Fedele, già perché si può essere fedeli ad una dottrina, fedeli ad un'idea. A quanto pare però non si vuole essere fedeli all'unica cosa che potrebbero salvare davvero le persone da loro stessi e che potrebbe dar loro ben più di una pallida speranza in una vita senza affanni: la fede nella ragionevolezza.

Con grande umiltà, mi auguro ancora una volta di riuscire in una sola cosa: avervi fatto sorgere una domanda. È la domanda che conta, non la risposta.

sabato 24 novembre 2012

Una parola.

Le parole sono pietre, scriveva Levi qualche tempo fa. Sulla parola tanto si è scritto e tanto si è riflettuto. Sull'assenza della parola, idem. Ricordo, con molto piacere, una lettura di un piccolo saggio scritto da un tal Abate Dinouart: L'arte del tacere. Chi se non un monaco avrebbe potuto scriverne con così tanto distacco, mi chiedo.

Tanto si è scritto, però, anche sul modo in cui le parole vengono assemblate e si compongo tra loro, sul modo in cui le parole servono, sul modo in cui sono funzionali ad un pensiero. Certo, si potrebbe procedere con digressioni infinite. Le parole, prese a sé, senza implicazioni logiche e riferimenti a costrutti ideologici e simbolici, non hanno un grande potere. Non riuscirebbero a far appiccare nemmeno un fuocherello piccolo piccolo. Cos'è, dunque, che trasforma alcune parole, singole o unite insieme, a farne un manifesto, una sfida, un chiaro impegno di chi le pronuncia?

Piano, procediamo con calma. La parola. Chiunque di noi è capace di parlare. "Parlare" del resto cos'è? Usare delle parole per esprimere un proprio pensiero non è qualcosa di così semplice e spontaneo come ci si  potrebbe aspettare. Pensate ai bambini. Vi sarete sicuramente trovati nella situazione di dover comunicare con un bambino e di notare quanto si spazientisca quando cerca di farvi capire qualcosa, producendo suoni non ascrivibili alle parole ma ugualmente significativi, e voi non riuscite a intendere cosa cerca di dirvi. La parola semplifica. Pensate che grande conquista per un bambino, cominciare a farsi capire. Cominciare a comunicare con un mondo che fino a qualche tempo prima non lo capiva. La frustrazione di pensare e non farsi comprendere. Ecco, tenete in mente quest'immagine. La conquista del bambino che scopre un nuovo modo di comunicare con gli altri.

Fin qui la cosa sembra semplice. Cosa cambia? Cambiamo noi. Cambiamo il modo di intendere il confrontarci con gli altri. Cambiamo nel desiderio di farci capire e di comunicare le nostre idee. Cambiamo perché siamo convinti di conoscere abbastanza parole per esprimere coerentemente e sapientemente il nostro pensiero. È davvero così?

Se parlare fosse riassumibile nell'azione di conoscere un registro linguistico vasto, chiunque saprebbe parlare. Peccato, però, non sia così...Thoreau e non solo insegnano. Parlare è anzitutto capire e non solo conoscere la parola che utilizziamo. Parlare non è mera conoscenza ma è intelligenza pratica, dinamica. Parlare non è solo riconoscere quella parola all'interno del nostro registro linguistico ma saperla identificare come mezzo, capire che in quella parola c'è un riferimento simbolico, un valore esplicabile, una storia, una forza potenziale che starà a noi saperla rendere attuale.

Le parole sono mezzi. Se le parole fossero dei contenitori vuoti, secondo voi, quanto impiegheremmo per rovinarle? Per usarle a nostro piacere, storpiandone il significato originale, per violentarle e schiavizzarle al servizio di logiche incoerenti? Nulla. Se la parola fosse un contenitore vuoto, non avrebbe senso parlare. Chiunque potrebbe mettere e togliere in quel contenitore. Le parole sono mezzi e occorre saperli impiegare. Occorre saperle imbrigliare perché le parole sono anarchiche. Ognuna di loro respira di libertà, respira di rivoluzione. Anche la più innocua. Ogni parola respira dell'anarchia di una mente creativa.

