domenica 29 gennaio 2012

Dove l'ignoranza parla, l'intelligenza tace.

"Che vergogna, che schifo, che tristezza e che bassezza. Guardati uomo quanto nelle tue vene possa scorrere fango. Guarda che orrore. Non così si accoglie la morte. Per una riga, per sentirsi considerati e parte di qualcosa si è disposti a tramutarsi in carnefici, in aguzzini...mi vergogno perché condivido con certi esseri lo status di essere umano. "LA COSTITUZIONE È IN PERICOLO, CHE GLI ITALIANI STIANO CON GLI OCCHI APERTI ( OSCAR LUIGI SCALFARO marzo 2011)". Sarò un ragazzo ma voi. Voi adulti che vi beate di capire, con arroganza e presunzione, qualcosa. Che schifo. Che schifo l'uomo. Rileggetevi e pesate le vostre parole. Pur di sentirvi qualcosa e di avere considerazione per 1.5 secondi, scrivete sulla morte. Avete superato Warhol e i suoi 15 minuti. Voi per 15 secondi avete inveito, imprecato e sporcato la vostra umanità. "Memento mori" ripetevano gli antichi, non per augurare la morte ma per ricordarsi che siamo tutti composti dello stesso schifo che un giorno ritornerà a mischiarsi insieme. Anche nella morte non riuscite a stare, educatamente e rispettosamente in silenzio. L'abate Dinouart considerava: occorrerebbe parlare e scrivere solo quando si abbia qualcosa che abbia un valore maggiore del silenzio. Ché se muore un vostro parente dite "oh...uno in meno, le mie spese diminuiscono...uno in meno per la sovrappopolazione"? Scrivo questo e non commenterò contro i bravi, "IMPEGNATI", uomini e donne attivi/e, coraggiosi/e solo davanti ad uno schermo...perché, come vostro solito, offenderete, mi minaccerete, inveirete contro di me, contro i miei amici e la mia famiglia, perché non sapete fare altro che sporcare questo mondo e come se non bastasse, le vostre reazioni, fanno cadere in me il valore che io do a priori al pensiero umano. Volete fare qualcosa? PRENDETEVELA CON I VIVI. LASCIATE IN PACE I MORTI. Scendete in piazza e rompete i coglioni, fatevi sentire dal governo come mi sono spaccato il culo a fare da anni a questa parte MA non statevene negli angolini bui della vostra casa a scrivere, sicuri, davanti ad uno schermo che non può rispondervi. AGITE."

Una mia cara amica ha sentenziato, citando, correttamente: "dove l'ignoranza parla, l'intelligenza tace". Si è vero. L'intelligenza non cede alla provocazioni. L'intelligenza si riconosce tale e pesa le parole. L'intelligenza non impiega energie per arginare gli sciocchi, si potrebbe dire. Beh...chiamatemi ignorante. Chiamatemi anche grande ignorante. L'Ignoranterrimo se mi lasciate passare il termine. Perché a volte non si può semplicemente dire: no, sono le parole di uno sciocco. Sono dell'idea che dallo sciocco all'ignorante, al dottorato al filosofo, occorre sempre controbattere con il vigore della propria tempra morale e con la gentilezza e la grazia di un duello. Se una cosa non ci piace, occorre dirlo. Se qualcosa è stato detto, con poche righe, offensive, lesive, con grande VILTA' e CODARDIA, perché diciamolo...chiunque al di là e al di qua di uno schermo riuscirebbe a scrivere qualsiasi cosa..., occorre controbattere. È un dovere personale. Se lo si fa poi nei confronti di un deceduto. VERECUNDIA. Vergogna uomo o donna che tu sia. Nemmeno nell'estrema ora di un tuo simile, che non riusciresti ad eguagliare, riesci ad accumulare quel poco di dignità che ti basta per rimanere nel tuo silenzio. Un silenzio di cordoglio. Un silenzio di rispetto. Un silenzio anche di rabbia ma che sia silenzio. Un silenzio, Silenzio.

Sei arrabbiato/a? Sei angustiato/a? "Una pensione in meno"...ti chiedo, o sciocco maschio o femmina che tu sia ( non dico Uomo o Donna perché sono status che prevedono dignità, rispetto e coraggio...e tu così facendo non ne hai ), se dovesse morire tua madre, tuo padre, tuo figlio, tuo fratello o tua sorella, un tuo familiare...penseresti "oh uno in meno...una bocca in meno da sfamare" oppure "uno in meno per il problema della sovrappopolazione". Scendi in piazza, organizzati, fatti sentire...partecipa alla vita sociale se vuoi fare cambiare qualcosa...non limitarti a scrivere due righe appena, veloci, come una pugnalata alle spalle...da VILE e CODARDO al sicuro e seduto davanti ad uno schermo statico che non può risponderti, affronta a testa alta e petto in fuori chi vuoi. Parla ai politici, alla casta che tanto odi. Alla gente che ti toglie il cibo dalla bocca. PROTESTA. INFORMATI. SCENDI PER STRADA. GRIDA AI VIVI MA LASCIA IN PACE I MORTI.

