venerdì 19 ottobre 2012

L'italiano pressappoco. Anche con un 18...

Circa. Quasi. Non del tutto. Bene o male. Più o meno. Pressappoco, appunto.

Quante volte è capitato o capita nella nostra quotidianità di usare questa terminologia? Suadente, di certo. Come una coperta calda durante una serata tranquilla, leggendo un buon libro. Rassicura. Deresponsabilizza. Tende ad approssimare senza dare una misura. Ci aiuta ad evitare di scegliere ed essere precisi. Perché la scelta, lo sappiamo, è una bestia cattiva. Riversa sempre prima conseguenze e poi sentenze. Perché la decisione è quella cosa che ci permette di muoverci, senza considerare di andare avanti o indietro ( queste sono valutazioni successive ) ma muoversi e muoverci semplicemente. Perché è così difficile scegliere? Perché non sappiamo quello che vogliamo ( fortunato chi lo sa o pensa di saperlo convincendosi di esserne certo ) o perchè non accettiamo l'idea pratica di rinunciare a qualcosa per una cosa diversa? Perché la scelta non è solo discernimento. È anche soprattutto responsabilità.

Anche essere precisi è davvero una gran brutta bestia. Pensateci, per essere precisi, occorre essere tecnici, occorre migliorare la propria prestazione e adeguarsi ad un modo di fare, che spesso, per indolenza e sufficienza non si considera. No, non è anarchia. È noia. Una terribile nemica. Non solo, non basta. Occorre anche disciplina. Occorre anche esercizio, quindi. Tanto esercizio. Eppure ancora non basta, perché, la precisione, forse, non è relegata solo alla pratica ma dipende anche e maggiormente dal modo di pensare, dal modo di essere, dal modo di concepire la realtà che ci circonda.

Per il momento sono solo chiacchiere e potrebbe sembrare una paternale. Ancor peggio, potrebbe sembrare il tentativo di un giovane adulto, studente fuori corso, pessimo amante e non so ben dire amico, di ragionare sulla vita che lo circonda e, farne un campione. No, non ho questa presunzione. Non sono un giornalista, non studio giornalismo o sociologia o psicologia. Non ho alcuna intenzione di fare campione, anche se il titolo parla chiaro. Ho avanzato una pretesa. Ho aggettivato l'italiano. L'italiano dentro ognuno di noi/voi che, leggendo, potrebbe sentirsi offeso. E mi auguro che così sarà, vorrà dire che ho toccato un tasto dolente. Non me ne vogliate. Anch'io mi metto nella pentolaccia.

Pressappoco. Perché pressappoco? È un brutto termine. In realtà suona quasi divertente, goliardico perfino. Non fosse che trascina dietro un pensiero, un modo di fare, un modo di relazionarsi che rovina le persone, le relazioni e, pensando più in largo, la società. Pressappoco. Cos'è pressappoco? È un contorno sfumato. Di certo non è una linea chiara. Non è definito. È un "più o meno". È un qualcosa che forse è e forse non è. Alla risposta "per cena vuoi la pizza o il pollo?" Non si può mica rispondere "pressappoco la pizza" o "pressappoco il pollo". Occorre una risposta certa. Decisa. Forte. Responsabile.

Eppure, un pensiero così semplice e forse frutto di una finzione intellettuale da giovinetto del liceo, nasconde tante impervietà. Pensate nel vostro quotidiano quante volte usiamo l'approssimazione per fare qualcosa. Che forse è la motivazione per cui ci ritroviamo, oggi Italia, nelle condizioni che ben conosciamo.

Devo fare un lavoro, lo svolgo bene fino in fondo, al massimo delle mie possibilità oppure lo concludo alla buona "perché tanto nessuno lo controlla". Domanda, abbiamo bisogno di qualcuno che controlla il nostro operato per farlo? L'operosità, la nostra singolare soddisfazione del completare e portare a termine bene un lavoro, dipende dal controllo o dal concepire quel lavoro e ogni altro lavoro importante?

