mercoledì 26 dicembre 2012

Il Silenzio.


Per Thoreau, il silenzio era un dono da fare solo ai più meritevoli. Solo nel silenzio si contempla la perfezione della natura. Per Bambaren, nel silenzio, due amici dicono più di quanto non si possa dire con le parole. Per Prévert, il silenzio era il complice segreto degli amanti. Per il più critico, austero MA distaccato Abate Dinouart, il silenzio era un'arte e occorreva parlare solo quando vi fosse stata qualcosa di maggior valore dello stesso. E ancora il silenzio è generalmente considerato l'amico del saggio, il segno dello stolto o il riparo dell'ignorante.

Si abbonda di citazioni. Chiunque, saggio, erudito, letterato, filosofo, uomo comune, sul silenzio ha avuto qualcosa da dire. Paradossale, non credete? Qualcosa da dire sul silenzio. Chi ha avuto in dono il mio silenzio, sa quanto esso possa essere gravoso se di colpa o piacevole e leggero se in contemplazione, delicato e leggero se mesto testimone di vite vicine o pesante e ossessivo se indagatore. Penso che il solo silenzio, descriva già a pieno, da sé, cosa sia.

Strana come cosa, comunque, il silenzio. C'è un solo silenzio? E se vi fosse più di un silenzio, quanti e quali tipi di silenzio si potrebbero conoscere? Perché non dovrebbe esserci un solo ed unico silenzio? Del resto l'uno esiste in mancanza del suono, della parola, del rumore...a volte. O forse no?

Proviamo a dilettarci assieme. Mi viene in mente il silenzio di chi interrogato e colto in fallo, non risponde. Non risponde per timore di sbagliare. Eppure l’immagine ancora non mi rende giustizia. Che silenzio vado cercando? Mmm…due amici, l’uno accanto all'altro, barcamenandosi nelle strade della vita. Il silenzio. Ecco, due amici che proprio nel silenzio, trovano e leggono l’un dell’altro dettagli inesplicabili. Perché capire non passa necessariamente dal parlare. Anzi, per dirla tutta, quasi mai. Empatia.

Il silenzio. Guardare un cane negli occhi e ricevere da lui effusioni e farne a sua volta. Comunicare pur non fiatando verso. Stabilire un legame profondo, antico. Riscoprirlo anzi…perché quel tipo di legame, cui il silenzio è testimone, c’è sempre stato. Il legame che unisce due anime nella più assoluta assenza di rumore. Vuoto apparente. Eppure, sono in compagnia degli animali si capisce quanto un animo è pronto e disponibile ad accogliere. Gli animali non hanno dimenticato quella parte istintiva che gli consente di capire e riconoscere immediatamente ostilità, finzione o essere amichevoli. Gli animali non mentono e non tradiscono. Sono istintivi. Ti leggono subito e vanno in profondità che nemmeno tu sai di avere. Ti sondano dentro meglio di qualsiasi psicologo. Perché la psicologia è nata solo da qualche centinaio d'anni. La natura è da sempre tale.

Il silenzio della nascita. Il silenzio di chi attende con ansia, dopo anni di affetto, dopo mesi di tribolazioni, dopo giorni di attesa e ore di sforzo, il primo vagito. Il silenzio infranto dal primo respiro di vita, dal primo urlo di gioia, dalla prima forte e chiara manifestazione del proprio essere: il vagito.

Il silenzio dell'amore. Un solo attimo che dura una quantità di tempo pari al desiderio che scorre tra due amanti prima di congiungersi in un bacio. Un silenzio chiassosissimo. Un silenzio in cui le palpitazioni corrono frenetiche. Un silenzio preludio di dolcezza. Il silenzio di un abbraccio, promessa di una tenera vicinanza. Il silenzio complice di due viandanti che vedendosi in viaggio capiscono molto l'uno sulla meta dell'altro.

Il silenzio del primo mattino. Il silenzio della mamma che scopre delicatamente le coperte dal proprio bambino o bambina riscoprendone le ciocche che emergono da un piccolo involucro di coperte e che schiudono una piccola meraviglia: il sonno di un bambino. Il silenzio dell’innamorato che destatosi, crede ancora di sognare, vedendo una tal meravigliosa visione: la bellezza dell’amata, virginea, scomposta, primigena, naturale…perfetta. Perché, per me, non esiste bellezza più pura e genuina di quella delle prime ore dell’alba, quando il corpo è rilassato naturalmente, quando ritorniamo ad essere quelle creature meravigliose che proprio dal silenzio sono nate.

Il silenzio del ritorno. Qualcosa di molto particolare e forse di un malinconico suggestivo. Il ritorno da un viaggio, il ritorno da una camminata, il ritorno da una passeggiata, il ritorno da una vita. Il ritorno. Concludere il proprio viaggio e tornare a casa. Quel silenzio in cui ripensi a tutto quello che hai fatto e che non hai fatto. Il silenzio che ti consente di usare i colori che hai accumulato durante il viaggio per dipingere la tela magnifica delle memorie. Il ricordo di un profumo. Il ricordo di una carezza. Il ricordo di un piccolo sasso che ti ha fatto inciampare. E così pure, il ritorno dalla vita. Il momento prima di chiudere gli occhi e ritornare chissà dove. La morte. Perché anche la morte, come ogni ritorno, non è che un momento in cui il silenzio permette di dipingere la tela delle memorie.

E ancora altri silenzi di cui non vorremmo mai essere compagni. Il silenzio di chi ha paura. Il silenzio di chi soffre fisicamente e si trova ad essere costretto in una gabbia di ossa, muscoli e pelle perché impossibilitato a muoversi. Il silenzio di chi non può parlare di sé. Il silenzio di chi non può vivere. Il silenzio di chi non conosce parola, di chi vorrebbe parlare ma le uniche parole che la vita cui altri l’hanno costretto gli ha insegnato sono “mamma ti prego non morire” o “fratellino mio non chiudere gli occhi”.

C’è il silenzio di chi aspetta di aprire il proprio regalo sotto un albero addobbato a festa, di chi aspetta il cenone con una famiglia numerosa e c’è il silenzio di chi come unico regalo, tra la povertà e la guerra, vorrebbe come unico regalo, riuscire a sopravvivere e vedere un domani con la propria famiglia, di chi aspetta con terrore la prossima raffica di bombe o la prossima incursione armata.

C’è silenzio e silenzio. In fondo, il silenzio è sempre lo stesso. Assenza di suoni, o forse qualcosa di più? L'assenza di suoni è l'afonia. Forse il silenzio ha un valore sacrale, mistico...anacoretico. Dunque, ogni volta in cui professiamo il silenzio, ci vestiamo tutti da anacoreti, mistici della vita, contemplatori della perfezione. Forse...chissà...o forse il silenzio è sempre lo stesso. Siamo noi, del resto, a desumerne valore, cambiando la situazione. Chissà...


 Chi critica, oggigiorno, di parlar troppo, abbia a mente che chi ha parola può e deve farlo anche per chi la deve tenere cacciata in gola, nascosta, per chi la vede violentata giorno dopo giorno. Il che non vuol dire vomitare parole ma con facondia, perizia e cura di questi strumenti, usare le parole per affrontare il livore, dilaniare l'indifferente sbuffo che condanna l'uomo alla superficialità, scalfire la patina oscurata della Coscienza tanto rinomata.

Strano l'uomo...talvolta le parole pronunciate sono troppe, talaltra sono fin troppo poche. Uno dei due casi è servo della tacita e subdola ipocrisia. Ai detrattori e agli elogiatori, la scelta.

martedì 11 dicembre 2012

Vincere, vendere e comprare: ditemi, dov'è la Politica?


Oggi, con un caro amico e collega, compagno di tante discussioni e riflessioni più o meno approfondite, si parlava di un tema che dovrebbe toccarci da vicino e che mette in risalto alcune problematiche legate al recente dibattito politico: strategie di comunicazione.

Non sarebbe il caso di scomodare addirittura Weber e le sue lezioni sulla politica e sul governo per avere un'idea generale di quel che dovrebbe essere se non ci trovassimo in tempi assai ben confusi, come questi, MA una citazione circa un grande insegnamento non spiace affatto:

"Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l'uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una "causa" (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. [...] Essa non crea l'uomo politico se non mettendolo al servizio di una "causa" e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell'azione. Donde la necessità della lungimiranza - attitudine psichica decisiva per l'uomo politico - ossia della capacità di lasciare che la realtà operi su di noi con calma e raccoglimento interiore: come dire, cioè, la distanza tra le cose e gli uomini. [...] La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell'animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev'essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente "si agitano a vuoto", è solo possibile attraverso l'abitudine alla distanza in tutti i sensi della parola. La "forza" di una "personalità" politica dipende in primissimo luogo dal possesso di doti siffatte. L'uomo politico deve perciò soverchiare dentro di sé, giorno per giorno e ora per ora, un nemico assai frequente e ben troppo umano: la vanità comune a tutti, nemica mortale di ogni effettiva dedizione e di ogni "distanza", e, in questo caso, del distacco rispetto a se medesimi. La vanità è un difetto assai diffuso, e forse nessuno ne va del tutto esente. Negli ambienti accademici e universitari è una specie di malattia professionale. [...] Giacché si danno in definitiva due sole specie di peccati mortali sul terreno della politica: mancanza di una "causa" giustificatrice (Unsachlichkeit) e mancanza di responsabilità (spesso, ma non sempre, coincidente con la prima). La vanità, ossia il bisogno di porre in primo piano con la massima evidenza la propria persona, induce l'uomo politico nella fortissima tentazione di commettere uno di quei peccati o anche tutti e due. Tanto più, in quanto il demagogo è costretto a contare "sull'efficacia", ed è perciò continuamente in pericolo di divenire un istrione, come pure di prendere alla leggera la propria responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi soltanto "dell'impressione" che egli riesce a fare. Egli rischia, per mancanza di una causa, di scambiare nelle sue aspirazioni la prestigiosa apparenza del potere per il potere reale e, per mancanza di responsabilità, di godere del potere semplicemente per amor della potenza, senza dargli uno scopo per contenuto. [...] Il mero "politico della potenza" (Machtpolitiker), quale cerca di glorificarlo un culto ardentemente professato anche da noi, può esercitare una forte influenza, ma opera di fatto nel vuoto e nell'assurdo. In ciò i critici della "politica di potenza" hanno pienamente ragione. Dall'improvviso intimo disfacimento di alcuni tipici rappresentanti di quell'indirizzo, abbiamo potuto apprendere per esperienza quale intrinseca debolezza e impotenza si nasconda dietro questo atteggiamento borioso ma del tutto vuoto. [...] E' perfettamente vero, ed è uno degli elementi fondamentali di tutta la storia (sul quale non possiamo qui soffermarci in dettaglio), che il risultato finale dell'azione politica è spesso, dico meglio, è di regola in un rapporto assolutamente inadeguato è sovente addirittura paradossale col suo significato originario. Ma appunto perciò non deve mancare all'azione politica questo suo significato di servire a una causa, ove essa debba avere una sua intima consistenza. Quale debba essere la causa per i cui fini l'uomo politico aspira al potere e si serve del potere, è una questione di fede. Egli può servire la nazione o l'umanità, può dar la sua opera per fini sociali, etici o culturali, mondani o religiosi, può essere sostenuto da una ferma fede nel "progresso" non importa in qual senso - oppure può freddamente respingere questa forma di fede, può inoltre pretendere di mettersi al servizio di una "idea", oppure, rifiutando in linea di principio siffatta pretesa, può voler servire i fini esteriori della vita quotidiana - sempre però deve avere una fede. Altrimenti la maledizione della nullità delle creature incombe effettivamente - ciò è assolutamente esatto - anche sui successi politici esteriormente più solidi."