Non è populismo, non è demagogismo e non posso chiamarla nemmeno barbarie. È umanità e oggi, mi vergogno di avere in comune con voi, gente bassa e povera di animo e spirito, di ogni briciolo di quel che si può chiamare uomo in me.

venerdì 27 gennaio 2012

Silenzio.

"Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi."

Presto o tardi, chi prima, chi dopo, abbiamo tutti letto Primo Levi. Non il Primo Levi letteratura. Non il Primo Levi scolastico. Il Primo Levi sofferente, deportato e privato della sua umanità. Il Primo Levi che in queste parole ha messo in riga la vergogna degli uomini, che ha mostrato al mondo come l'orrore abbia trasformato nostri fratelli e sorelle in numeri. Carni in polvere. Sorrisi in nulla. "Se questo è un uomo" non dovrebbe essere l'interrogativo posto solo nei confronti di chi è stato privato della sua umanità MA forse, con tono ed intensità maggiore, nei confronti di chi ha privato, nei confronti di chi non ha teso la mano verso un suo stesso fratello o sorella, nei confronti di chi, quella mano, l'ha chiusa in pugno. Nei confronti di chi non ha posto alcuna domanda sul GIUSTO ma ha accettato di prostituirsi ad altri che decidevano per lui. Nei confronti di chi si è fatto carnefice della propria carne. Oggi è il Giorno della Memoria. A cosa serve questa memoria però se abbiamo paura di confrontarci con chi siamo stati? Con chi ci ha preceduto in questo viaggio chiamato vita? Perché ammettiamolo, nella storia degli uomini, ci sono angoli bui che nessuno vuole ricordare. Ricordiamo le vittime. Mai chi le ha rese vittime. Per quale motivo. Ricordiamo i simboli della salvazione. Non ricordiamo i simboli che hanno fatto tremare i sogni dei bambini. Che hanno infranto i sorrisi, di chi un domani sarebbe stato un uomo o una donna, con le lacrime delle madri.

Tante cose si scrivono e si dicono. Io, non mi sento di dire e scrivere ancora, ho già insozzato troppo. Riprendendo le parole dell'abate Dinouart: Si dovrebbe interrompere il silenzio solo quando si abbia qualcosa da dire che abbia più valore del silenzio stesso. Oggi il mio silenzio sarà fatto di vergogna, di umiltà, coscienza e profonda tristezza per tutti, indifferentemente da ogni possibile discrimine che lo stupido essere umano riesce a produrre. E, provate a pensare quanto il silenzio, abbia avuto un peso. Il silenzio del condannato a morte. Il silenzio di chi ha perso la speranza di vedere un cielo sereno. Il silenzio di un cuore che non batte più. Il silenzio di bambini che non giocano. Il silenzio di passi che calpestano. Il silenzio delle madri. Il Silenzio colpevole di chi non ha parlato per paura. Il Silenzio colpevole e bastardo di chi continua a non parlare. Perché il silenzio a volte nasconde la codardia dell'agire. A volte invece l'umiltà di riconoscersi esseri umani.





venerdì 20 gennaio 2012

If / Se di Rudyard Kipling

If you can keep your head when all about you

are losing theirs and blaming it on you,

If you can trust yourself when all men doubt you,

but make allowance for their doubting too;

If you can wait and not be tired by waiting,

or being lied about, don't deal in lies,

Or being hated. don't give way to hating,

and they don't look too good, nor talk too wise:



If you can dream - and not make dreams your master;

if you can think - and not make thoughts your aim;

If you can meet with Triumph and Disaster

and treat those two impostors just the same;

If you can bear to hear the truth you've spoken

twisted by knaves to make a trap for fools,

or watch the things you gave your life to, broken,

and stoop and build'em up with worn-out tools:



If you can make one heap of all your winnings

and risk it on one turn of pitch-and-toss,

And lose, and start again at your beginnings

and never breathe a word about your loss;

If you can force your heart and nerve and sinew

to serve your turn long after they are gone,

And so hold on when there is nothing in you

except the Will which says to them: "Hold on!"



If you can talk with crowds and keep your virtue,

or walk with Kings - nor lose the common touch,

If neither foes nor loving friends can hurt you,

if all mencount with you, but none too much;

If you can fill the unforgiving minute

with sixty seconds' worth of distance run,

Your is the Earth and everything that's in it,

and - which is more - you'll be a Man, my son.