Devo preparare e studiare per una materia, che sia al liceo, che sia alle medie o all'università, la studio con attenzione ed interesse perché comprendo e riconosco che solo attraverso lo studio si guadagna il riscatto sociale collettivo e progredisce una nazione o studio con scarsa attenzione, senza comprendere la materia e che, chi è venuto prima di me, cerca di farmi arrivare la sua esperienza tramite quei testi? Studio per l'esame preparandomi e impegnandomi di capire quello che studio o cerco di capire da chi poter copiare, da chi potermi fare il riassuntino da studiare perché tanto "anche con un 18". Che sia Politica Economica, che sia Diritto Privato, che sia qualsivoglia materia.

Ho una domanda: vi piacerebbe che un futuro, giovane medico, vi dica "beh...questa materia...anche con 18". Non conosco la vostra opinione ma io trasecolerei. Il ragionamento è lo stesso. I frutti si vedono.

Torno a ripetere, e mi scuso per i toni, che non si tratta di una paternale. Io ho 26 anni, potrei essere ascrivibile alla categoria dei bamboccioni. Ho fatto scelte sbagliate. Le sto pagando. Mi sto sforzando di migliorarmi ogni giorno. Certo, è difficile ma chi non ci prova ha già perso in partenza. Retorica a gogò, perdonatemela.

Perché accuso e punto il dito con il "pressappoco"? Perché è una cattiva, se non cattivissima, abitudine che può portare all'accontentarsi, al non avere aspettative, alla noia. E noi giovani, non possiamo permetterci di accontentarci, di non avere aspettative, di annoiarci e di non fare. Noi siamo la generazione che deve annullare questa logica del "pressappoco". Lo stiamo vedendo con i nostri occhi. Lo stiamo sentendo sulla nostra pelle. Dobbiamo augurarci di arginare quanto accade e di essere barriera per chi verrà dopo di noi.

Pensate sia una logica inerente solo al lavoro o all'università? Pensateci solo un momento. Nelle relazioni tra ragazzi e ragazze. Forse sarà un pensiero giovane. Forse sarò "antico" io ma non penso. Cos'è l'amico/a di letto? Il paradosso di una società che ci porta a correre e non gustare il viaggio. A considerare la meta come il trofeo più ambito. Una posizione incerta. Una posizione non chiara ma in cui si può ancora stare insieme a divertirsi. Disimpegno. Nulla di male, forse. Alla lunga però l'abitudine forgia il carattere. Il carattere rafforza l'abitudine. Fregati! Non si esce più dal circolo vizioso. Una ragazza con cui avevo una relazione sentimentale, un giorno mi stupì. Parlavamo di interessi comuni, parlavamo di studi e viaggi, ridevamo e scherzavamo sul motorino e all'improvviso mi disse "sai, io non sono capace di scegliere. Non mi piace e non so farlo". Sulle prime non prestai una particolare attenzione. Scegliere porta le persone ad esporsi direttamente. Porta a svelare qualcosa delle proprie intenzioni. Porta, e forse è questo che spaventa maggiormente, a scoprirsi al mondo, all'altro. Certo, potremmo rintanarci nella nostra bella certezza nell'indefinito del pressappoco.
Peccato però che stare rinchiusi nella nostra "zona di comfort" non ci porterà mai a crescere, non ci porterà mai a meravigliarci e confrontarci con un mondo dinamico ed in continua trasformazione. Abbandoniamo il pressappoco e cominciamo ad uscire dalla zona di solidale incertezza. Sfondiamo la zona di comfort. Fuori c'è un mondo vivo, colorato. Un mondo che di certo non ci aspetta e che, sicuramente, è già occupato da altre persone che sono uscite dalla loro zona di comfort molto tempo prima. Perché perdere altro tempo ad inventarci scuse?

Ritornando però al tema dell'università, la vivo in prima persona quindi lo sento più vicino, il "pressapoco", è lo stesso ragionamento che conduce ad alcuni finti adulti a dire ai ragazzi "scrivi una tesi, così come capita...tanto per la fine che fanno non ha senso" o ancor peggio "prenditi questo pezzo di carta e poi lo puoi anche stracciare" o molto, abominevolmente peggio "va beh, ormai la tesi non è che una tesina delle medie"...

Cosa direbbe Umberto Eco? Da "Come si fa una tesi di laurea" siamo passati a "come si (dis)fa una (ipo)tesi di laurea". Gli esempi potrebbero continuare. Si potrebbe continuare a riflettere su questo tema per molto altro tempo ancora. Però andrei di molto al di là del mio obiettivo primo: condividere una riflessione.