Le parole sono mezzi. Cosa vuol dire questo? Che in qualsiasi nostra azione, da quando comunichiamo qualcosa ai nostri affetti, a quando scriviamo una poesia, a quando scriviamo un'apologia, a quando riflettiamo con un amico o con una collega su una questione accademica o intellettuale, occorrerebbe sempre farlo ricordando che quel che uscirà dalla nostra bocca non saranno solo delle combinazioni di lettere ma sarà la voce forte e chiara del nostro pensiero, che darà vita al nostro essere e che ci presenterà al mondo per quello che siamo nell'intimità della nostra mente. Parlare è molto più che lasciare volare nell'aria quattro combinazioni di lettere prese a caso. Parlare è ragionare. Parlare è esporsi e affrontare un confronto a viso aperto. Non esiste mezzo termine. O parli o non parli. Non puoi quasi parlare. Esprimersi, comunicare, vuol dire lanciare un messaggio forte: io ci sono e questo è quello che penso.

Le parole sono mezzi. Mezzi imperfetti, altrimenti non vi sarebbero così tante discordie. Mezzi che devono essere costantemente rivisti. Perché è chiaro, le parole non hanno un unico significato. Sono mezzi che hanno bisogno di esser studiati e di essere costantemente aggiornati. Le parole sono dei mezzi che, per significare, hanno bisogno di un preparato e bravo compositore.

Eppure, mi si obietterà, e se non lo fate voi l'ho già fatto da solo, che le parole hanno da sempre avuto una considerazione piuttosto negativa. Le parole spesso, sono state sinonimo di irresponsabilità, di scarsa azione. Le parole sono infingarde. Le parole sono meschine. Le parole sono cattive. Le parole condannano. Le parole minacciano. Le parole tradiscono. Le parole ingannano.

O sono infingarde le persone che le usano per tali scopi? O sono meschine le persone che le usano? O cattive...e via dicendo...

Con le parole si può ingannare, certo però le si possono usare per difendere qualcuno. Con le parole si possono condannare persone, idee...si possono commettere atroci atti di violenza, verbale prima, ideologica dopo e che si trasformano quasi sempre in azioni che dovrebbero far vergognare ogni essere senziente. Con le parole, si producono le magnifiche liriche di Leopardi...con le parole però si producono anche gli orrori del Mein Kampf. Con le parole si scrive Imagine di Lennon e gli speech di JFK, i messaggi sulla teoria pratica della non-violenza di Gandhi e sogni di una vita più giusta ed egualitaria di M. L. King MA con le parole si proclamano le leggi razziali, con le parole è nato l'apartheid, con le parole migliaia di persone muoiono giornalmente e ancora con le parole, ahinoi, non si fa nulla per evitare che altre persone soffrano. Potremmo tanto andare avanti quanto sono secoli e secoli di parole cumulate da quando il primo bambino ha usato una parola.

Ancora, con le parole, si scrive la libertà di Whitman e l'anarchia di Thoreau. Immagini poetiche, certo. Fatte di parole. Le parole che noi tutti usiamo. Ecco cosa sono le parole. Le parole sono quel qualcosa che hanno il compito di unire chiunque di noi a chiunque altro. Indipendentemente da qualsiasi cosa. Occorre capire come fare. Occorre farlo con gentilezza, con perizia, con attenzione e reverenza. Del resto, anche se le parole sono un nostro prodotto, ognuna di loro vive una vita propria, indipendente dalla nostra. Respira. Cresce. Matura. Non invecchia. Almeno finché non saremo noi a farla invecchiare. Non muore. Almeno finché non saremo noi a farla morire.

È la domanda che conta, non la risposta.

giovedì 22 novembre 2012

La banalità di un "Perché?", ovvero: cosa rispondi mi dirà tanto sul chi hai scelto di essere.