[-----]



Se non perdi la testa quando tutti intorno a te

la perdono e se la prendono con te,

Se confidi in te, quando tutti dubitano,

ma tieni conto anche dei loro dubbi;

Se attendi e non ti stanchi dell'attesa,

o calunniato, non ti dai alla calunnia,

O odiato, non ti fai prendere dall'odio,

Ma non fai troppo il santo, o il sapientone:



Se sogni - ma dai sogni non ti fai dominare;

se pensi - ma dei pensieri non fai il tuo scopo;

Se affronti il Trionfo e la Rovina

e tratti i due impostori in un sol modo;

Se sopporti di udire la verità che hai detto

distorta da furfanti in una trappola per sciocchi,

O vedi le cose cui hai dato la vita, infrante,

e ti pieghi a costruirle con arnesi consunti;



Se fai un sol mucchio di tutte le tue vincite

e le rischi in un sol colpo a testa e croce,

E perdi e inizi da capo un'altra volta.

senza mai fiatare una parola sulla perdita;

Se sai forzare cuore, nervi e lena

al tuo servizio ben oltre il cedimento,

E tieni duro quando in te non c'è più nulla

tranne la volontà che dice loro: "Resistete!"



Se sai parlare alle folle e serbare la virtù

o marciare con i re - senza perdere il favore popolare,

Se non ti lasci ferire da nemici o cari amici,

se tutti contano per te, ma troppo mai nessuno;

Se sai riempire il minuto inesorabile

di sessanta secondi che valgano la distanza percorsa,

Tua è la terra e tutto ciò che è in essa,

E, più ancora, sarai Uomo, figlio mio!

"Princìpi necessari per tacere" da L'arte di tacere, Abate Dinouart

In un periodo denso di quaquaraquà ( in prestito da Sciascia ) e gente che abbonda in parole, ho, per caso, scovato questa chicca.

1. si deve smettere di tacere solo quando si abbia qualcosa da dire che valga più del silenzio.

2. C'è un tempo per tacare come c'è un tempo per parlare

3. Il tempo per tacere deve essere nell'ordine sepre il primo: non si saprà mai parlar bene se prima non si è imparato a tacere.

4. Tacere quando si è tenuti a parlare è una cosa da deboli e da imprudenti, tanto quanto parlare quando si deve tacere è sintomi di leggerezza e indiscrezione.

5. In generale è certo che si rischia di meno a tacere che a parlare.

6. L'uomo non è mai tanto padrone di sé quanto lo è nel silenzio; quando parla egli sembra perdersi, per così dire, al di fuori di sé, e dissolversi nel discorso al punto da appartenere meno a se stesso che agli altri.

7. Quando si ha una cosa importante da dire bisogna prestarvi attenzione particolare: è bene dirla prima a se stessi e poi ripetersela, in modo da non doversi pentire quando non si è più in grado di trattenerla.

8. Se si tratta di serbare un segreto non si tace mai troppo. Il silenzio è, in queste circostanze, una delle cose per le quali non si deve temere nessun eccesso.

9. Il riserbo necessario per conservare bene il silenzio nella vita quotidiana non è una virtù minore dell'abilità e dell'impegno a parlar bene. E non c'è merito maggiore nello spiegare ciò che si ignora. A volte il silenzio del saggio vale più del ragionalemento filosofico, poiché è una lezione per gli impertinenti e un'ammonizione per i colpevoli.

10. il silenzio a volte fa sembrare saggio un uomo mediocre e capace un ignorante.

11. Siamo naturalmente protati a credere che un uomo che parla troppo poco non sia un gran genio, e chi parla troppo sia uno sconsiderato o un pazzo. È meglio far credere di non essere un genio di prim'ordine, rimanendo spesso in silenzio, piuttosto che passare per un folle abbandonandosi alla smania di parlar troppo.

12.Il tratto distintivo di un uomo coraggioso è quello di parlare poco e di compiere delle grandi azioni. Il tratto distintivo di un uomo di buon senso è di parlar poco e dire sempre cose ragionevoli.

13. Quela che sia la disposizione d'animo che abbiamo verso il silenzio, dobbiamo sempre diffidare di noi stessi: la smania di dire qualcosa sarebbe già motivo sufficiente per tacerla.

14. Il silenzio è necessario in molte occasioni, ma bisogna sempre essere sinceri: è possibile tenere per sé certi pensieri, ma non fingerli. Esistono delle maniere di tacere senza chiudere il proprio cuore, di essere discreto senza essere cupo e taciturno, di nascondere alcune verità senza coprirle con menzogne.

Il nudo.

In "Aristides senza veli", Neuman descrive con sagacia, la vita di un personaggio atipico. "Aristides veniva al lavoro nudo. Lo invidiavamo tutti. Non per il suo corpo, che tutto sommato non era granché, ma per la sua convinzione: prima che chiunque di noi riuscisse a prenderlo in giro, lui aveva già lanciato uno sguardo di disapprovazione verso i nostri vestiti e ci aveva voltato le spalle."

