mercoledì 12 novembre 2014

Luce e Buio



C'è un gusto particolare in quella malinconia, quella suggestione che forse non è ancora malinconia ma che lo sta per diventare. Quel gusto strano del sentire e del non sentire. Di essere appunto a metà strada tra quello che è e quello che non è. Ombra. Linea d'ombra. No, non riferimenti bibliografici all'opera più famosa. Quanto direi più che altro a quella rara abitudine di stare in dormi veglia. Non dormi. Non sei in veglia. Sei tra qui e lì. Un qui e lì che non hanno uno spazio fisico ma uno spazio della mente. E vaghi.

A volte la notte. Perché diciamocelo. La notte è più facile passare dall'altro lato. In quel lato oscuro e forse spesso tenuto nascosto. Perché la notte è già buio e non occorre “fare buio” attorno a sé. Il buio c'è già. Occorre solo fare quel passo e andare oltre.

A volte invece il buio viene d'improvviso. Mentre si cammina per strada. Mentre si ascolta una canzone. In qualsiasi momento. E si viaggia. E occorre fare attenzione a non smarrirsi. A non perdersi. Perché ognuno di noi ha un buio. Il buio. Il proprio buio. Quel buio quasi familiare e a volta forse fin troppo familiare, cui affidiamo irresponsabilmente e con molta codardia quel che ci appartiene.

Vagare. Smarrirsi. Ma ritrovare la strada. Occorre ritrovare sempre la strada. Altrimenti si resta dall'altra parte. E, chi è rimasto dall'altra parte, al buio, per troppo tempo, lo si riconosce subito. E lo si sente. E lo si avverte.

Andare nel buio è un viaggio pieno di pericoli. Un rischio. Forse necessario, forse no. Perché pieno di pericoli? Perché è facile fermarsi. Perché a volte il buio è comodo. Lì teniamo tutti I nostri segreti come fosse un ripostiglio ma non lo è. Un ripostiglio ha una o più porta. Ha mensole. E ordine. E mura. Lì, quel luogo, no. Non ha muri e prende lo spazio che noi gli diamo. Non ha porta ma è sempre aperto, dipende da noi entrare o meno...e se non si presta la dovuta attenzione, ci si ritrova dentro senza volerlo. Ancora non ha mensole, non ha ordine. Tutto è insieme e non lo è. E tutto assale, scomposto e si ritrae. E quel che pensi di vedere non c'è e quel che pensi essere non si vede.

Luce e buio.

Sarebbe sciocco dire di non avere bui. Forse non si conoscono. Forse si evitano. Forse si temono e quindi non li si considerano. Ma il buio o I bui, sono lì ad attenderci. Perché prima o poi faremo I conti con quella parte di noi che non viene così spesso illuminata.

Come fare, allora? Avere uno spiraglio. Uno spiraglio di luce che ci indichi il cammino del ritorno.

Perché se andare è a volte immediato ed involontario, ritornare, quello è pi+ difficile. Perché il buio, non è vuoto...è solido. E colloso. E appiccicoso. E devo sottrarti passando in mezzo. Avere davanti agli occhi lo spiraglio e seguirlo per ritornare.

Ritornare, ecco.

Cari naviganti, perdetevi. Smarritevi. Andate nel buio. Ma ritornate, dopo. Ritornate sempre. Ritornate, seguendo il vostro spiraglio.

sabato 21 settembre 2013

L'arte, non metterla da parte.

L'Arte non è verità. L'arte è una menzogna che ci fa raggiungere la verità, perlomeno la verità che ci è dato di comprendere.

                                                                                           Pablo Picasso



Occorre una premessa banale quanto, dal mio punto di vista, necessaria. Io non studio, non ho mai condotto studi particolari, se non quelli liceali ed una smodata passione consumata nel tempo che ho a disposizione quando non faccio altro, sull'Arte. Premessa necessaria perché mi allontanerò molto da quello che è per dirigermi, come quasi sempre faccio, verso quello che percepisco essere. Considerazioni personali, quindi.