Posta questa riflessione, avete fatto caso a come ogni cosa rivolta al pubblico abbia subito una lenta ma costante trasformazione? Verso cosa, sarebbe la domanda? Ebbene, sia localmente che internazionalmente, si sta spingendo verso un contatto diverso, un rapporto con chi ascolta che non è basato sulla comunicazione di un'idea quanto sulla reclamizzazione di un prodotto, un contatto con l'interlocutore che tende a farne rivestire e trasmutarne la sostanza e la forma. Non più interlocutore ma spettatore, acquirente possibile. Assecondare quel che già Bauman diceva nel suo saggio "Consumo, dunque sono" e ridefinirlo in un modus operandi costante di iterazione col mondo circostante.
Ecco...non ci possiamo sorprendere. Ricordiamoci che siamo nell'era di fb, di twitter, della "spettacolarizzazione" di qualsiasi cosa, siamo nell'era di "qualsiasi cosa fai finisce su YouTube"...siamo nell'era del consumismo estremo, nell'era della Apple. Non dimentichiamolo, eh.

Ecco qui la folgorazione: stiamo cambiando. E più noi cambiamo ( processo irreversibile e naturalmente necessario ) più cambiano una serie di approcci e paradigmi alla base delle nostre relazioni sociali più semplici. Il modello "presenta prodotto" classico di società iper-consumiste e relativo esclusivamente ad un settore ben specifico, quello del mercato, adesso, comincia a diventare parte e ad essere usato anche per attività ad esso non necessariamente e direttamente legate.

Già il marxismo metteva in guardia chiunque circa la pericolosità del santificare i consumi.Nel settore più vicino e suscettibile, intendo quello dibattimentale, non riesce meglio colui il quale esprime un certo grado di ragionevolezza...quanto, come dimostrato in tanti casi passati, chi riesce a vendere meglio un'idea. Chi riesce a impacchettare alla buona qualsivoglia trovata, vestendola, misurandola, tagliandola dove serve pur di farla piacere, avrà "vinto". E dico "vinto" per utilizzare un orrendo termine sentito ripetere, con ostentazione, tracotanza e con una per nulla marcata punta d'orgoglio battagliero, spesso da politicanti rampanti che hanno ben lontano il significato di vittoria in Politica. Vittoria non è la riuscita personale ma si vince quando financo l'ultimo cittadino dello stato è tutelato...

Alla luce di questa riflessione, quale politico sognerebbe mai di usare così impunemente "vincere"? Tutto è studiato a tavolino, le parole, gli atteggiamenti, le risate e le battute pronte. Si vende un'immagine. L'immagine si costruisce sull'acquirente. Si studia l'acquirente e si modifica l'offerta. Regole base di marketing.Non mi scandalizza e invece dovrebbe. Sono sicuro che non vi scandalizzerà e invece dovrebbe. Conoscete Marc Morano? Il tizio patinato e da copertina, made in USA della denuncia di brogli e di menzogne circa il mutamento climatico accelerato e provocato dal 1846 ad oggi? Quello che predicava contro il riscaldamento globale, quello che, pagato da lobby varie e società losche mandò in stampa un documento in cui si ribadiva che la cosa non fosse scientificamente dimostrabile e che fece firmare il documento da 413 nomi di scienziati insigni che poi si rivelarono essere 44 annunciatori televisivi, 84 erano pagati da lobby o società petrolifere, 49 erano in pensione da molto tempo, 90 non avevano nulla a che vedere con gli studi sul clima e due, particolarmente noti, Fred Singer e Frederick Siez erano convinti raeganiani anticomunisti antiliberal antiecologisti...disse "È tutta ideologia"...

È tutta ideologia. Vi ricorda qualcosa? Il più recente "la crisi? È una questione psicologica".


Insomma, in questo ambaradan misto alla rinfusa volevo riflettere con voi quanto l'informazione venga manipolata per lavorare sulle persone. Per entrare nella vita delle persone, estrapolare informazioni e riusarle contro di loro. Le persone non vogliono capire, vogliono comprare un'idea. Le persone non vogliono che qualcosa venga loro spiegata o tanto meno voglio dedicarsi esse stesse a studiare e comprenderne le motivazioni, non vogliono capire.

Voglio stare ad ascoltare finché vendi un prodotto che a loro interessa...dopo, potrai parlare di qualsiasi cosa, ragionevole o meno, cambieranno canale alla ricerca di qualcuno che possa dir loro cosa comprare. Come lo chef Tony delle ben note Miracle Blade serie III...il principio è uguale.

"e ci sarà gente che ci crede", ribatté il mio amico. Rifletto ancora una volta.

Rifletto semplicemente sul fatto che, vuoi per il tipo di conoscenza che la nostra società ha imposto e che noi tendiamo a reiterare facendoci noi stessi continuatori, estimatori e strenui difensori, vuoi per il ritmo con cui il rullo compressore di notizie ci sbatte in faccia le informazioni impacchettate, vuoi per qualsiasi cosa...le persone, oggigiorno, vogliono solo comprare qualcosa.
Non chiedono quanto costa, non chiedono cosa farà...non chiedono nemmeno quale utilità avrà o se è possibile compararlo ad un costo differente. Per nulla. Chiunque oggi è disposto a starti ad ascoltare solo se riesci ad essere suadente, se riesci a "vendere l'idea"...ecco perché Berlusconi o chi come lui ha avuto successo in tempi passati, ne ha ancora e con buona probabilità ne avrà, perché come la si vuole mettere la si metta, lui vende sé stesso, una sua concezione di politica...che non è quella auspicabile chiaramente, vende un partito spacciandolo per benevolo, vende tutto.E quindi, permettetemi una divagazione sociologica sui generis. In una società in cui tutto è una compra-vendita e in cui ogni azione-reazione è svolta in base alla legge del "vendere un prodotto", cosa pensate possa accadere a tutta una serie di non-cose che non possono essere economicamente scambiabili? Un esempio pratico, tra le relazioni interpersonali. Se saremo abituati a vedere un'idea e a non comunicarla, a venderci pur di farci comprare, cosa pensate che accadrà? Cosa pensate potrebbe generare questo più che inquietante ragionamento? Semplice, la spersonalizzazione delle singole individualità.

Non vi sarà più una compresenza di colori ma ognuno cercherà di "to fit", di quadrare, di riuscire ad entrare nei gusti di qualcun'altro, nei panni di qualcun'altro, diventando a sua volta qualcos'altro da quel che è. E tutto questo, solo per farsi comprare.

Questa estremizzazione grottesca, che disegna uno scenario decisamente poco possibile, serve allo scopo di farmi spiegare, però, dove sta la pericolosità di questo ragionamento. Una politica che smetta di essere politica e si trasformi in uno spot per reclamizzare e attirare compratori, un politico che accantona gli ideali e che si cura più che altro di quel che i suoi elettori idealmente vogliono, che riflette sulla sua immagine piuttosto che sulla sua essenza riflessa, un politico che diventa qualcos'altro e che muove la politica per farle assumere la forma e la sostanza di chi la dovrebbe comprare non è politica e non è politico.

Una politica spersonalizzata non è una politica per i cittadini. Una politica spersonalizzata è una prostituta abbandonata a sé stessa e il politico che così la trasforma e che permette tale abominio è un magnaccia.

martedì 4 dicembre 2012

Eligere ovvero la scelta del migliore.

Premetto che non sono un sociologo. Premetto, inoltre, che non sono un politologo...ammesso che qualcosa voglia dire e onestamente penso che non abbia alcun senso, come categoria, chiaramente.
Fine.

Insolitamente, rispetto almeno alle altre volte in cui venni fulminato da un tema particolare, nel riflettere circa l'eligere, questa volta, non ero solo. C'eravamo trovati per caso, un po' alla buona, tutti insieme in una stanza, sorseggiando un caffè appena fatto. Cosa rara e insolita perché, consideriamolo, oggigiorno, sedersi e riflettere per qualche oretta, confrontarsi su temi vari è decisamente un lusso. D'un tratto, cominciammo a discutere di varie cose ed è lì che venni attratto sulle prime da un qualcosa che in un primo momento non avevo colto con la dovuta attenzione.

Non è il caso di sciorinare chissà quale definizione manualistica, almeno per il momento, controversa, ragionata, schermata e fittizia. Resa incomprensibile perché considera singole e varie accezioni. Occorre partire dal basso, occorre partire dal linguaggio comune. Dal linguaggio parlato. Dal linguaggio pensato. Perché sappiamo benissimo che l'uno modifica l'altro e viceversa MA il solo linguaggio parlato è capace di creare aberrazioni che il linguaggio teorico nemmeno riuscirebbe ad elaborare.
Sia chiaro che non voglio ragionare sul significato dell'élite e nemmeno voglio scrivere circa il mio pensiero contro l'élite. Continuate e vedrete...il ragionamento è più complesso e tende a sottolineare un possibile errore comune quanto gravissimo.


Ritornando a noi: élite. Discutendo genericamente, quando parliamo di élite, senza eccessivi giri di parole, ci riferiamo ad un particolare gruppo di individui che viene riconosciuto in quanto avente delle caratteristiche in comune tali da renderli "altri" rispetto ad un insieme. In termini di teoria degli insiemi si direbbe un sottogruppo, se non vado errato.
Mi pare che fin qui, il concetto in sé non contenga niente di grave, sia ideologicamente che concretamente.

"Dove subentra l'errore?" mi chiederete e vi chiedere, spero. Beh, come da titolo, "élite" trova la sua nascita nell'idioma latino eligere , eletto...ciò che viene scelto, la scelta del migliore.

Ecco, un eletto...la scelta del migliore. Finché si parla di scelta del migliore, si potrebbe parlare di meritocrazia. Si potrebbe parlare di merito, no? Anche fin qui, ancora, nulla di particolarmente grave. Certo, quell'eletto lasciato così, alla buona, potrebbe far storcere il naso a qualcuno. Almeno...a me lo fa storcere. Si, perché la prima domanda che mi viene in mente è eletto da chi? per poi essere seguita da eletto a far cosa? e chiaramente, immancabilmente eletto secondo quale criterio? 

Eh va beh. Potrei essere io eccessivamente critico. Propongo quindi di accantonare queste tre domande. Ancora, dopo tutto, non c'è nulla di materialmente grave.

Già Socrate comincia a in difficoltà la concezione di élite quando si associa l'idea di re-filosofi alla classe governante. Ecco l'errore. Associare la meritocrazia, il ragionamento circa il merito alla corruzione del potere e alla minaccia del governo.

Il dibattito, relativamente recente tra studiosi del campo, da Pareto a Mills, da Marx a Norris e Dalton non hanno fatto che evidenziare questa differenza e renderla visibilmente palese. Noi...nel qual caso, intendo noi persone, abbiamo trasformato poi un'orrenda visione teorica in una degradante ed umiliante pratica rituale ghettizzante.

Cosa si intende per élite? Ripropongo la domanda cui avevo risposto blandamente sopra.

Ripropongo la definizione da differenti fonti:

secondo Gaetano Mosca.
"In tutte le società, a cominciare da quelle più mediocremente sviluppate e che sono appena arrivate ai primordi della civiltà, fino alle più colte e più forti, esistono due classi di persone: quella dei governati e quella dei governanti. La prima è sempre meno numerosa, adempie a tutte le funzioni politiche, monopolizza il potere e gode dei vantaggi che ad esso sono uniti, mentre la seconda, più numerosa, è diretta e regolata dalla prima in modo più o meno legale, ovvero più o meno arbitrario e violento, e ad essa fornisce, almeno apparentemente, i mezzi materiali di sussistenza e quelli che alla vitalità del'organismo politico sono necessari."

secondo l'enciclopedia Treccani.
élite: insieme delle persone considerate le più colte e autorevoli in un determinato gruppo sociale, e dotate quindi di maggiore prestigio. Nella sociologia di V. Pareto, gli individui più capaci in ogni ramo dell'attività umana, che, in una determinata società, sono in lotta contro la massa dei meno capaci e sono preparati per conquistare una posizione direttiva.