Probabilmente quasi nessuno di noi fa caso al come e quanto, ogni viaggio, ogni scoperta, ogni ragionamento, sia stato determinato sempre da un semplice interrogativo: "perché". Tutto comincia sempre da un perché, un'interrogativo banale, invisibile quasi, un non nulla innocuo che si riduce ad una semplice notazione grammaticale introduttiva.

Oggigiorno, in un contesto dinamico dove abbiamo bisogno di essere veloci e snelli, dove abbiamo bisogno di semplificare al massimo ogni nostra azione vitale e di renderci "smart", di renderci funzionali ingranaggi di una macchina costantemente in movimento, abbiamo bisogno di essere dei sintetizzatori. Non è difficile comprenderlo. Basta considerare il nostro tipo di conoscenze base. Ognuno di noi, quando adopera mezzi informatici o comunque prodotti tecnologici, non bada mica al funzionamento della macchina o dell'apparecchio. La conoscenza veicolata e disponibile è di tipo funzionale ed estremamente superficiale, si base su aspettative: io premo il pulsante e so che premendo il dato pulsante avrò un risultato. Non conosco cosa succede dietro quel pulsante, perché come fittiziamente si potrebbe pensare, "non mi serve".

Siamo concreti, in effetti...a cosa serve sapere cosa c'è dietro la scocca in alluminio, o quel che tale ci sembra perché presentato così, del nostro portatile? A qualcuno potrebbe mai tornare utile questo tipo di conoscenza? La risposta generica sarebbe "eh certo, non sono mica un tecnico informatico io". Inquietante. Inquietante non per la diretta conseguenza pratica, quanto perché traspone una scelta, cosciente o meno, di spingerci di più verso una conoscenza "io mi aspetto che". Probabilmente procedo per digressione ma seguite il ragionamento circa la linea ideologica sopra presentata. Prometto che non sarò così oscuro, più avanti.

"perché", però, da semplice e banale interrogativo, comincia a diventare scomodo ed imbarazzante quando lo si fa seguire da un ragionamento razionale tendente a portare alla luce i contrasti e le ipocrisie delle società e delle relative tradizioni a noi contemporanee. "perché"...è uno strumento d'indagine. "perché" è una lente d'ingrandimento che ci consente di leggere meglio i fenomeni sociali che ci circondano. "perché", tra tutte le versioni a me congeniali, viene considerato impropriamente un'arma...non è la domanda a recare danno quanto la risposta che spesso ne segue ad essere densa di ipocrisie e mascherata di buonismo.

Esistono perché cui nessuno vuole rispondere, non per mancanza di una risposta ma in quanto la risposta avrebbe a che fare con delle motivazioni ed implicazioni così profonde e radicate nella psiche umana da creare crisi di rigetto. La prima reazione, verso chi pone il "perché", sarebbe l'esclusione sociale. L'emarginazione. La ghettizzazione culturale ed intellettuale. È ben noto che chi pone "perché", è una persona scomoda, pesante, eccessivamente pignola, eccessivamente puntata circa la comprensione della realtà, non è una persona di compagnia perché farsi e fare troppe domande non è bene. Non è bene chiedere perché si spendono soldi che potrebbero essere utilizzati per scopo benefici per organizzare cene sociali. Parimenti perché si ricerca il capo di alta moda dal costo esorbitante. Non è bene, oh.

Ebbene, proviamo a ipotizzare delle domande:

1/perché l'esistenza dei club privati? Servono per assistere il prossimo o per dare risonanza a una classe elitaria ed elitista con un volto di finto perbenismo?
2/perché quando subiamo un torto cerchiamo vendetta e non giustizia?
3/perché usiamo una bella, piacevole e conturbante bugia invece di una cruda ed effettiva verità?
4/perché siamo così tronfi di vantarci di un trascorso "democratico", arrivando addirittura all'abominio di essere "esportatori di democrazia" e ancora siamo divisi dalla xenofobia, dall'omofobia e da alte tante pratiche anti-sociali degradanti?
5/perché se dobbiamo troncare una relazione, preferiamo farlo per telefono, via email, via messaggio e via dicendo?
6/perché gli Stati Uniti non hanno ancora ratificato la Convenzione sui Diritti del Fanciullo?
7/perché utilizziamo, genericamente, il "farò", "sarò", "dovrò" e non il "faccio", "sono", "devo"?
8/perché preferiamo non dire quel che pensiamo direttamente ad un nostro amico o amica?
9/perché setacciamo così violentemente chi non la pensa al nostro stesso modo, perché in ogni nostra azione corrompiamo ogni cosa attraverso il classismo più esasperato, perché?
10/come si potrebbe risolvere il problema della fame nel mondo?
11/perché in alcuni paesi, i bambini soffrono il diabete, l'eccessiva alimentazione che si palesa poi con lo sviluppare obesità gravi e conseguenti problemi cardiaci e non solo mentre, in altri paesi, un bambino, per malnutrizione, per scarse condizioni igienico-sanitarie o per mancanza di cure contro malattie curabili, muore prima dei cinque anni? Cinque anni!
12/come si potrebbe risolvere la povertà nel mondo? Come la si potrebbe risolvere se ci siamo avviati in un'era compulsiva di consumismo estremo? 1984 di Orwell, letteratura distopica a quel tempo, è oggi una guida per l'utilizzatore medio di prodotti informatici. Come potremmo mai risolverla se ogni anno sforniamo ossessivamente e compriamo compulsivamente prodotti che non ci saranno utili se non al 7%? Come si potrebbe risolvere se arriviamo a spendere cifre esorbitanti per prodotti che violentemente ci schiavizzano? Come si potrebbe fare se noi vogliamo essere schiavizzati, contenti e convinti di pagare fior fiori di banconote per un principio aberrante, così come studiato da Bauman "Consumo, dunque sono". Perché per essere e per farci vedere, dobbiamo consumare?

Le domande potrebbero continuare...come ben vedete, il gioco del perché si presta ad un riuso infinito. La lunghezza di questa catena di domande è tanto lunga quanto è la capacità di chi la riceve di sondare il proprio animo e di non trovarsi corrotto, mancante, viziato da risposte che hanno il solo compito di schermare la ricerca della verità. Si cerca una "valida" motivazione. Si cerca una "convincente" motivazione. Valido rispetto a cosa? Chi deve convincere? In base a quale riferimento? Inganni su inganni. Cerchiamo di costruire reti sempre più fitte di motivazioni, un po' come il gioco del Mikado, in cui tutti i bastoncini sono accatastati l'uno sull'altro. Ogni volta che rispondiamo ad un perché con un'inganno aggiungiamo un bastoncino o più. Chiedersi perché, però è togliere quei bastoncini. Arriverà prima o poi il perché fondamentale che riuscirà a scardinare l'intera costruzione, togliendo dai giochi il bastoncino che regge l'intera impalcatura e lì, l'ipocrisia della ragionevolezza umana, sarà mostrata in tutta la sua nudità.

A molti perché, spesso, segue una sola cosa: la parziale verità, artefatta e manipolata, che ognuno di noi accetta di conoscere o disconoscere per poter dire che la propria percezione di "normalità", ancora una volta, potrà andare avanti inviolata. La bugia che ci raccontiamo per tenerci in equilibrio tra l'orrore di un baratro quotidiano e l'apparente normalità che indossiamo ogni giorno, per uscire in strada, per salutare il passante, per chiedere l'ora. Siamo così legati alla nostra bugia che cerchiamo anche di confezionarla nel miglior modo possibile. Circoscriviamo gli spazi di manovra.