Mi auguro, vi auguro e ci auguro che si possa davvero capire come il ragionamento del "pressappoco" abbia la capacità di rovinare intere generazioni. Chi è venuto prima di noi, è riuscito sapientemente a complicarci, e anche di molto, le cose. Proviamo, adesso, noi a semplificarle per chi verrà dopo.
È la domanda che conta, non la risposta.

giovedì 18 ottobre 2012

Le parole tabù dell'immigrazione

questa è la prova che i giovani italiani, in italiano, pensano e pesano. Senza arroganza, senza superbia, senza alcuna pretesa se non quella di continuare a formarsi e progredire. Complimenti a questa giovane penna che con una sua riflessione, imbraccia e si fa carico di una condivisa idea di modernità.

Brava Elvira!
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mercoledì 10 ottobre 2012

La Casta siamo Noi.

Quante volte abbiamo sentito parlare di "Casta"? Quante volte abbiamo letto o ascoltato la notizia di una nuova, estenuante ed ennesima furberia che ha umiliato ancora una volta chi in quest'Italia lavora e si sbraccia per un domani migliore? Quante volte, in ognuno di noi, si è fatto strada, serpeggiando, un odio latente verso quelle tristi figurine che insozzano la politica italiana da più di un ventennio? Non c'è bisogno di alcun nome. Li abbiamo ben scolpiti nella memoria, ahinoi.

Potrei andare ben lontano continuando con queste sole domande ma, ad oggi, ho da riflettere e porvi una domanda: dove nasce la Casta? Pensiamo davvero che il politicante di turno, sia arrivato, all'improvviso, dove si trova? Sfortunatamente per noi, non è così. Lo dico a voce alta e lo penso oggi, di ritorno dalle elezioni nelle università. Lo dico oggi e lo dico a voce ben alta, perché, guardandomi attorno, mi son sentito parte di un angusto labirinto. Lo dico oggi e, onestamente, mi vergogno molto a riconoscere che certe pratiche siano usate da giovani della mia generazione perché oggi ho letto lo sconforto, la rabbia e la disillusione mista in una sola, malinconica e stanca smorfia nel viso di un mio caro amico e collega, compagno di tanti confronti su svariati temi, il quale, prendendomi a parte e cercando di allontanarsi per un momento dalla bolgia convulsiva per riemergere e prendere un boccata d'aria mi disse: "Sai forse sono troppo idealista, non mi spiego ancora come si possa andare, il giorno delle elezioni, a chiedere di votare per questo o per quello.". Lo conosco come una persona che difficilmente ha delle lamentele. È un ragazzo umile, semplice ed onesto. Se c'è da lavorare, capo chino e a lavorare. Se è arrivato a lamentarsi lui, vuol dire che l'indignazione ha superato il limite della misura.

La Casta siamo noi.

Cerco di fare ordine nella tempesta emozionale in cui alcuni spiacevoli accadimenti mi hanno gettato. Se voi in prima persona foste candidati alle elezioni, cosa fareste? Intendo dire, cosa fareste come prima cosa? Quale sarebbero le vostre prime azioni? Penso, appellandomi ad un certo grado di ragionevolezza, la realizzazione di un certo programma. Una semplice, chiara ed articolata elencazioni di quelle che sono le vostre intenzioni. Una breve presentazione per far capire alla gente chi siete, per far comprendere alla gente il vostro messaggio. Dareste ogni cosa per scontata o andreste a presentarvi alle persone, conoscendone quante più potete? Chiedereste dei favori personali per ottenere dei voti o tentereste voi in prima persona di marciare tra le persone che potrebbero darvi un voto? Penso sia banale anche solo parlarne. A quanto pare, invece, non è per nulla banale. I fatti odierni me ne hanno dato prova.