Tutto sommato, ragionando, potrei fermarti qui. Mi bastano già queste due definizioni per gridare all'orrore.

Proviamo a ragionare assieme. Questo piccolo termine, quindi, si traduce in gruppo sovraordinato. Sovraordinato minoritario rispetto ad un qualcosa che è maggioritario e che invece non merita, non ha gli stessi caratteri di esclusività. Non è meritevole di nota. Questa nota critica è del tutto gratuita, certo...ma evidenzia proprio quel che mi tocca del ragionamento circa la teoria dell'élite. I costrutti sociali su cui poggia e tutte le orrende conseguenze che si trascina.

Elitario ed elitista. Sono due orrende creazioni che si trascina e di cui si macchia la teoria delle élite. Chi o cosa è elitario? Elitario è colui che è destinato ad essere considerato parte di un'élite o colui che ne fa parte. Elitista, invece, pur avendo un suono più suadente, ha un carattere meramente dispregiativo, per quanto si provi a mascherarlo come un indice di progresso sociale e di necessaria evoluzione in termini di approcci sociologici. Elitista. Colui  è fautore e vivido sostenitore della teoria elitista. Elitismo. Il quale, al di là di bonarie interpretazioni, suggerisce immediatamente il suo significato...è viscido, un insulto, una vergogna, anti egualitario, orrendo: è una teoria basata sul rapporto di concentrazione minoritario secondo il quale, appunto, il potere ( sia esso economico, politico, governativo, in senso lato o figurato ) è racchiuso e arduamente trattenuto nelle mani di pochi eletti.

Ritornano le domande. Eletto da chi? Eletto per far cosa? Eletto secondo quali criteri?

Ecco che qui cade l'asino. E cade anche rovinosamente, del resto. Perché cade rovinosamente? Perché l'élite tende ad auto ghettizzarsi. Tende a creare delle gated communities. Tende a creare un ristrettissimo spazio, una cerchia di pochi eletti spesso autoeletti autoreferenti. Chi non fa parte dell'élite, deve dimostrare di possedere delle caratteristiche per essere accettato mai alla pari all'interno di un'élite. Selezione. Non selezione meritocratica, attenzione. Si parla di selezione sociale, discriminazione...si chiamerebbe criticamente. E, forse, tanto critica, questa interpretazione, non è. Tutto sommato identifica esattamente quel che viene fatto. Si discrimina, si passa al setaccio, si depura. Un brivido lungo la schiena corre veloce...

Chiaramente però, non occorre considerare solo la domanda Eletto da chi? e Eletto per far cosa?...c'è una terza domanda ancora più interessante e densa di contrarietà fin al suo midollo: Eletto secondo quali criteri?

Tutte le teorie elitiste, partono da un ragionamento circa il capitale. Si può parlare di capitale fisico, di capitale umano MA l'élite si basa su un tipo di capitale che spesso viene sottovalutato e sminuito: il capitale sociale.

Il capitale sociale, insomma, le relazioni sociali, i contatti tra individui, la comunicazione basata su scambi interpersonali di quello che erroneamente è stato identificato con l'ipocrita ed erratissimo "virtù civiche
". Un manuale di sociologia riporta "la differenza è che il capitale sociale richiama l'attenzione sul fatto che la virtù civica è molto più forte se incorporata in una fitta rete di relazioni sociali reciproche. Una società di individui molto virtuosi ma isolati non necessariamente è una società ricca di capitale sociale.".

Una definizione chiara, immediata...come una lama incandescente che separa due metà di qualcosa. Ecco che l'élite taglia. Taglia qualcosa da qualcos'altro. Ecco che l'elitario si distacca da chi elitario non è. Ecco che l'elitista, discrimina chi elitario non è. Ecco che una grave e profonda diseguaglianza basata su un ragionamento fittizio e profondamente erroneo, produrrà una serie di conseguenza tra cui, in primo luogo, il classismo, l'emarginazione sociale, la standardizzazione e voglio fermarmi qui perché da qui in poi son sicuro che ognuno di voi sarà capace di continuare con la sua mente.

Qual'è il problema? Che l'elitario penserà all'elitario. Che l'elitista penserà all'elitista.

Mi si farà notare, in questo ragionamento, che potrebbe esservi qualcosa che non torna. Ad esempio che il bene di cui si parlava sopra, il "capitale sociale" può essere contemporaneamente un bene individuale quanto privato e un bene collettivo quanto pubblico e infatti non sbaglierebbe, anche il testo di sociologia, di cui sopra, ne cita qualcosa.  Addirittura distingue tra Bridging e Bonding. Il primo tipo, è un capitale sociale di apertura, che crea ponti, che tende ad essere rafforzato, che guarda all'esterno, per scelta o necessità, dall'interesse collettivo non esclusivo. Un pratico esempio potrebbe essere costituito dai movimenti per i diritti civili, dai gruppi giovanili e universitari di volontariato. Il secondo tipo, invece, è un capitale sociale di chiusura, che serra, che tende invece ad escludere e che guarda all'interno, seguitando un più o meno marcato grado di clausura, di isolamento e che rinforza l'identità di un gruppo particolare e di una certa omogeneità.

Sempre citando il testo "ad esempio i club che svolgono attività a favore di terzi, come il Rotary o i Lions, mobilitano grandi energie locali per aumentare le borse di studio o lottare contro le malattie ma, allo stesso tempo, soddisfano i propri membri favorendo tra loro relazioni d'affari e d'amicizia".

Aiutare, favorendo.

Mi si potrebbe obiettare che anche i simposi di Medicina, seminari di Chirurgia, Convegni di avvocati e giurisperiti e quant'altro si basano sullo stesso concetto: aggiornarsi, favorendo gli iscritti all'albo. Eppure, non è così. Mentre nel primo caso, l'immagine, ha una questione predominante, elitista appunto, nel secondo caso, l'immagine non è minimamente contemplata. Nel primo caso, spesso, il punto focale della questione è una caratteristica insita in ogni essere umano e che viene emergendo in quei rari momenti in cui viene lasciata la possibilità, allo stesso, di autoregolarsi: la focusattentiomania.

Eppure, no. Abbiamo bisogno dei riti. Abbiamo bisogno delle cerimonie. Perché le cerimonie e i riti, ricordano a noi stessi chi siamo. Guardandoci attorno, vediamo persone a noi simili, per reddito economico, quasi mai per tenore intellettuale, ben che meno morale, etico o spirituale. Non c'è alcuna colpa in questo.

Dove subentra la colpa? La colpa grave, oserei dire...beh...nel considerare e considerarsi eletti autocreatisi per via dell'appartenenza all'élite. Considerare e considerarsi esclusivi in quella data caratteristica posseduta.

Si parla infatti spesso di élite economica. Di élite politica. Di élite sociale. Di élite intellettuale. Di élite letteraria.

Ecco, mentre la prima risulterebbe un normale processo di selezione reddituale, le altre sono gravissime perché, come espresso precedentemente, una delle caratteristiche delle élite è quello di essere esclusive. Una élite intellettuale, idealmente, come si considererà? Cercherà il contatto con la parte maggioritaria o si considererà eletta? Inoltre, eletta per far cosa? Una élite letteraria cosa farà? Una élite sociale, ancor peggio, e ammesso voglia dire qualcosa, come dimostrerà al mondo di essere elitaria ed elitista?

Ecco la mia preoccupazione: una élite guarderà al suo interno o al suo esterno circa la fruizione del bene circolante? Renderà disponibile il dato bene, il dato interesse, solo al suo interno o sarà interessata ad aprirsi e rendersi parte integrante di una società dinamica, attiva ed interessata? Parteciperà alla costruzione di forti basi culturali o penserà al sollazzo dei propri esclusivi membri? Considerano la propria caratteristica particolare un privilegio elitista da osannare e differenziare da chi non ne è in possesso o un dono elitario, un talento da sviluppare per renderlo a servizio di un bene molto più alto e grande del bene individuale: il bene collettivo...? Queste e altre domande seguono immediatamente alla riflessione di cui sopra.  


Ecco qual'è il problema, secondo me. Dimostrare. Mi chiedo e vi chiedo. Queste élites, come dimostreranno di essere quel che sono? E i suoi membri come dimostreranno di essere elitari? Saranno anche elitisti? Avvertiranno il distacco e si considereranno privilegiati, eletti?

Ed ecco che tornano le domande. 
Eletto da chi? e Eletto per far cosa? Eletto secondo quali criteri?

venerdì 30 novembre 2012

Bellezza e Poesia. Viaggi che prevedono un solo tempo: quello della meraviglia.


"Cercate bene le parole! Dovete sceglierle! A volte ci vogliono 8 mesi per trovare una parola! Sceglietele, che la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere! Da Adamo ed Eva: lo sapete Eva quanto c'ha messo prima di scegliere la foglia di fico giusta? Come mi sta questa, come mi sta questa, come mi sta questa... Ha spogliato tutti i fichi del paradiso terrestre!"

Chi di voi avrà visto La Tigre e la neve, ricorderà sicuramente quest'accorata apologia all'amore, alla poesia e alla bellezza di Attilio de Giovanni, interpretato magnificamente e con grande sapienza recitativa e impulso passionale dall'ormai conclamato Roberto Benigni.

Certo, la scena è suadente. Il messaggio ricorda un qualcosa di romantico, costruisce un'atmosfera fiabesca, speranzosa. La regia è fenomenale. Chiunque, vedendo quella scena, si sarà sicuramente sentito galvanizzato da quelle parole. Avrà avvertito nel suo animo una gran voglia di far poesia, di leggere poesie, di lasciarsi libero all'amore. Sarebbe un inno alla meraviglia!

Sarebbe, dico sarebbe. Sottolineo "sarebbe". Sarebbe perché contiene un messaggio errato, dal mio punto di vista.

La bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere.

Da che pensavo, è la bellezza che sceglie o chi assiste alla meraviglia della bellezza a scegliere? Questo messaggio è orrendo. Davvero la bellezza è scegliere? Oppure scegliere è un naturale comportamento di chi si trova in sintonia con la bellezza? Davvero, pur facendone ironia certo, la Bellezza è riassumibile ad un'Eva indecisa, ad un'Eva capricciosa e infantile che scarta le foglie come semplici e normali accessori? Quasi fossero un prolungamento della propria bellezza. Un'Eva che pensa alla bellezza come un costrutto, come un qualcosa che debba essere artefatto, mascherato...una bellezza che non è istintiva, naturale ma che necessita di un'acconciata.

"Come mi sta questa, e questa? Ha spogliato tutti i fichi del paradiso terrestre"...siamo proprio sicuri che la Bellezza sia da ricercare e non sia in realtà ovunque? La Bellezza ci circonda e noi non riusciamo a rendercene conto perché vediamo un ideale di bellezza, non la bellezza in sé. Cerchiamo la bellezza invece di permettere che sia essa a trovarci. A mettersi in comunicazione con noi. A stabilire quel ponte divino che è la grande differenza tra il bello e il Bello. La Bellezza prova ad essere intima. Intima come un bocciolo di un fiore che si schiude. Accade ogni giorno, accade da sempre ma solo chi ne coglie l'intima essenza e si fa trovare può essere testimone di tale armonia.

Mi spiego meglio perché, forse, anch'io ho corso il rischio di sfociare nel "romantico": mi trovo davanti una pera, una mela, un'arancia e una ciliegia. Scelgo la ciliegia perché è più bella. Fin qui nulla di complicato, certo MA la scelgo perché mi piace la ciliegia, perché voglio la ciliegia o perché io, rispetto al mio vissuto, rispetto alla mia concezione di bellezza, ritengo che la ciliegia sia più bella di una mela, di una pera o di un'arancia.

A me ad esempio piace più l'arancia. Probabilmente a qualcuno tra voi potrebbe piacere l'ananas. Che so io...un kiwi.