L'ignoto fa paura, quindi invece di accendere un lume ( quello della ragione ) e di spingerci dentro le ombre, preferiamo inventarci che nel buio vi sia un passaggio verso un paese fantastico. Il paese fantastico non c'è e lo sanno le vittime che nel buio son morte e aspettano che qualcuno si ricordi di loro. Nel buio, ci sono i migranti affogati in mare nella ricerca disperata di un appiglio sicuro dove poter ricominciare. Nel buio ci sono i bambini palestinesi morti per una guerra non loro, morti per cause che non hanno compreso, morti, nella loro genuinità e purezza, prima che siano potuti diventare vecchi. Ci sono i bambini palestinesi, nati già adulti e morti non ancora vecchi.

Nel buio, ci sono piccoli esserini rosicati dalla fame e scavati dall'angoscia di ogni giorno. Ci sono madri che non producono più latte per i loro frutti di mesi di sudore e difficoltà. Nel buio, ci sono le donne vittime di violenze sessuali, psicologiche, verbali. Nel buio, c'è la prostituzione. Una voragine in cui ogni anno cadono migliaia di ragazze. Nel buio c'è il dramma, di cui spesso non si parla, della tratta di esseri umani e di bambini. Nel buio ci sono i bambini soldato che imbracciano fucili veri, che muoiono sotto proiettili veri e che vengono comandati da uomini finti, uomini di cartone, ombre di una società tiranna e malfattrice. Nel buio c'è la vergogna e le colpe di chi potendo fare, non agisce. Nel buio, c'è il silenzio di chi pur avendo una voce non la presta a chi non ha la possibilità di averla.

La libertà non serve a nulla se non la si usa per liberare chi ancora non lo è.

Una sapienza antica recita: "chiunque salva una vita, salva un mondo intero". Io la rivedrei: chiunque permetta che anche uno solo muoia, ha condannato il mondo intero.

È la domanda che conta, non la risposta.

mercoledì 21 novembre 2012

Voglio giustizia! O forse era vendetta? Non mi ricordo!

Spesso capita, da fatti quotidiani, da eventi giornalieri ed improvvisi per nulla inseribili all'interno di un contesto teorico, di riuscire a carpire grandi insegnamenti circa il modo di intendere e di pensarsi all'interno di un contesto dinamico. Ho detto spesso, certo, perché non è detto che si rifletta abbastanza su quanto un qualcosa di così semplice e piccolo, possa in realtà nascondere una contemplazione circa l'essenza delle cose.

Non mi rivolgo ai giurisperiti o ai professionisti delle materie legali ( perché saprebbero ben discuterne loro in tali termini ), ma mi rivolgo a tutti coloro i quali, almeno una volta, nelle loro giornate, si siano scontrati con questa pulsione.

Quando subiamo un torto, solitamente cerchiamo "giustizia". Una frase così semplice, però, potrebbe essere facilmente riconoscibile come una finzione intellettuale prima e un grave errore procedurale dopo. Si cerca giustizia o si vuole vendetta? Cosa è l'una e cos'è l'altra? Lascio la risposta al percorso conoscitivo di ognuno di noi. Non voglio mica discutere di questi temi. Vorrei però puntare la lente focale su questo punto: quando subiamo un torto, il nostro primo pensiero è di arginare il torto o di ottenere un sentimento di rivalsa sulla persona che ha compiuto il torto?

Lascio a voi la riflessione. Qual'è il fatto quotidiano di cui parlavo sopra? Semplice. Ho la fortuna di avere un compagno animale cui voglio molto bene e che per me è come un fratello. Un fratello abbastanza grosso. È un cane di grossa taglia. Quotidianamente passeggiamo insieme. Sono molto metodico in questo. Gli metto la sua bella pettorina. Lo coccolo un po' finché non si scoccia e mi chiede di uscire. Usciamo. Passeggiamo. Mi fermo in un giardinetto pubblico in cui so gli piace andare. Attendo che si prepari per fare i suoi bisogni e nell'atto, metto il sacchetto raccogli feci in maniera tale da non far cadere nemmeno le feci in terra. Siamo così in sincrono che se io perdo tempo srotolando il sacchetto, lui mi guarda e si trattiene. Regolarmente, dopo, gli do un bel premio.