Durante una delle tante discussioni tra amici, compagni di vita, viaggiatori, naviganti solitari o comunissimi camminatori che hanno avuto voglia di riposarsi un po' nella panchina in cui ero, per un attimo, seduto io, mi è capitato di essere incuriosito da una frase che sulle prime non mi ha dato da riflettere.

La risposta fu in seguito all'associazione di una citazione sul caos (
Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante. Io vi dico: voi avete ancora del caos dentro di voi. F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra) e un dipinto: "non avevo mai guardato a Pollock in questo senso".

Onestamente non avevo dato particolare peso ad una frase così semplice ma che al contempo si mostrava carica di significato. Semplicemente, avevo visto ma non guardato.



Occhi diversi. Cuore diverso. Mente diversa. Noi. Noi siamo diversi, sempre. Ricordo ancora la prima volta in cui, recandomi al MoMA, per quanto fossi in compagnia, anche molto piacevole, camminavo da solo e immaginavo di parlare ora con Cezanne ora con Monet. Ricordo ancora che la prima volta in cui vidi un Picasso, le Demoiselle d'Avignon, mi sentii soffocare. Altro che sindrome di Stendhal. Ricordo anche la prima volta di tante altre pinacoteche. Ricordo anche la prima volta di tanti altri luoghi, non necessariamente chiusi, in cui, a volte, ho visto nascere l'arte. Artisti di strada. Giocolieri del colore. Equilibristi delle forme.

Come scrissi alla ragazza con cui ne parlavamo "penso sia una questione di risonanza ( e torna, si lo so...ho già usato questa storia della risonanza nell'ultimo post...ma che volete farci, così l'ho pensata ). Come esiste tra le persone fisiche, così anche tra le persone virtuali. Un quadro, secondo me, è un mezzo ( o una persona virtuale? )...e la persona che lo ha realizzato consegna un messaggio. Sta alla risonanza della persona, poi, coglierlo".


Persone virtuali. Van Gogh. La sua notte stellata. Tu. Essere lì. Trovarti in quel piccolo paesino della provenza, tra stelle e un malato insofferente. Un malato di vita. Un malato che non è stato capito. Tu sei lì. Insieme a lui. Non parlate, osservate le stelle e le stelle osservano voi. Entrambi silenti nell'abbraccio della notte che ben lungi dall'essere oscura, rivela a chi sa attendere e confidare, un meraviglioso spettacolo. Si, decisamente preferisco la notte al giorno. Quella notte. Quelle stelle.

Ricordo di girovagare come un bambino nei giorni di festa.Mondrian e il suo ordine. Kandiskji e la sua percezione della realtà. Ognuno di loro ha prodotto opere uniche non perché l'opera descriveva tronfia la realtà o si faceva carico di presentarla tale, quanto perché l'artista impregnava il mondo della percezione, della lente della sua anima, deformandolo a sua volta.

Non è un caso se lo stesso van Gogh, in uno dei suoi dipinti più noti, il ritratto della sua stanza, disse poi, "sono sempre io ma io divenuto pazzo" ( e sia chiaro che pazzo non vuole intendere meramente affetto da psicopatologie ). Avete idea di cosa significa vedere con gli occhi di van Gogh, imprimere un tratto distintivo della propria vita e non essere compreso? Questo è il difetto del genio, spesso. Spingersi e andare così tanto al di là di ogni possibile al di là da perdere ogni riferimento contestuale e librarsi liberi nel cielo. Libertà che ha un grandissimo peso, a volte: il peso della solitudine e dell'emarginazione.



Rothko. Si. Lui. Ricordo di essermi fermato dinnanzi Orange and Red on Red e di essere rimasto atterrito. Non ricordavo una potenza simile dai libri di storia dell'arte. Così come pure Pollock. L'ho amato. L'ho desiderato. Sono entrato nelle sue opere e non ne sono più uscito.


Ecco, questo penso. Non si tratta di mero gusto estetico o di una questione di preparazione tecnica. Il senso del bello, liti su liti prodotte ci han consegnato i pareri più difformi, non è unico. Il Bello è qualcosa di impalpabile e indescrivibile e di fortemente personale. Per cui ognuno di noi, ha un Bello in sé e un Bello per sé. Non si parla di tecnica. Intendo proprio il percepire quel che riteniamo essere bello, il che corrisponde non solo alla nostra personalissima idea di bello ma a quanto la stessa abbia modificato la percezione e da essa stessa, in un circolo, si faccia modificare. 