Certo, mi si dirà, scegliere in questo caso è scegliere tra una pera e un'altra pera. Ed è ancor più che in questo interviene il parere personale. Una pera sarà più pienotta, magari dalla polpa più dolce e succosa e un'altra sarà più alta, magari invece dalla polpa dura ma dal gusto deciso e forte. Bellezza. La bellezza comunica, chiama.

Va beh, magari lasciamo la frutta da parte. Il succo ( XD ) è che non siamo noi a scegliere la bellezza MA semmai, ammesso si tratti di scelta, è la Bellezza a scegliere noi. Non siamo noi a scegliere la meraviglia ma la Meraviglia a stupirci. Tant'è vero che è imprevedibile quando colpirà. Non possiamo prevedere quando avremo quella sensazione magnifica di quando capiamo, di quando ci rendiamo conto di essere testimoni della Bellezza naturale.

Magari siamo per i fatti nostri, durante una veloce passeggiata, prendiamo la metropolitana e rimaniamo abbagliati. Oppure siamo con dei nostri amici, magari stiamo profittando di una primaverile giornata tra i boschi e d'un tratto, lì, la Bellezza nascosta.

Proprio perché si parla d'amore, mi piace pensare l'Amore e la Bellezza legati da quella visione romantica che ne dà Cirano ( dell'Amore chiaramente ): "una calamità mortal senza che voglia, squisita e non lo sa; un'insidia vivente, una rosa moscata tra le cui foglie s'asconde amore in imboscata."

Perché? Perché quando notiamo l'autentica Bellezza, non possiamo che innamorarcene. È una naturale attrazione.Poesia e Bellezza. Avete mai letto La Pioggia nel Pineto? Una lirica meravigliosa, una dichiarazione segreta di amanti silvani che tra la natura e nella natura scoprono sé stessi come parte di un grande disegno d'artista. Pensate che, quella poesia, è stata scritta in poco più di tre settimane. Le poesie sono uno strumento fondamentale. Sono delle mappe che raccontano dei viaggi di chi le ha scritte. Viaggi non necessariamente spaziali. Viaggi che cominciano prendendo la mano della propria amata o amato e che terminano negli occhi dell'altro. Viaggi che profumano di terre lontane, di terre vicine, di sogni e desideri. Viaggi che prevedono un solo tempo: quello della meraviglia.

Non voglio peccare d'arroganza. Anch'io, da quando ho cominciato a scrivere, ho da sempre scritto poesie. Alcune dense di turbamento, altre canti ispirati dalla gioia del momento, altre odi goliardiche all'amico o al compagno di birbonate. Poesie d'amore. Inflazionate. Lascive. Noiose. Passate. Vecchie per alcuni. Poesia è bellezza. Partono dallo stesso principio. Non cercare le parole ma farsi trovare da loro. Le poesie più belle ch'io abbia mai scritto, dedicate o meno, son piaciute perché dicevano qualcosa di vero. Le poesie che da sempre son state scritte, piacciono non per la metrica, non per la ricercatezza quanto perché trovavano il vero, trovavano la bellezza. Ogni poesia così scritta è testimonianza di quanto e come sia la Bellezza a trovarci e non il contrario.

Ogni poesia è un grido struggente o un sussurro, un bisbiglio appena accennato nell'orecchio dell'amante o un impeto di passionalità ricolmo di forza espressiva. Ogni poesia è bellezza. Ogni bellezza ha la leggerezza di una poesia senza parole, questo è l'incanto e la meraviglia della bellezza.

domenica 25 novembre 2012

Estratti da "Apologia in difesa dl capitano John Brown", H. D. Thoreau

"Nel suo campo" come qualcuno ha scritto di recente e come io stesso ho sentito dichiarare da lui "non tollerava bestemmie"; a nessun uomo di costumi rilassati era permesso restarvi, tranne che, naturalmente, come prigioniero di guerra. "preferirei" diceva "avere al mio campo il vaiolo, la febbre gialla e il colera tutti assieme, piuttosto che un uomo senza morale...È sbagliato, signore, pensare, come fa il nostro popolo, che i prepotenti siano i migliori combattenti, o che essi siano gli uomini adatti per opporsi a questi sudisti. Datemi uomini di retti princìpi, uomini che hanno rispetto di se stessi, e con una dozzina di costoro io mi opporrò a centinaia di uomini di Buford." Diceva che se qualcuno si offriva di fare il soldato sotto di lui, e subito incominciava a dire cosa avrebbe potuto fare se solo il nemico gli fosse comparso davanti, quell'uomo gli ispirava ben poca fiducia.

[...]

I suoi nemici generalmente non si preoccupavano di cercarlo. Poteva persino entrare in una città nella quale ci fossero più Border Ruffians che uomini degli Stati Liberi e riuscire a combinare qualche affare, senza dilungarsi tanto ma anche senza essere infastidito, data che, diceva "un pugno di uomini non se la sentiva di assalirlo, e un gruppo numeroso non facevano in tempo a metterlo insieme".

[...]

Altri, da vigliacchi, dissero con disprezzo che "aveva gettato via la propria vita". Ma in che modo avevano getto la loro, di vita? - giacchè sarebbero disposti a lodare un uomo che attaccasse da solo una comune banda di ladri o di assassini. Ho sentito un altro chiedere, da vero yankee: "cosa ne guadagnerà?" come se Brown si aspettasse di riempirsi le tasche, con questa impresa. Un tipo del genere non ha che un'idea materiale del guadagno. Se esso non porta a una festa a sorpresa, se lui non ne ricava un nuovo paio di scarpe, o un voto di ringraziamento, deve essere un fallimento. "Ma non ci guadagnerà niente". Ebbene, no, non credo che per venire impiccato guadagnerà dieci centesimi al giorno per tutto l'anno; ma avrò la possibilità di salvare una parte considerevole della propria anima - e che anima! - mentre tu non l'avrai. Certo, tu puoi guadagnare di più con un litro di latte che con un litro di sangue, al tuo mercato, ma non è quello il mercato al quale gli eroi portano il loro sangue.

Persone del genere non sanno che il frutto è come il seme e che, nel mondo morale, quando viene piantato un buon seme, il buon frutto è immancabile, indipendentemente dal fatto che noi lo annaffiamo o lo coltiviamo; che quando si piana, o si seppellisce, un eroe sul campo, spunterà di sicuro una messa di eroi. Si tratta di un seme di tale forza e vitalità, che non chiede il nostro permesso per germogliare.

[...]

Sognamo di paesi stranieri, di altre epoche e razze umane, collocandoli a distanza, nello spazio e nel tempo; ma lasciate che qualche significativo evento, come quello attuale abbia luogo tra di noi, e scopriremo, di frequente, tale distanza e senso di estraneità fra noi e i nostri vicini più prossimi. Sono loro le nostre Austrie, Cine e isole dei mari del Sud. La nostra affollata società diventa immediatamente spaziosa, linda, e di aspetto gradevole - una città di grandi distanze.

[...]

Nel suo caso non vi sono eloquenza oziosa, né discorsi falsi o da neo-eletto, né omaggi all'oppressore. La sua ispiratrice è la verità, ed affinare le sue frasi è la serietà. Poteva permettersi di perdere i suoi fucili Sharp, fino a quando conservava la sua capacità oratoria - un fucile Sharp di portata infintamente più sicura e duratura. E l'Herald di New York riporta la conversazione parola per parola! Non sa di quali parole immortali si è fatta veicolo. Non ho alcuna considerazione per la prontezza mentale di chi, potendo leggere il resoconto di quella conversazione, continua a definire folle il suo protagonista. Essa reca le tracce di una intergrità morale più forte di quella garantita da una disciplina e da un costume di vita ordinari, o da una normale organizzazione di vita.

[...]

"sono in errore quelli che lo considerano un pazzo...egli è freddo, padrone di sé e indomabile, e non si può dire di lui che è stato umano con i suoi prigioneri... E mi ha ispirato una grande fiducia nella sua integrità di uomo sincero. È un fanatico, presuntuoso e verboso ma risoluto, leale, e intelligente. Anche i suoi uomini, quelli sopravvissuti, sono come lui...Il colonnello Washington dice che, nello sfidare il pericolo e la morte, era l'uomo più freddo e risoluto che avesse mai visto. Con accanto un figlio morto, e un altro trapassato da una pallottola, con una mano tastava il polso del figlio morente, e con l'altra teneva il fucile, e intanto dava ordini ai suoi uomini con la massima padronanza di sé, incitandoli a resistere, e a vendere cara la pelle quanto più potessero." Praticamente i primi nordisti che lo schiavista abbia imparato a rispettare!

[...]

Il suo credo individuale era che un uomo ha tutto il diritto di opporsi con la forza allo schiavista, al fine di liberare gli schiavi.

[...]

Unless above himself he canErect himself, how poor a thing is man!

A meno che non sappia ergersi al di sopra di se stesso, che misera cosa è l'uomo!

Quando la violenza prende il posto della ragione.

Sono più le cose che ci uniscono o quelle che ci dividono?

Aizzatori, facinorosi, vendicatori, falsi profeti di promesse fittiziamente salvifiche, corrotti, malevoli, infingardi, meschini, violenti, volgari, pretestuosi, genti che si son fatti e si fanno ancora oggi portatori di giustizia divina, comunicatori di un verbo scritto e non praticato, impuniti macellai di spiriti, assassini, stupratori di corpi, stupratori di anime, stupratori di principi, macellai della ragione, oscurantisti, indottrinati prosecutori ciechi, bestemmiatori e usurai di vite altrui,, presuntuosi, arroganti.

Pensate ad anni su anni di storiografia. La violenza contro la ragione. Il disordine cieco e bieco contro la pacatezza e la pace. La maligna cospirazione empia contro il confronto ragionevole e costruttivo. Saggi di sociologia studiano lo "Scontro di civiltà" come fosse una frattura importante. Sentiamo parlare costantemente di fratture centro-periferia, di frattura settentrione-meridione...fratture...divisioni, muri.

Quel che ci divide. Mai quel che ci unisce. Oggi è la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne. Doppio insulto. Insulto alle donne che dopo più di due mila anni ( secondo il computo gregoriano e quindi cattolico ) hanno bisogno di una giornata tutta loro per ricordare quanto ancora non abbiamo fatto, quanto ancora siamo arretrati, quanto ancora non concepiamo alcuna idea di vita egualitaria e giusta; e insulto per noi perché dobbiamo ricorrere ad una finzione così palese e così umiliante come una giornata internazionale per ricordare a noi stessi quanto siamo privi di una cultura che ci renda cittadini alla pari di un mondo che non riusciamo a vivere.

Quanta violenza c'è dietro una giornata come questa? Quanta violenza ancora? Quante donne, ragazze, figlie, mamme, nonne, zie, cugine, tacciono e rimangono violentate nella loro individualità. Quante ancora chiedono un permesso per uscire? Quante ancora non possono fare qualcosa per paura di una reazione? Quante volte ancora si dovrà sentire "lei lo sa che sono così, fa quella cosa e mi provoca"? Quante ancora non sono libere di camminare per strada come vogliono, quando vogliono? Si risponderà, sia una questione di sicurezza. Finiamola! Considerare il pensiero che l'uomo deve proteggere la donna, che una donna non possa uscire da sola, che una ragazza non possa avere l'indipendenza di crearsi la propria vita è quanto di più degradante esista non per una società che abbia la presunzione di definirsi civilizzata. La donna non deve avere nulla da cui proteggersi, questo è il pensiero cui dovremmo tendere. A tal proposito propongo anche di ridimensionare le nostre pretese altisonanti e di porci non a "società civile" ma di "società in via di conquiste civili"

Finché continueremo a mantenere questa cultura di violenza, non ci sarà spazio per un diretto confronto egualitario che porti ad una crescita sociale reale.