Capita però, in un contesto urbano dinamico, di trovare qualcuno che non si comporta alla stessa maniera. Qualcuno che non raccoglie le feci del proprio animale. Qualcuno che incivilmente condanna dando la possibilità ad altri di scagliare violentemente le loro fantasiose etichette di cafoni e maleducati. Capita, al pari, di trovare qualcuno cui provoca un certo fastidio questo fatto. È normale. Anche a me da fastidio. Cosa si potrebbe fare, mi direte voi...beh, da persona civile, penso il massimo possa essere lasciare un messaggio per i signori o signore poco garbati e decisamente malcuranti.

NO. Invece no. Una sera, mi reco nel giardinetto e cosa trovo? Sparpagliati in terra, e solo in terra ( perché c'è anche una passerella in cemento ), noto cocci di vetro rotti. Contando i fondi di bottiglia riesco a contare almeno 10 bottiglie. Mi dico "sarà capitato qualche balordo che non aveva che fare". Raccolgo i cocci e proseguo con la mia quotidianità. Sera dopo, stessa scena. Ancora una volta, raccolgo e proseguo. Senza voler provocare nessuno ma infastidito, decido di lasciare un messaggio ai proprietari di cani, invitandoli a pulire. Mi pare una cosa normale, non penso debba essere ricordata, addirittura...ma va beh!

Terza sera, sgomento. Mi guardo intorno e vedo in terra e sul cemento chiodi su chiodi...un giardinetto pubblico pieno di chiodi. Del genere, "per il tuo cane e per te".

Irritatissimo, proseguo senza fermarmi nel giardinetto. Torno in casa e decido di scrivere il foglio che vedete come immagini all'inizio dell'articolo.

Inoltre, come se non bastassero gli impegni che già di per sé si hanno, ho la ben pensata di raccogliere tutto ( senso civico, penso sia anche lasciare più pulito il luogo che si trova ). Impiego un'ora per pulire il giardinetto. Raccolgo tutto in una busta e mi permetto di scrivere un secondo messaggio.

"Mi permetto di farle capire cosa è civilità per me e cosa non lo è"

Pongo la bustina con i cocci ( enorme ) da un lato e la busta con le feci dall'altro, riportando rispettivamente e in corrispondenza: "Una busta di cocci di vetro e chiodi non lo è" "Una busta che raccoglie le feci del cane lo è".

Pensavo la questione fosse risolta. Insomma, sono un cittadino come tanti altri. A quanto pare, forse un po' più civile e molto meno remissivo nei confronti di queste angherie.

Pensavo di non dovermi confrontrare ancora una volta con la stupidità umana...invece, l'altra sera, mi blocco e penso: questa è l'umanità.

Cosa vedo? Cocci di vetro, chiodi e fil di ferro srotolato smodatamente ovunque. In terra e sul cemento. Probabilmente io esagero ma la cosa è inquietante. Io ho proposto ogni misura civile, ho persino raccolto le nefandezze di altri. Ho impiegato il mio tempo per risolvere quel che altre persone, senza evidente impegni e affari da risolvere nelle proprie vite, hanno messo in piedi. A quanto pare, impedire a tutti di usufruire di un giardinetto è più civile che scrivere due righe. A quanto pare, disseminare cocci di vetro, chiodi e srotolare fil di ferro è un modo coerente di interagire con quel che non ci piace e di risolvere le ostilità giornaliere.

E poi ci chiediamo come mai esistano ancora conflitti che sembrano essere alimentati dall'ego fin troppo sviluppato di alcune eminenti personalità.

Mi chiedo e vi chiedo, qual'è il prezzo del dissenso? Il prezzo di un pugno di chiodi? Il prezzo di un fil di ferro? Il prezzo di bottiglie di vetro? La scelta dice tanto su quel che decidiamo di essere. Questa è la gravità. Esistono altri modo di risolvere la questione, però, si preferisce usare la vendetta. Non la giustizia.