Risonanza. Non a caso ho usato questa parola. Ne avevo già parlato riferendomi ad un mio caro amico. Una persona fisica. Un vivente. Con un quadro si può entrare in risonanza? Secondo me si. Ogni volta che mi avvicino ad una qualsivoglia opera d'arte, mi apro e provo a farmi coinvolgere. Difficile e pericolosa come operazione...perché essere simpatici e simpatetici a volte può giocarti contro. Somatizzare, qualcuno lo chiama.

Risonanza. Si. Perché l'opera d'arte, come già detto, per me è l'impronta della particolare visione delle cose dell'artista. Così le stelle di van Gogh non sono solo astri che illuminano una notte metafora di una vita ma è egli stesso. Arde. Brilla. Le forme di Boccioni non sono studio sullo spazio ma è egli che muta e si deforma e tal facendo costruisce lo spazio e il tempo si piega assecondando ogni suo capriccio. Turner, vaporoso ed immenso, diventa esso stesso una sottile aurea che fluttua tra vapori, albe e acque sommessamente domate. Seurat non è sulla Grande-Jatte, è in ogni punto di colore. Lui è il punto. Pollock taglia il suo corpo in tanti filamenti e si lascia cadere seguendo l'ordine del caos, divino creatore.


Loro, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non sono morti. Sono lì. Nei dipinti. Respirano nel marmo. Vedono con le pennellate. Parlano attraverso di loro. Gridano. Stracciano. Ridono. Imprecano. Vivono. Questo sento. Questo avverto. Dialoghi silenziosi in cui ogni volta ci si presenta nuovamente, perché, come avevo già detto all'inizio, siamo diversi noi in ogni momento. Loro, i maestri che hanno dipinto, sono sempre lì. Siamo noi a cambiare, a partire da noi cambia il dialogo. Loro, sono lì. Sono sempre stati, dal momento in cui hanno poggiato il pennello sulla tela, dal momento in cui hanno versato colore, dal momento in cui hanno modellato la pietra...loro, sono sempre lì, quello che cambia è l'osservatore e al suo mutare, cambia cosa dirsi.

Non a caso, quando mi avvicino ad un'opera, quale che sia, prima, la saluto e mi presento. Non mi pare il caso di pretendere senza nemmeno esserci conosciuti.

Parole in musica...

Durante una cena, una come le tante, una di quelle che sai sono cominciate ancor prima di trovarsi tutti assieme nella stessa stanza a condividere quell'aria un po' chiusa, necessaria per non far fluire via i pensieri e tenerli vicini, una di quelle cene lì...insomma, ecco...durante una di quelle cene, un caro amico mi ammonì per l'ennesima volta che ancora non avevamo dato a noi stessi il tempo di sederci, solo io e lui, una chitarra, forse qualche penna, due buone sedie che reggessero il peso di una notte da costruire e una bottiglia di vino.

No. La bottiglia di vino non è necessaria. Non dobbiamo o vogliamo ricalcare alcun stereotipo melanconico decadente. Liquori. Scotch. Rum. No. Siamo già noi melanconici e decadenti, figurarsi ricalcare qualcuno che ben prima di noi lo è stato. Non riusciamo nemmeno a ricalcare noi stessi.

Il vino. Buon rosso. Si. Il vino rosso è una passione comune. Passioni: proprio di passioni abbiamo bisogno.

Torniamo alla cena. Una delle tante cene. Quelle cene in cui non capisci bene come e quando accade ma all'improvviso ti ritrovi in una balera e tra voci e schiamazzi, tra confronti animati sul fine ultimo dell'uomo o ciarle amorose di sagome da teatro, guardandoti attorno, hai l'impressione di rivivere la Parigi del primo novecento.