Violenza. La violenza non è banalmente solo quell'espressione fisica che lascia un segno visibile in un corpo. Esistono violenze ben peggiori, violenze cui siamo abituati. Violenze culturali. Violenze ideologiche. Violenze religiose. Violenze dettate da tradizioni sedimentate, nascoste seppur palesemente in vista. Sedimentate perché le abbiamo fatte diventare parte della nostra formazione culturale. Le vendiamo. Vengono rilasciate come fossero speranze di salvezza. Nascoste perché nei secoli, negli anni, i più malevoli tra noi sono riusciti a farle somministrare come abitudini giornaliere. Le insegniamo ai nostri figli, sorelle e fratelli, cugini. Li vestiamo di candido biancore e li spacciamo come principi sacri cui appellarci in caso di necessità. Diventano valori e ci cambiano prima di potercene rendere conto. Perché diciamo 2012? 2012 a partire da cosa? Qual'è l'evento che utilizziamo come segnatempo nel computo dei nostri anni? Un'atto di ragione? Un ragionamento scientifico? L'anno zero. La nascita di Cristo. Questa è una sconfitta per ogni essere dotato di ragione.

Non è uno scontro di civiltà. È improprio. È inesatto e risulta peraltro una grave reiterazione di un errore già compiuto più e più volte. Le civiltà sono credenze sedimentate e loro conseguenze. Lo scontro è tra le differenze che vogliamo considerare tali tra noi esseri umani. Le finzioni cui abbiamo deciso di credere. Le religioni non hanno distrutto nulla. Le culture non sono inconciliabili tra di loro. I libri, non sono veicoli di sofferenza. Sono veicoli di idee. Sono le persone ad incarnare le idee. Sono le persone a rendere violento qualcosa che nasce come un confronto.

Avevo scritto già qualcosa circa le parole. Sono parole come ERETICO, PAGANO, INFEDELE, RAZZA...sono parole come queste a marcare l'animo e l'intento del mio o dei miei interlocutori. Voi non mettete in discussione quello in cui credete, voi non potete. Io posso e devo. Il fanatismo è quanto di più violento esista.

Contrastare la violenza con la violenza non ha mai portato altro che a sofferenza. Pensate a quanti anni e quante forze sono state spese per conflitti razziali, pensate a quanti sono stati gli sforzi profusi per arginare il progresso della scienza, pensate a quanto il cattolicesimo e altre comunità religiose si pongano a vertici di giustezza e giustizia. Pensate a chi punisce in nome di un Dio di cui poco o nulla si sa. Bestemmia. Summa dell'arroganza. Epifenomeno dell'ignoranza cieca, bieca ma fedele. Fedele, già perché si può essere fedeli ad una dottrina, fedeli ad un'idea. A quanto pare però non si vuole essere fedeli all'unica cosa che potrebbero salvare davvero le persone da loro stessi e che potrebbe dar loro ben più di una pallida speranza in una vita senza affanni: la fede nella ragionevolezza.

Con grande umiltà, mi auguro ancora una volta di riuscire in una sola cosa: avervi fatto sorgere una domanda. È la domanda che conta, non la risposta.

sabato 24 novembre 2012

Una parola.

Le parole sono pietre, scriveva Levi qualche tempo fa. Sulla parola tanto si è scritto e tanto si è riflettuto. Sull'assenza della parola, idem. Ricordo, con molto piacere, una lettura di un piccolo saggio scritto da un tal Abate Dinouart: L'arte del tacere. Chi se non un monaco avrebbe potuto scriverne con così tanto distacco, mi chiedo.

Tanto si è scritto, però, anche sul modo in cui le parole vengono assemblate e si compongo tra loro, sul modo in cui le parole servono, sul modo in cui sono funzionali ad un pensiero. Certo, si potrebbe procedere con digressioni infinite. Le parole, prese a sé, senza implicazioni logiche e riferimenti a costrutti ideologici e simbolici, non hanno un grande potere. Non riuscirebbero a far appiccare nemmeno un fuocherello piccolo piccolo. Cos'è, dunque, che trasforma alcune parole, singole o unite insieme, a farne un manifesto, una sfida, un chiaro impegno di chi le pronuncia?

Piano, procediamo con calma. La parola. Chiunque di noi è capace di parlare. "Parlare" del resto cos'è? Usare delle parole per esprimere un proprio pensiero non è qualcosa di così semplice e spontaneo come ci si  potrebbe aspettare. Pensate ai bambini. Vi sarete sicuramente trovati nella situazione di dover comunicare con un bambino e di notare quanto si spazientisca quando cerca di farvi capire qualcosa, producendo suoni non ascrivibili alle parole ma ugualmente significativi, e voi non riuscite a intendere cosa cerca di dirvi. La parola semplifica. Pensate che grande conquista per un bambino, cominciare a farsi capire. Cominciare a comunicare con un mondo che fino a qualche tempo prima non lo capiva. La frustrazione di pensare e non farsi comprendere. Ecco, tenete in mente quest'immagine. La conquista del bambino che scopre un nuovo modo di comunicare con gli altri.

Fin qui la cosa sembra semplice. Cosa cambia? Cambiamo noi. Cambiamo il modo di intendere il confrontarci con gli altri. Cambiamo nel desiderio di farci capire e di comunicare le nostre idee. Cambiamo perché siamo convinti di conoscere abbastanza parole per esprimere coerentemente e sapientemente il nostro pensiero. È davvero così?

Se parlare fosse riassumibile nell'azione di conoscere un registro linguistico vasto, chiunque saprebbe parlare. Peccato, però, non sia così...Thoreau e non solo insegnano. Parlare è anzitutto capire e non solo conoscere la parola che utilizziamo. Parlare non è mera conoscenza ma è intelligenza pratica, dinamica. Parlare non è solo riconoscere quella parola all'interno del nostro registro linguistico ma saperla identificare come mezzo, capire che in quella parola c'è un riferimento simbolico, un valore esplicabile, una storia, una forza potenziale che starà a noi saperla rendere attuale.

Le parole sono mezzi. Se le parole fossero dei contenitori vuoti, secondo voi, quanto impiegheremmo per rovinarle? Per usarle a nostro piacere, storpiandone il significato originale, per violentarle e schiavizzarle al servizio di logiche incoerenti? Nulla. Se la parola fosse un contenitore vuoto, non avrebbe senso parlare. Chiunque potrebbe mettere e togliere in quel contenitore. Le parole sono mezzi e occorre saperli impiegare. Occorre saperle imbrigliare perché le parole sono anarchiche. Ognuna di loro respira di libertà, respira di rivoluzione. Anche la più innocua. Ogni parola respira dell'anarchia di una mente creativa.

Le parole sono mezzi. Cosa vuol dire questo? Che in qualsiasi nostra azione, da quando comunichiamo qualcosa ai nostri affetti, a quando scriviamo una poesia, a quando scriviamo un'apologia, a quando riflettiamo con un amico o con una collega su una questione accademica o intellettuale, occorrerebbe sempre farlo ricordando che quel che uscirà dalla nostra bocca non saranno solo delle combinazioni di lettere ma sarà la voce forte e chiara del nostro pensiero, che darà vita al nostro essere e che ci presenterà al mondo per quello che siamo nell'intimità della nostra mente. Parlare è molto più che lasciare volare nell'aria quattro combinazioni di lettere prese a caso. Parlare è ragionare. Parlare è esporsi e affrontare un confronto a viso aperto. Non esiste mezzo termine. O parli o non parli. Non puoi quasi parlare. Esprimersi, comunicare, vuol dire lanciare un messaggio forte: io ci sono e questo è quello che penso.

Le parole sono mezzi. Mezzi imperfetti, altrimenti non vi sarebbero così tante discordie. Mezzi che devono essere costantemente rivisti. Perché è chiaro, le parole non hanno un unico significato. Sono mezzi che hanno bisogno di esser studiati e di essere costantemente aggiornati. Le parole sono dei mezzi che, per significare, hanno bisogno di un preparato e bravo compositore.

Eppure, mi si obietterà, e se non lo fate voi l'ho già fatto da solo, che le parole hanno da sempre avuto una considerazione piuttosto negativa. Le parole spesso, sono state sinonimo di irresponsabilità, di scarsa azione. Le parole sono infingarde. Le parole sono meschine. Le parole sono cattive. Le parole condannano. Le parole minacciano. Le parole tradiscono. Le parole ingannano.

O sono infingarde le persone che le usano per tali scopi? O sono meschine le persone che le usano? O cattive...e via dicendo...

Con le parole si può ingannare, certo però le si possono usare per difendere qualcuno. Con le parole si possono condannare persone, idee...si possono commettere atroci atti di violenza, verbale prima, ideologica dopo e che si trasformano quasi sempre in azioni che dovrebbero far vergognare ogni essere senziente. Con le parole, si producono le magnifiche liriche di Leopardi...con le parole però si producono anche gli orrori del Mein Kampf. Con le parole si scrive Imagine di Lennon e gli speech di JFK, i messaggi sulla teoria pratica della non-violenza di Gandhi e sogni di una vita più giusta ed egualitaria di M. L. King MA con le parole si proclamano le leggi razziali, con le parole è nato l'apartheid, con le parole migliaia di persone muoiono giornalmente e ancora con le parole, ahinoi, non si fa nulla per evitare che altre persone soffrano. Potremmo tanto andare avanti quanto sono secoli e secoli di parole cumulate da quando il primo bambino ha usato una parola.

Ancora, con le parole, si scrive la libertà di Whitman e l'anarchia di Thoreau. Immagini poetiche, certo. Fatte di parole. Le parole che noi tutti usiamo. Ecco cosa sono le parole. Le parole sono quel qualcosa che hanno il compito di unire chiunque di noi a chiunque altro. Indipendentemente da qualsiasi cosa. Occorre capire come fare. Occorre farlo con gentilezza, con perizia, con attenzione e reverenza. Del resto, anche se le parole sono un nostro prodotto, ognuna di loro vive una vita propria, indipendente dalla nostra. Respira. Cresce. Matura. Non invecchia. Almeno finché non saremo noi a farla invecchiare. Non muore. Almeno finché non saremo noi a farla morire.

È la domanda che conta, non la risposta.

giovedì 22 novembre 2012

La banalità di un "Perché?", ovvero: cosa rispondi mi dirà tanto sul chi hai scelto di essere.


Probabilmente quasi nessuno di noi fa caso al come e quanto, ogni viaggio, ogni scoperta, ogni ragionamento, sia stato determinato sempre da un semplice interrogativo: "perché". Tutto comincia sempre da un perché, un'interrogativo banale, invisibile quasi, un non nulla innocuo che si riduce ad una semplice notazione grammaticale introduttiva.

Oggigiorno, in un contesto dinamico dove abbiamo bisogno di essere veloci e snelli, dove abbiamo bisogno di semplificare al massimo ogni nostra azione vitale e di renderci "smart", di renderci funzionali ingranaggi di una macchina costantemente in movimento, abbiamo bisogno di essere dei sintetizzatori. Non è difficile comprenderlo. Basta considerare il nostro tipo di conoscenze base. Ognuno di noi, quando adopera mezzi informatici o comunque prodotti tecnologici, non bada mica al funzionamento della macchina o dell'apparecchio. La conoscenza veicolata e disponibile è di tipo funzionale ed estremamente superficiale, si base su aspettative: io premo il pulsante e so che premendo il dato pulsante avrò un risultato. Non conosco cosa succede dietro quel pulsante, perché come fittiziamente si potrebbe pensare, "non mi serve".

Siamo concreti, in effetti...a cosa serve sapere cosa c'è dietro la scocca in alluminio, o quel che tale ci sembra perché presentato così, del nostro portatile? A qualcuno potrebbe mai tornare utile questo tipo di conoscenza? La risposta generica sarebbe "eh certo, non sono mica un tecnico informatico io". Inquietante. Inquietante non per la diretta conseguenza pratica, quanto perché traspone una scelta, cosciente o meno, di spingerci di più verso una conoscenza "io mi aspetto che". Probabilmente procedo per digressione ma seguite il ragionamento circa la linea ideologica sopra presentata. Prometto che non sarò così oscuro, più avanti.