Tra "vecchio" e "vissuto", c'è una vita di mezzo...

Vecchio. Vissuto. Due modi di vedere e di concepire la stessa sostanza. Potrebbero sembrare solo e semplici punti di vista MA vi chiedo e mi chiedo: e se non fosse così? Parto con un esempio banale. L'altro giorno, casualmente, rovistando nel mio armadio alla ricerca di una cravatta che mi era accidentalmente caduta, sposto delle vesti ripiegate e cosa trovo? Un tesoro. Un paio di scarpe che non mettevo più da qualche anno. Scarpe vecchie, a primo acchito, si potrebbe pensare. C'è un "però" che blocca tutto. Però se le guardi con attenzione vedi tanti particolari che ti ricordano qualcosa: quelle scarpe son state con te in alcuni momenti della tua vita. Momenti unici. Momenti particolari. Avventure, come direbbero certi amanti dell'heritage. Provo a metterle e le sento già. Le sento comode, forse perché il piede ha avuto modo di "scavarle" ma del resto, vorrei ben vedere...capita nella vita di "abituarsi", di "rendersi proprio" qualcosa e non dovrebbe capitare al nostro piede di plasmare la forma della scarpa? Da ridere. Beh, le riguardo e penso. Penso a quel graffio. La prima caduta dal motorino. Guardo ad una parte del simbolino adidas mancante e penso alla partitella di calcio improvvisata, la sera del compleanno di un mio amico, quando volendo fare sempre il solito gradasso, ho fatto un goal di tacco nell'ipotetica porta segnata da due scaloni. Le rivedo e le giro. Vedo un piccolo taglio e quello, caspita, non lo ricordo. Incredibile. Tra la punta e la suola c'è ancora un piccolo residuo verde. Un piccolo stelo vagabondo che ha deciso di venire con me. Memoria dell'ultima volta che le ho utilizzate. In un bellissimo parco, con una bellissima ragazza, seduti in terra per un pic nic. Un semplice paio di scarpe quanto ti può ricordare. Incuriosito e preso dal gioco, cerco ancora. Indago. Niente, non una traccia di tanti viaggi. Eppure ne ho fatte di cose con quelle scarpe. Mi hanno accompagnato in Indonesia a scoprire le meraviglie nascoste di costruzioni in pietra affascinanti e mistiche. Mi hanno accompagnato per i mercati angusti ed immensi come formicai di Agadir. In effetti ora che ci penso, queste scarpe mi hanno accompagnato un po' ovunque. Ecco. Ora ricordo il taglio. Un pomeriggio, avevo si e no 19 anni. Chiamo una mia cara amica e vengo a sapere che era a mare con altre due sue amiche che conoscevo. Immediatamente mi vesto, abbandonando i libri sulla scrivania, mi fiondo col motorino al Venusilia, il complesso residenziale dove abitano, e le vedo. A mollo tutte e tre. Io intanto avevo preso una vaschetta di gelato. Che volete farci, mi piace arrivare a mani piene, se considerate poi un pomeriggio caldo al mare...beh non c'è accompagnamento migliore. In men che non si dica le saluto e, pur non avendo il costume, mi precipito in acqua, gettando la maglietta in terra e le scarpe contro la ringhiera in metallo, per scendere. Mi buttai in acqua con i jeans ancora addosso. Ilarità. Divertimento. Risate. Un pomeriggio che rimarrà per sempre nel mio cuore. Al ritorno, la fedele scarpa sinistra aveva un piccolo taglietto. Quel piccolo taglietto. Nemmeno il tempo di riporle, che, sotto, nella suola, vedo una piccola pietrolina incastrata. Potrebbe essere di qualsiasi posto, certo. Ma l'unico posto in cui ricordo di aver messo queste scarpe, fu un pomeriggio di tanti anni fa...a Marina di Ragusa, con i miei  più cari amici e con la ragazza che a quel tempo mi faceva sentire bene. Una camminata lunghissima, fatta di risate, di lamenti e di speranze per il mondo che un giorno avremmo forse visto insieme. E invece le mie scarpe son rimaste lì. Riposte in un armadio. Vecchie? No. Non sono solo invecchiate. Le mie scarpe sono vissute. Perché insieme a me hanno vissuto tante avventure. Non sono semplicemente invecchiate. Non hanno subito il lento ed inflessibile degradare del tempo. No. Hanno combattuto, hanno scalpitato, hanno calpestato...hanno marciato con me. Le mie scarpe, son rimaste qui. Hanno le rughe si, ma quelle pieghe non sono le sferzate di un tempo che passa per tutti. Sono colorate dello sporco del quotidiano vivere e del costante scoprire, del mai arrendersi e del sempre rinnovarsi. E, forse, è proprio questa la differenza tra invecchiato e vissuto. Il vissuto è sempre con te.