Già, novecento. Novecento come sono novecento i sogni. Novecento come sono i nomi delle persone cui hai stretto la mano, salvo poi qualche secondo più tardi dimenticarti il loro nome. Gran fastidio. Novecento, come sono novecento le parole che vorresti usare quando parli con lei...quella creatura che d'un tratto rapisce ogni tuo interesse, quel ceffone inaspettato che ti desta violentemente da un torpore in cui non pensavi di essere caduto...si, insomma, quella visione, perché sulle prime credi sia una visione: una ragazza che d'un tratto diventa la ragazza. E poi, altro che visione.

O forse no, non sono novecento. In realtà nemmeno una. Di parole, intendo.

Silenzio. Perché le parole, sono pensiero. Non pensi. Ti piace così, senza pensare. Oh...che sbadato: ho debordato derivando verso la mia anima più romantica. La ricaccio immediatamente indietro. Si parlava di cene, qui...mica di quisquilie!

Già. Una di quelle cene. Quelle cene dove la luce di una lampada non ti osserva immobile da un santuario fluttuante. Non rimane sola, no. Ha un posto al tavolo e assieme a lei si discute, immaginando. Vibrando. Perché se durante una cena non si vibra, non c'è cena. Non c'è movimento. Tutto è fermo. Quelle cene in cui forse non si parla granché con chi vorresti parlare ma scrutandovi, lanciate intese silenti che risuonano al vostro interno. Perché a volte, le parole, lo sappiamo bene, confondono e distolgono dall'essenza delle cose.

Uno sguardo tra amici. Risonanza la chiamerei. Uno suona, l'altro suona. Frequenze. Onde. Risonanza. E così, senza parlare, quella sera, con questo amico, comprendemmo. Comprendemmo che ci saremmo trovati più di una volta in risonanza. Comprendemmo che avremmo scritto almeno una canzone assieme.

Quella cena, finì lì. Successe altro. Di certo, successe altro. Forse una bottiglia rotta. Forse chiacchiere di fantomatici politicanti. Si, successe altro. Succede sempre altro. Per me, però, quella cena, finì lì.

Qualche tempo dopo, ci trovammo a godere della fresca aria serale in un balcone di un amico. Una domanda violò il silenzio: Giovanni, ti ricordi quella canzone che avremmo dovuto scrivere?

Mi guardò con un sorriso. Un sorriso complice. Aggiunsi, poi: vorrei farti una domanda. Ti è capitato di voler rubare un bacio ma di non averlo fatto?

Mi guardò sorridendo. Rispose con una smorfia. Rispose con un sorriso. Rispose con gli occhi. Rispose con tutto quanto avesse a disposizione. Rispose, pur quanto non disse nulla. Non gli chiesi quante ragazze avrebbe voluto baciare. Non parlavo di baci. Parlavo di Bacio. Un bacio. Quel bacio a quella ragazza, non un altro, non un'altra.

M'intese. Quella sera, non ne parlammo più.

Passò ancora del tempo e mi ritrovai ancora a stuzzicarlo. Mi diverte punzecchiare.

Gli rivelai che oltre al bacio non rubato, avevo pensato al "a domani". Già. Nulla di complesso. Pensavo al "a domani" e consideravo che non c'è frase più bella e semplice che due persone possano dirsi. La certezza, l'augurio e la promessa che domani saremo di nuovo assieme.

Mi confessa di aver avuto una mezza ispirazione. "dobbiamo vederci e comprare del buon vino! Ti voglio bene amico mio!" esordisce con la solita ilarità. Il buon vino, ritorna.

Passò del tempo e tornammo a parlarne. Gli descrissi quanto mi accadde quest'estate. Le estati. Che roba curiosa.