"perché", però, da semplice e banale interrogativo, comincia a diventare scomodo ed imbarazzante quando lo si fa seguire da un ragionamento razionale tendente a portare alla luce i contrasti e le ipocrisie delle società e delle relative tradizioni a noi contemporanee. "perché"...è uno strumento d'indagine. "perché" è una lente d'ingrandimento che ci consente di leggere meglio i fenomeni sociali che ci circondano. "perché", tra tutte le versioni a me congeniali, viene considerato impropriamente un'arma...non è la domanda a recare danno quanto la risposta che spesso ne segue ad essere densa di ipocrisie e mascherata di buonismo.

Esistono perché cui nessuno vuole rispondere, non per mancanza di una risposta ma in quanto la risposta avrebbe a che fare con delle motivazioni ed implicazioni così profonde e radicate nella psiche umana da creare crisi di rigetto. La prima reazione, verso chi pone il "perché", sarebbe l'esclusione sociale. L'emarginazione. La ghettizzazione culturale ed intellettuale. È ben noto che chi pone "perché", è una persona scomoda, pesante, eccessivamente pignola, eccessivamente puntata circa la comprensione della realtà, non è una persona di compagnia perché farsi e fare troppe domande non è bene. Non è bene chiedere perché si spendono soldi che potrebbero essere utilizzati per scopo benefici per organizzare cene sociali. Parimenti perché si ricerca il capo di alta moda dal costo esorbitante. Non è bene, oh.

Ebbene, proviamo a ipotizzare delle domande:

1/perché l'esistenza dei club privati? Servono per assistere il prossimo o per dare risonanza a una classe elitaria ed elitista con un volto di finto perbenismo?
2/perché quando subiamo un torto cerchiamo vendetta e non giustizia?
3/perché usiamo una bella, piacevole e conturbante bugia invece di una cruda ed effettiva verità?
4/perché siamo così tronfi di vantarci di un trascorso "democratico", arrivando addirittura all'abominio di essere "esportatori di democrazia" e ancora siamo divisi dalla xenofobia, dall'omofobia e da alte tante pratiche anti-sociali degradanti?
5/perché se dobbiamo troncare una relazione, preferiamo farlo per telefono, via email, via messaggio e via dicendo?
6/perché gli Stati Uniti non hanno ancora ratificato la Convenzione sui Diritti del Fanciullo?
7/perché utilizziamo, genericamente, il "farò", "sarò", "dovrò" e non il "faccio", "sono", "devo"?
8/perché preferiamo non dire quel che pensiamo direttamente ad un nostro amico o amica?
9/perché setacciamo così violentemente chi non la pensa al nostro stesso modo, perché in ogni nostra azione corrompiamo ogni cosa attraverso il classismo più esasperato, perché?
10/come si potrebbe risolvere il problema della fame nel mondo?
11/perché in alcuni paesi, i bambini soffrono il diabete, l'eccessiva alimentazione che si palesa poi con lo sviluppare obesità gravi e conseguenti problemi cardiaci e non solo mentre, in altri paesi, un bambino, per malnutrizione, per scarse condizioni igienico-sanitarie o per mancanza di cure contro malattie curabili, muore prima dei cinque anni? Cinque anni!
12/come si potrebbe risolvere la povertà nel mondo? Come la si potrebbe risolvere se ci siamo avviati in un'era compulsiva di consumismo estremo? 1984 di Orwell, letteratura distopica a quel tempo, è oggi una guida per l'utilizzatore medio di prodotti informatici. Come potremmo mai risolverla se ogni anno sforniamo ossessivamente e compriamo compulsivamente prodotti che non ci saranno utili se non al 7%? Come si potrebbe risolvere se arriviamo a spendere cifre esorbitanti per prodotti che violentemente ci schiavizzano? Come si potrebbe fare se noi vogliamo essere schiavizzati, contenti e convinti di pagare fior fiori di banconote per un principio aberrante, così come studiato da Bauman "Consumo, dunque sono". Perché per essere e per farci vedere, dobbiamo consumare?

Le domande potrebbero continuare...come ben vedete, il gioco del perché si presta ad un riuso infinito. La lunghezza di questa catena di domande è tanto lunga quanto è la capacità di chi la riceve di sondare il proprio animo e di non trovarsi corrotto, mancante, viziato da risposte che hanno il solo compito di schermare la ricerca della verità. Si cerca una "valida" motivazione. Si cerca una "convincente" motivazione. Valido rispetto a cosa? Chi deve convincere? In base a quale riferimento? Inganni su inganni. Cerchiamo di costruire reti sempre più fitte di motivazioni, un po' come il gioco del Mikado, in cui tutti i bastoncini sono accatastati l'uno sull'altro. Ogni volta che rispondiamo ad un perché con un'inganno aggiungiamo un bastoncino o più. Chiedersi perché, però è togliere quei bastoncini. Arriverà prima o poi il perché fondamentale che riuscirà a scardinare l'intera costruzione, togliendo dai giochi il bastoncino che regge l'intera impalcatura e lì, l'ipocrisia della ragionevolezza umana, sarà mostrata in tutta la sua nudità.

A molti perché, spesso, segue una sola cosa: la parziale verità, artefatta e manipolata, che ognuno di noi accetta di conoscere o disconoscere per poter dire che la propria percezione di "normalità", ancora una volta, potrà andare avanti inviolata. La bugia che ci raccontiamo per tenerci in equilibrio tra l'orrore di un baratro quotidiano e l'apparente normalità che indossiamo ogni giorno, per uscire in strada, per salutare il passante, per chiedere l'ora. Siamo così legati alla nostra bugia che cerchiamo anche di confezionarla nel miglior modo possibile. Circoscriviamo gli spazi di manovra.

L'ignoto fa paura, quindi invece di accendere un lume ( quello della ragione ) e di spingerci dentro le ombre, preferiamo inventarci che nel buio vi sia un passaggio verso un paese fantastico. Il paese fantastico non c'è e lo sanno le vittime che nel buio son morte e aspettano che qualcuno si ricordi di loro. Nel buio, ci sono i migranti affogati in mare nella ricerca disperata di un appiglio sicuro dove poter ricominciare. Nel buio ci sono i bambini palestinesi morti per una guerra non loro, morti per cause che non hanno compreso, morti, nella loro genuinità e purezza, prima che siano potuti diventare vecchi. Ci sono i bambini palestinesi, nati già adulti e morti non ancora vecchi.

Nel buio, ci sono piccoli esserini rosicati dalla fame e scavati dall'angoscia di ogni giorno. Ci sono madri che non producono più latte per i loro frutti di mesi di sudore e difficoltà. Nel buio, ci sono le donne vittime di violenze sessuali, psicologiche, verbali. Nel buio, c'è la prostituzione. Una voragine in cui ogni anno cadono migliaia di ragazze. Nel buio c'è il dramma, di cui spesso non si parla, della tratta di esseri umani e di bambini. Nel buio ci sono i bambini soldato che imbracciano fucili veri, che muoiono sotto proiettili veri e che vengono comandati da uomini finti, uomini di cartone, ombre di una società tiranna e malfattrice. Nel buio c'è la vergogna e le colpe di chi potendo fare, non agisce. Nel buio, c'è il silenzio di chi pur avendo una voce non la presta a chi non ha la possibilità di averla.

La libertà non serve a nulla se non la si usa per liberare chi ancora non lo è.

Una sapienza antica recita: "chiunque salva una vita, salva un mondo intero". Io la rivedrei: chiunque permetta che anche uno solo muoia, ha condannato il mondo intero.

È la domanda che conta, non la risposta.

mercoledì 21 novembre 2012

Voglio giustizia! O forse era vendetta? Non mi ricordo!

Spesso capita, da fatti quotidiani, da eventi giornalieri ed improvvisi per nulla inseribili all'interno di un contesto teorico, di riuscire a carpire grandi insegnamenti circa il modo di intendere e di pensarsi all'interno di un contesto dinamico. Ho detto spesso, certo, perché non è detto che si rifletta abbastanza su quanto un qualcosa di così semplice e piccolo, possa in realtà nascondere una contemplazione circa l'essenza delle cose.

Non mi rivolgo ai giurisperiti o ai professionisti delle materie legali ( perché saprebbero ben discuterne loro in tali termini ), ma mi rivolgo a tutti coloro i quali, almeno una volta, nelle loro giornate, si siano scontrati con questa pulsione.

Quando subiamo un torto, solitamente cerchiamo "giustizia". Una frase così semplice, però, potrebbe essere facilmente riconoscibile come una finzione intellettuale prima e un grave errore procedurale dopo. Si cerca giustizia o si vuole vendetta? Cosa è l'una e cos'è l'altra? Lascio la risposta al percorso conoscitivo di ognuno di noi. Non voglio mica discutere di questi temi. Vorrei però puntare la lente focale su questo punto: quando subiamo un torto, il nostro primo pensiero è di arginare il torto o di ottenere un sentimento di rivalsa sulla persona che ha compiuto il torto?

Lascio a voi la riflessione. Qual'è il fatto quotidiano di cui parlavo sopra? Semplice. Ho la fortuna di avere un compagno animale cui voglio molto bene e che per me è come un fratello. Un fratello abbastanza grosso. È un cane di grossa taglia. Quotidianamente passeggiamo insieme. Sono molto metodico in questo. Gli metto la sua bella pettorina. Lo coccolo un po' finché non si scoccia e mi chiede di uscire. Usciamo. Passeggiamo. Mi fermo in un giardinetto pubblico in cui so gli piace andare. Attendo che si prepari per fare i suoi bisogni e nell'atto, metto il sacchetto raccogli feci in maniera tale da non far cadere nemmeno le feci in terra. Siamo così in sincrono che se io perdo tempo srotolando il sacchetto, lui mi guarda e si trattiene. Regolarmente, dopo, gli do un bel premio.

Capita però, in un contesto urbano dinamico, di trovare qualcuno che non si comporta alla stessa maniera. Qualcuno che non raccoglie le feci del proprio animale. Qualcuno che incivilmente condanna dando la possibilità ad altri di scagliare violentemente le loro fantasiose etichette di cafoni e maleducati. Capita, al pari, di trovare qualcuno cui provoca un certo fastidio questo fatto. È normale. Anche a me da fastidio. Cosa si potrebbe fare, mi direte voi...beh, da persona civile, penso il massimo possa essere lasciare un messaggio per i signori o signore poco garbati e decisamente malcuranti.

NO. Invece no. Una sera, mi reco nel giardinetto e cosa trovo? Sparpagliati in terra, e solo in terra ( perché c'è anche una passerella in cemento ), noto cocci di vetro rotti. Contando i fondi di bottiglia riesco a contare almeno 10 bottiglie. Mi dico "sarà capitato qualche balordo che non aveva che fare". Raccolgo i cocci e proseguo con la mia quotidianità. Sera dopo, stessa scena. Ancora una volta, raccolgo e proseguo. Senza voler provocare nessuno ma infastidito, decido di lasciare un messaggio ai proprietari di cani, invitandoli a pulire. Mi pare una cosa normale, non penso debba essere ricordata, addirittura...ma va beh!

Terza sera, sgomento. Mi guardo intorno e vedo in terra e sul cemento chiodi su chiodi...un giardinetto pubblico pieno di chiodi. Del genere, "per il tuo cane e per te".

Irritatissimo, proseguo senza fermarmi nel giardinetto. Torno in casa e decido di scrivere il foglio che vedete come immagini all'inizio dell'articolo.

Inoltre, come se non bastassero gli impegni che già di per sé si hanno, ho la ben pensata di raccogliere tutto ( senso civico, penso sia anche lasciare più pulito il luogo che si trova ). Impiego un'ora per pulire il giardinetto. Raccolgo tutto in una busta e mi permetto di scrivere un secondo messaggio.