Quali sono i programmi e chi sono i candidati? Possibile si vada a votare conoscendo, in alcuni casi, a mala pena il volto del ricevente voto? Se il programma elettorale si basa sulla capacità dei singoli gruppi di farsi organizzatori di serate danzanti, di organizzare "eventi", di fare feste, di divertirsi...bene: abbiamo risposto alla domanda. Non esistono politici, piuttosto sono tutti a far "Public relations" in sintonia con la moda attuale. Peccato che la Politica non sia questo. Certo, la nostra politica ci ha abituato proprio a questo teatrino, a questa successione farsesca di irrispettosa ed indecente esposizione di vergogne, perché non c'è altro modo in cui chiamare tutto quel che stiamo sorbendo fin troppo tacitamente. Peccato però che a fronte di certi consiglieri regionali o di certi amministratori o di capi gruppo di pariti che, bagordi, delinquono spregiudicatamente, che proclamano "per far politica non occorre essere preparatissimi" e che chiedono con impudenza, quasi a voler zittire, "perché un politico non può mettersi in costume da bagno?" ( non cerco di stumentalizzare, espongo a fini meramente esplicativi ), che offendono ripetutamente e con assoluta intenzione ogni idea di "Bene Comune", vi siano eserciti di eroi silenziosi che ogni giorno marciano a capo chino e lavorano umili nella loro quotidianità, consci di dover portare lo stipendio solo con il proprio lavoro. Che se devono comprare un lampadario, dovranno fare economia ed usare i soldi dello stipendio non quelli del partito. Ecco dove nasce la Casta. La Casta siamo noi. Come ci si può aspettare serietà da partiti politici locali, regionali e nazionali se i primi a sbagliare, se invece di condannare ed escludere certe pratiche e mezzucci che tanto detestiamo quando saltano alla ribalta dei media, li facciamo diventare delle pratiche istituzionalizzate?

La Casta siamo Noi.

Dov'è la Politica? Come si può anche solo pensare di fare qualcosa e farla bene se davanti al seggio elettorale, c'è appostato il ragazzino ben vestito di tutto punto, con camicia personalizzata, con schede e fogli vari che mi chiede "hai già chi votare? Non è che mi faresti un favore?". Ancor peggio, come si può anche solo pensare di essere credibili se si vendono i voti offrendo caffè e colazioni varie, se ci si ricorda di votare tizio perché "mi ha fornito le fotocopie di...", se si accompagna fino all'ultimo e si assicura, come fosse il Santo Graal, un fogliettino con scritto il nome del candidato? Una persona che è stata conquistata dal programma elettorale di qualcuno, si può mai dimenticare il nome da apporre nella preferenza? ASSOLUTAMENTE NO! Questo è un ulteriore segnale che il marcio comincia da noi. Noi che siamo la giovane generazione. Noi che siamo la giovane Italia. Noi che saremo la politica del domani e che a questo punto, marci come siamo ad oggi, non sarà Politica ma una misera e biascicata politicuccia. Niente di diverso da quella attuale. Niente di diverso dalle figurine attuali. Se ancora ci ripenso, mi vien rabbia: "mi faresti un favore personale?"

UN FAVORE?! Come lo si dovrebbe fare un favore? Faccio un favore a te, lo potrei anche fare. Certo. Cosa ne è del mio favore? Cosa ne è del valore di un voto? Cosa ne è di quello strumento, cui i padri della Politica sono consacrati, che viene evidentemente piegato a queste pratiche mediocri? Pensate, in proporzione a quanto possa essere abominevole questa pratica. Reiterare questa pratica, vuol dire non essere bigotti MA innestare nuovi germi deviati e devianti di una futura politica. La nostra. La Casta, signori, siamo noi.
Potremmo continuare a parlarne, potremmo continuare a discuterne. Che ne è della correttezza? Dov'è stata fatta la campagna? Qui i voti si comprano e si regalano con strette di mano, con complimenti alla nuova borsetta firmata e con occhiatine alla "m'arraccummannu ah!".

Cosa stiamo facendo? Ci stiamo davvero proponendo ad un mondo della politica così stantio? Stiamo ancora, davvero, reiterando certi comportamenti? Questo è modo di far politica? Dov'è l'anima? Dove sono le proposte? Dove sono i programmi? Dov'è LA PRESENTAZIONE DEL PROGRAMMA ELETTORALE? Qual'è il punto di vista delle persone che andremo a votare?

Notare bene che mi riferisco al mondo delle elezioni universitarie. Che per caso avete notata una qualche somiglianza con altri tipi di elezione? Forse con quelle che si terranno in Sicilia il prossimo 28 Ottobre? Oppure, ed ancor meglio, tutte le farse che si succedono, oramai, in quella che è la nostra barzelletta nazionale: la politica?
È la domanda che conta, non la risposta.