"Mi permetto di farle capire cosa è civilità per me e cosa non lo è"

Pongo la bustina con i cocci ( enorme ) da un lato e la busta con le feci dall'altro, riportando rispettivamente e in corrispondenza: "Una busta di cocci di vetro e chiodi non lo è" "Una busta che raccoglie le feci del cane lo è".

Pensavo la questione fosse risolta. Insomma, sono un cittadino come tanti altri. A quanto pare, forse un po' più civile e molto meno remissivo nei confronti di queste angherie.

Pensavo di non dovermi confrontrare ancora una volta con la stupidità umana...invece, l'altra sera, mi blocco e penso: questa è l'umanità.

Cosa vedo? Cocci di vetro, chiodi e fil di ferro srotolato smodatamente ovunque. In terra e sul cemento. Probabilmente io esagero ma la cosa è inquietante. Io ho proposto ogni misura civile, ho persino raccolto le nefandezze di altri. Ho impiegato il mio tempo per risolvere quel che altre persone, senza evidente impegni e affari da risolvere nelle proprie vite, hanno messo in piedi. A quanto pare, impedire a tutti di usufruire di un giardinetto è più civile che scrivere due righe. A quanto pare, disseminare cocci di vetro, chiodi e srotolare fil di ferro è un modo coerente di interagire con quel che non ci piace e di risolvere le ostilità giornaliere.

E poi ci chiediamo come mai esistano ancora conflitti che sembrano essere alimentati dall'ego fin troppo sviluppato di alcune eminenti personalità.

Mi chiedo e vi chiedo, qual'è il prezzo del dissenso? Il prezzo di un pugno di chiodi? Il prezzo di un fil di ferro? Il prezzo di bottiglie di vetro? La scelta dice tanto su quel che decidiamo di essere. Questa è la gravità. Esistono altri modo di risolvere la questione, però, si preferisce usare la vendetta. Non la giustizia.

venerdì 19 ottobre 2012

L'italiano pressappoco. Anche con un 18...

Circa. Quasi. Non del tutto. Bene o male. Più o meno. Pressappoco, appunto.

Quante volte è capitato o capita nella nostra quotidianità di usare questa terminologia? Suadente, di certo. Come una coperta calda durante una serata tranquilla, leggendo un buon libro. Rassicura. Deresponsabilizza. Tende ad approssimare senza dare una misura. Ci aiuta ad evitare di scegliere ed essere precisi. Perché la scelta, lo sappiamo, è una bestia cattiva. Riversa sempre prima conseguenze e poi sentenze. Perché la decisione è quella cosa che ci permette di muoverci, senza considerare di andare avanti o indietro ( queste sono valutazioni successive ) ma muoversi e muoverci semplicemente. Perché è così difficile scegliere? Perché non sappiamo quello che vogliamo ( fortunato chi lo sa o pensa di saperlo convincendosi di esserne certo ) o perchè non accettiamo l'idea pratica di rinunciare a qualcosa per una cosa diversa? Perché la scelta non è solo discernimento. È anche soprattutto responsabilità.

Anche essere precisi è davvero una gran brutta bestia. Pensateci, per essere precisi, occorre essere tecnici, occorre migliorare la propria prestazione e adeguarsi ad un modo di fare, che spesso, per indolenza e sufficienza non si considera. No, non è anarchia. È noia. Una terribile nemica. Non solo, non basta. Occorre anche disciplina. Occorre anche esercizio, quindi. Tanto esercizio. Eppure ancora non basta, perché, la precisione, forse, non è relegata solo alla pratica ma dipende anche e maggiormente dal modo di pensare, dal modo di essere, dal modo di concepire la realtà che ci circonda.

Per il momento sono solo chiacchiere e potrebbe sembrare una paternale. Ancor peggio, potrebbe sembrare il tentativo di un giovane adulto, studente fuori corso, pessimo amante e non so ben dire amico, di ragionare sulla vita che lo circonda e, farne un campione. No, non ho questa presunzione. Non sono un giornalista, non studio giornalismo o sociologia o psicologia. Non ho alcuna intenzione di fare campione, anche se il titolo parla chiaro. Ho avanzato una pretesa. Ho aggettivato l'italiano. L'italiano dentro ognuno di noi/voi che, leggendo, potrebbe sentirsi offeso. E mi auguro che così sarà, vorrà dire che ho toccato un tasto dolente. Non me ne vogliate. Anch'io mi metto nella pentolaccia.

Pressappoco. Perché pressappoco? È un brutto termine. In realtà suona quasi divertente, goliardico perfino. Non fosse che trascina dietro un pensiero, un modo di fare, un modo di relazionarsi che rovina le persone, le relazioni e, pensando più in largo, la società. Pressappoco. Cos'è pressappoco? È un contorno sfumato. Di certo non è una linea chiara. Non è definito. È un "più o meno". È un qualcosa che forse è e forse non è. Alla risposta "per cena vuoi la pizza o il pollo?" Non si può mica rispondere "pressappoco la pizza" o "pressappoco il pollo". Occorre una risposta certa. Decisa. Forte. Responsabile.

Eppure, un pensiero così semplice e forse frutto di una finzione intellettuale da giovinetto del liceo, nasconde tante impervietà. Pensate nel vostro quotidiano quante volte usiamo l'approssimazione per fare qualcosa. Che forse è la motivazione per cui ci ritroviamo, oggi Italia, nelle condizioni che ben conosciamo.

Devo fare un lavoro, lo svolgo bene fino in fondo, al massimo delle mie possibilità oppure lo concludo alla buona "perché tanto nessuno lo controlla". Domanda, abbiamo bisogno di qualcuno che controlla il nostro operato per farlo? L'operosità, la nostra singolare soddisfazione del completare e portare a termine bene un lavoro, dipende dal controllo o dal concepire quel lavoro e ogni altro lavoro importante?

Devo preparare e studiare per una materia, che sia al liceo, che sia alle medie o all'università, la studio con attenzione ed interesse perché comprendo e riconosco che solo attraverso lo studio si guadagna il riscatto sociale collettivo e progredisce una nazione o studio con scarsa attenzione, senza comprendere la materia e che, chi è venuto prima di me, cerca di farmi arrivare la sua esperienza tramite quei testi? Studio per l'esame preparandomi e impegnandomi di capire quello che studio o cerco di capire da chi poter copiare, da chi potermi fare il riassuntino da studiare perché tanto "anche con un 18". Che sia Politica Economica, che sia Diritto Privato, che sia qualsivoglia materia.

Ho una domanda: vi piacerebbe che un futuro, giovane medico, vi dica "beh...questa materia...anche con 18". Non conosco la vostra opinione ma io trasecolerei. Il ragionamento è lo stesso. I frutti si vedono.

Torno a ripetere, e mi scuso per i toni, che non si tratta di una paternale. Io ho 26 anni, potrei essere ascrivibile alla categoria dei bamboccioni. Ho fatto scelte sbagliate. Le sto pagando. Mi sto sforzando di migliorarmi ogni giorno. Certo, è difficile ma chi non ci prova ha già perso in partenza. Retorica a gogò, perdonatemela.

Perché accuso e punto il dito con il "pressappoco"? Perché è una cattiva, se non cattivissima, abitudine che può portare all'accontentarsi, al non avere aspettative, alla noia. E noi giovani, non possiamo permetterci di accontentarci, di non avere aspettative, di annoiarci e di non fare. Noi siamo la generazione che deve annullare questa logica del "pressappoco". Lo stiamo vedendo con i nostri occhi. Lo stiamo sentendo sulla nostra pelle. Dobbiamo augurarci di arginare quanto accade e di essere barriera per chi verrà dopo di noi.

Pensate sia una logica inerente solo al lavoro o all'università? Pensateci solo un momento. Nelle relazioni tra ragazzi e ragazze. Forse sarà un pensiero giovane. Forse sarò "antico" io ma non penso. Cos'è l'amico/a di letto? Il paradosso di una società che ci porta a correre e non gustare il viaggio. A considerare la meta come il trofeo più ambito. Una posizione incerta. Una posizione non chiara ma in cui si può ancora stare insieme a divertirsi. Disimpegno. Nulla di male, forse. Alla lunga però l'abitudine forgia il carattere. Il carattere rafforza l'abitudine. Fregati! Non si esce più dal circolo vizioso. Una ragazza con cui avevo una relazione sentimentale, un giorno mi stupì. Parlavamo di interessi comuni, parlavamo di studi e viaggi, ridevamo e scherzavamo sul motorino e all'improvviso mi disse "sai, io non sono capace di scegliere. Non mi piace e non so farlo". Sulle prime non prestai una particolare attenzione. Scegliere porta le persone ad esporsi direttamente. Porta a svelare qualcosa delle proprie intenzioni. Porta, e forse è questo che spaventa maggiormente, a scoprirsi al mondo, all'altro. Certo, potremmo rintanarci nella nostra bella certezza nell'indefinito del pressappoco.
Peccato però che stare rinchiusi nella nostra "zona di comfort" non ci porterà mai a crescere, non ci porterà mai a meravigliarci e confrontarci con un mondo dinamico ed in continua trasformazione. Abbandoniamo il pressappoco e cominciamo ad uscire dalla zona di solidale incertezza. Sfondiamo la zona di comfort. Fuori c'è un mondo vivo, colorato. Un mondo che di certo non ci aspetta e che, sicuramente, è già occupato da altre persone che sono uscite dalla loro zona di comfort molto tempo prima. Perché perdere altro tempo ad inventarci scuse?

Ritornando però al tema dell'università, la vivo in prima persona quindi lo sento più vicino, il "pressapoco", è lo stesso ragionamento che conduce ad alcuni finti adulti a dire ai ragazzi "scrivi una tesi, così come capita...tanto per la fine che fanno non ha senso" o ancor peggio "prenditi questo pezzo di carta e poi lo puoi anche stracciare" o molto, abominevolmente peggio "va beh, ormai la tesi non è che una tesina delle medie"...

Cosa direbbe Umberto Eco? Da "Come si fa una tesi di laurea" siamo passati a "come si (dis)fa una (ipo)tesi di laurea". Gli esempi potrebbero continuare. Si potrebbe continuare a riflettere su questo tema per molto altro tempo ancora. Però andrei di molto al di là del mio obiettivo primo: condividere una riflessione.

Mi auguro, vi auguro e ci auguro che si possa davvero capire come il ragionamento del "pressappoco" abbia la capacità di rovinare intere generazioni. Chi è venuto prima di noi, è riuscito sapientemente a complicarci, e anche di molto, le cose. Proviamo, adesso, noi a semplificarle per chi verrà dopo.
È la domanda che conta, non la risposta.

giovedì 18 ottobre 2012

Le parole tabù dell'immigrazione

questa è la prova che i giovani italiani, in italiano, pensano e pesano. Senza arroganza, senza superbia, senza alcuna pretesa se non quella di continuare a formarsi e progredire. Complimenti a questa giovane penna che con una sua riflessione, imbraccia e si fa carico di una condivisa idea di modernità.

Brava Elvira!
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mercoledì 10 ottobre 2012

La Casta siamo Noi.

Quante volte abbiamo sentito parlare di "Casta"? Quante volte abbiamo letto o ascoltato la notizia di una nuova, estenuante ed ennesima furberia che ha umiliato ancora una volta chi in quest'Italia lavora e si sbraccia per un domani migliore? Quante volte, in ognuno di noi, si è fatto strada, serpeggiando, un odio latente verso quelle tristi figurine che insozzano la politica italiana da più di un ventennio? Non c'è bisogno di alcun nome. Li abbiamo ben scolpiti nella memoria, ahinoi.

Potrei andare ben lontano continuando con queste sole domande ma, ad oggi, ho da riflettere e porvi una domanda: dove nasce la Casta? Pensiamo davvero che il politicante di turno, sia arrivato, all'improvviso, dove si trova? Sfortunatamente per noi, non è così. Lo dico a voce alta e lo penso oggi, di ritorno dalle elezioni nelle università. Lo dico oggi e lo dico a voce ben alta, perché, guardandomi attorno, mi son sentito parte di un angusto labirinto. Lo dico oggi e, onestamente, mi vergogno molto a riconoscere che certe pratiche siano usate da giovani della mia generazione perché oggi ho letto lo sconforto, la rabbia e la disillusione mista in una sola, malinconica e stanca smorfia nel viso di un mio caro amico e collega, compagno di tanti confronti su svariati temi, il quale, prendendomi a parte e cercando di allontanarsi per un momento dalla bolgia convulsiva per riemergere e prendere un boccata d'aria mi disse: "Sai forse sono troppo idealista, non mi spiego ancora come si possa andare, il giorno delle elezioni, a chiedere di votare per questo o per quello.". Lo conosco come una persona che difficilmente ha delle lamentele. È un ragazzo umile, semplice ed onesto. Se c'è da lavorare, capo chino e a lavorare. Se è arrivato a lamentarsi lui, vuol dire che l'indignazione ha superato il limite della misura.

La Casta siamo noi.

Cerco di fare ordine nella tempesta emozionale in cui alcuni spiacevoli accadimenti mi hanno gettato. Se voi in prima persona foste candidati alle elezioni, cosa fareste? Intendo dire, cosa fareste come prima cosa? Quale sarebbero le vostre prime azioni? Penso, appellandomi ad un certo grado di ragionevolezza, la realizzazione di un certo programma. Una semplice, chiara ed articolata elencazioni di quelle che sono le vostre intenzioni. Una breve presentazione per far capire alla gente chi siete, per far comprendere alla gente il vostro messaggio. Dareste ogni cosa per scontata o andreste a presentarvi alle persone, conoscendone quante più potete? Chiedereste dei favori personali per ottenere dei voti o tentereste voi in prima persona di marciare tra le persone che potrebbero darvi un voto? Penso sia banale anche solo parlarne. A quanto pare, invece, non è per nulla banale. I fatti odierni me ne hanno dato prova.

Quali sono i programmi e chi sono i candidati? Possibile si vada a votare conoscendo, in alcuni casi, a mala pena il volto del ricevente voto? Se il programma elettorale si basa sulla capacità dei singoli gruppi di farsi organizzatori di serate danzanti, di organizzare "eventi", di fare feste, di divertirsi...bene: abbiamo risposto alla domanda. Non esistono politici, piuttosto sono tutti a far "Public relations" in sintonia con la moda attuale. Peccato che la Politica non sia questo. Certo, la nostra politica ci ha abituato proprio a questo teatrino, a questa successione farsesca di irrispettosa ed indecente esposizione di vergogne, perché non c'è altro modo in cui chiamare tutto quel che stiamo sorbendo fin troppo tacitamente. Peccato però che a fronte di certi consiglieri regionali o di certi amministratori o di capi gruppo di pariti che, bagordi, delinquono spregiudicatamente, che proclamano "per far politica non occorre essere preparatissimi" e che chiedono con impudenza, quasi a voler zittire, "perché un politico non può mettersi in costume da bagno?" ( non cerco di stumentalizzare, espongo a fini meramente esplicativi ), che offendono ripetutamente e con assoluta intenzione ogni idea di "Bene Comune", vi siano eserciti di eroi silenziosi che ogni giorno marciano a capo chino e lavorano umili nella loro quotidianità, consci di dover portare lo stipendio solo con il proprio lavoro. Che se devono comprare un lampadario, dovranno fare economia ed usare i soldi dello stipendio non quelli del partito. Ecco dove nasce la Casta. La Casta siamo noi. Come ci si può aspettare serietà da partiti politici locali, regionali e nazionali se i primi a sbagliare, se invece di condannare ed escludere certe pratiche e mezzucci che tanto detestiamo quando saltano alla ribalta dei media, li facciamo diventare delle pratiche istituzionalizzate?

La Casta siamo Noi.

Dov'è la Politica? Come si può anche solo pensare di fare qualcosa e farla bene se davanti al seggio elettorale, c'è appostato il ragazzino ben vestito di tutto punto, con camicia personalizzata, con schede e fogli vari che mi chiede "hai già chi votare? Non è che mi faresti un favore?". Ancor peggio, come si può anche solo pensare di essere credibili se si vendono i voti offrendo caffè e colazioni varie, se ci si ricorda di votare tizio perché "mi ha fornito le fotocopie di...", se si accompagna fino all'ultimo e si assicura, come fosse il Santo Graal, un fogliettino con scritto il nome del candidato? Una persona che è stata conquistata dal programma elettorale di qualcuno, si può mai dimenticare il nome da apporre nella preferenza? ASSOLUTAMENTE NO! Questo è un ulteriore segnale che il marcio comincia da noi. Noi che siamo la giovane generazione. Noi che siamo la giovane Italia. Noi che saremo la politica del domani e che a questo punto, marci come siamo ad oggi, non sarà Politica ma una misera e biascicata politicuccia. Niente di diverso da quella attuale. Niente di diverso dalle figurine attuali. Se ancora ci ripenso, mi vien rabbia: "mi faresti un favore personale?"

UN FAVORE?! Come lo si dovrebbe fare un favore? Faccio un favore a te, lo potrei anche fare. Certo. Cosa ne è del mio favore? Cosa ne è del valore di un voto? Cosa ne è di quello strumento, cui i padri della Politica sono consacrati, che viene evidentemente piegato a queste pratiche mediocri? Pensate, in proporzione a quanto possa essere abominevole questa pratica. Reiterare questa pratica, vuol dire non essere bigotti MA innestare nuovi germi deviati e devianti di una futura politica. La nostra. La Casta, signori, siamo noi.
Potremmo continuare a parlarne, potremmo continuare a discuterne. Che ne è della correttezza? Dov'è stata fatta la campagna? Qui i voti si comprano e si regalano con strette di mano, con complimenti alla nuova borsetta firmata e con occhiatine alla "m'arraccummannu ah!".

Cosa stiamo facendo? Ci stiamo davvero proponendo ad un mondo della politica così stantio? Stiamo ancora, davvero, reiterando certi comportamenti? Questo è modo di far politica? Dov'è l'anima? Dove sono le proposte? Dove sono i programmi? Dov'è LA PRESENTAZIONE DEL PROGRAMMA ELETTORALE? Qual'è il punto di vista delle persone che andremo a votare?

Notare bene che mi riferisco al mondo delle elezioni universitarie. Che per caso avete notata una qualche somiglianza con altri tipi di elezione? Forse con quelle che si terranno in Sicilia il prossimo 28 Ottobre? Oppure, ed ancor meglio, tutte le farse che si succedono, oramai, in quella che è la nostra barzelletta nazionale: la politica?
È la domanda che conta, non la risposta.

domenica 29 gennaio 2012

Dove l'ignoranza parla, l'intelligenza tace.

"Che vergogna, che schifo, che tristezza e che bassezza. Guardati uomo quanto nelle tue vene possa scorrere fango. Guarda che orrore. Non così si accoglie la morte. Per una riga, per sentirsi considerati e parte di qualcosa si è disposti a tramutarsi in carnefici, in aguzzini...mi vergogno perché condivido con certi esseri lo status di essere umano. "LA COSTITUZIONE È IN PERICOLO, CHE GLI ITALIANI STIANO CON GLI OCCHI APERTI ( OSCAR LUIGI SCALFARO marzo 2011)". Sarò un ragazzo ma voi. Voi adulti che vi beate di capire, con arroganza e presunzione, qualcosa. Che schifo. Che schifo l'uomo. Rileggetevi e pesate le vostre parole. Pur di sentirvi qualcosa e di avere considerazione per 1.5 secondi, scrivete sulla morte. Avete superato Warhol e i suoi 15 minuti. Voi per 15 secondi avete inveito, imprecato e sporcato la vostra umanità. "Memento mori" ripetevano gli antichi, non per augurare la morte ma per ricordarsi che siamo tutti composti dello stesso schifo che un giorno ritornerà a mischiarsi insieme. Anche nella morte non riuscite a stare, educatamente e rispettosamente in silenzio. L'abate Dinouart considerava: occorrerebbe parlare e scrivere solo quando si abbia qualcosa che abbia un valore maggiore del silenzio. Ché se muore un vostro parente dite "oh...uno in meno, le mie spese diminuiscono...uno in meno per la sovrappopolazione"? Scrivo questo e non commenterò contro i bravi, "IMPEGNATI", uomini e donne attivi/e, coraggiosi/e solo davanti ad uno schermo...perché, come vostro solito, offenderete, mi minaccerete, inveirete contro di me, contro i miei amici e la mia famiglia, perché non sapete fare altro che sporcare questo mondo e come se non bastasse, le vostre reazioni, fanno cadere in me il valore che io do a priori al pensiero umano. Volete fare qualcosa? PRENDETEVELA CON I VIVI. LASCIATE IN PACE I MORTI. Scendete in piazza e rompete i coglioni, fatevi sentire dal governo come mi sono spaccato il culo a fare da anni a questa parte MA non statevene negli angolini bui della vostra casa a scrivere, sicuri, davanti ad uno schermo che non può rispondervi. AGITE."

Una mia cara amica ha sentenziato, citando, correttamente: "dove l'ignoranza parla, l'intelligenza tace". Si è vero. L'intelligenza non cede alla provocazioni. L'intelligenza si riconosce tale e pesa le parole. L'intelligenza non impiega energie per arginare gli sciocchi, si potrebbe dire. Beh...chiamatemi ignorante. Chiamatemi anche grande ignorante. L'Ignoranterrimo se mi lasciate passare il termine. Perché a volte non si può semplicemente dire: no, sono le parole di uno sciocco. Sono dell'idea che dallo sciocco all'ignorante, al dottorato al filosofo, occorre sempre controbattere con il vigore della propria tempra morale e con la gentilezza e la grazia di un duello. Se una cosa non ci piace, occorre dirlo. Se qualcosa è stato detto, con poche righe, offensive, lesive, con grande VILTA' e CODARDIA, perché diciamolo...chiunque al di là e al di qua di uno schermo riuscirebbe a scrivere qualsiasi cosa..., occorre controbattere. È un dovere personale. Se lo si fa poi nei confronti di un deceduto. VERECUNDIA. Vergogna uomo o donna che tu sia. Nemmeno nell'estrema ora di un tuo simile, che non riusciresti ad eguagliare, riesci ad accumulare quel poco di dignità che ti basta per rimanere nel tuo silenzio. Un silenzio di cordoglio. Un silenzio di rispetto. Un silenzio anche di rabbia ma che sia silenzio. Un silenzio, Silenzio.

Sei arrabbiato/a? Sei angustiato/a? "Una pensione in meno"...ti chiedo, o sciocco maschio o femmina che tu sia ( non dico Uomo o Donna perché sono status che prevedono dignità, rispetto e coraggio...e tu così facendo non ne hai ), se dovesse morire tua madre, tuo padre, tuo figlio, tuo fratello o tua sorella, un tuo familiare...penseresti "oh uno in meno...una bocca in meno da sfamare" oppure "uno in meno per il problema della sovrappopolazione". Scendi in piazza, organizzati, fatti sentire...partecipa alla vita sociale se vuoi fare cambiare qualcosa...non limitarti a scrivere due righe appena, veloci, come una pugnalata alle spalle...da VILE e CODARDO al sicuro e seduto davanti ad uno schermo statico che non può risponderti, affronta a testa alta e petto in fuori chi vuoi. Parla ai politici, alla casta che tanto odi. Alla gente che ti toglie il cibo dalla bocca. PROTESTA. INFORMATI. SCENDI PER STRADA. GRIDA AI VIVI MA LASCIA IN PACE I MORTI.

Non è populismo, non è demagogismo e non posso chiamarla nemmeno barbarie. È umanità e oggi, mi vergogno di avere in comune con voi, gente bassa e povera di animo e spirito, di ogni briciolo di quel che si può chiamare uomo in me.