"Mi piacciono le ragazze con gli stivaletti. Quelle semplici che sanno vestirsi. Quelle che le vedi e pensi...no, non pensi...perché ti piacciono così, senza un pensiero." ricordo che uscì spontaneamente.

a quel punto, divenni un fiume in piena "sai cosa? Quest'estate son stato contento. Non per chissà cosa. Ero contento di andarmi a sedere sempre nello stesso posto.
Non perché vi fosse qualcosa di particolare. Si, forse si vedeva bene da lì. Era abbastanza centrale. Non ho mai cambiato. L'ho persino aggiustato. Lo schienale non funzionava e l'ho riparato.
Mi piaceva quel posto. Mi piaceva perché accanto a quel posto, anche un altro posto era sempre occupato dalla stessa persona. E anche lei non lo ha mai cambiato.", rileggendola ora a freddo, mi ricorda tanto - vi chiedo già scusa se parrò mieloso - la volpe che spiegava al piccolo principe cosa volesse dire essere addomesticati e, con una leggerezza cui solo i personaggi di storie favolistiche sono dotati, diceva: se tu verrai alle 4 io alle 3 sarò felice.

Ricordo poi di essermi lanciato in assurde divagazioni, come mio solito, direi quasi. Persino queste sono divagazioni.

Ho farfugliato scomposte dichiarazioni d'insolenza, "comincio a pensare che non esiste l'amore.
L'unica cosa che esiste è tu, lei e tutto quel che siete...prima, durante, in mezzo, dentro, fuori.
Forse usiamo dire amore perché preferiamo qualcosa di impalpabile...dire "questo siamo noi" potrebbe scatenare timore
Però, si. Se dovessi dire cos'è amore, direi che è "questo siamo noi"."






Bene. Ho divagato abbastanza. Concludo.


Giovanni, rispose. Vorrei lasciarvi con questa breve folgorazione. La sua risposta mi fece sorridere e m'illuminò: "Ti sei accorto che abbiamo già iniziato a scriverla, questa canzone?! Dicevamo di quel posto a sedere?"

lunedì 8 luglio 2013

La melma.

...ogni tanto, vedo lustri. In realtà, non più ogni tanto. Più tanto di ogni tanto.

Vedo coccarde imbellettate. Fiocchi e nastri. Stemmi e gagliardetti. Tronfie dichiarazioni che attendono su un palco una platea vuota. E sento scrosci di mani ma non vedo nessuno ad applaudire. Vedo tante cose che hanno la puzza di avariato e quella puzza, ad oggi, la sento fin troppo spesso.

Anche il colore, non è vivo. Sembra. E mi sento sporco. Molto. Più di quanto non mi renda conto di esserlo.

Sento la melma sulla mia pelle e dentro. Mi attraversa. Grida, risa, schiamazzi...parole confuse e lontane. Quelle non le riconosco più. E mi vedo tenere per mano la melma e riderle. E mi vedo indossarla in una giornata d'inverno. E mi vedo salutarla ogni giorno come fosse normale sia lì. E mi vedo spendere serate assieme, prive di vita, della stessa sostanza della melma.

E la melma, se non sei abbastanza bravo da rendertene conto subito, ti si appiccica addosso. E negli anni si stringe a te e si accumula. E negli anni, se non fai nulla per levartela di dosso, la melma, diventa la tua pelle, gli occhi, le mani...e non respiri aria ma melma. E non fai che melma. Perché non ti ricordi cosa facevi prima di essere melma.

E rischi di risvegliarti un giorno e non riconoscerti. Non vederti. Non sentirti. Non saperti te. Rischi di svegliarti un giorno e vederti melma a tua volta. Rischi di smarrire quel qualcosa che sapevi essere tu, che sapevi pulsare della tua forza vitale. Melma. E mi sento sporco. Ad ogni parola. Ad ogni gesto. Un lento respirare che si trascina e non un nitrito rampante.

E la melma ti arriva agli occhi. E se sei anche bravo, riesci a tenerla fuori. Lei però è subdola. Lei, la melma. Ti siede accanto, aspettando. Sa che prima o poi cadrai. Sai che prima o poi una fessura la farà entrare. Presto o tardi in tutti si forma una fessura, uno spiraglio, una pericolosissima breccia. E la melma è lì. E se sei bravo, riesci anche a tenerla fuori ed essere più veloce. La fessura si forma ma la chiudi per tempo. E se bravo non sei, la fessura rimane aperta. E la melma, lenta ma inesorabile entra. Perché lei, essendo non vita, ha tutto il tempo dalla sua. Siamo noi a pagare le nostre colpe con il tempo, essenziale misura del vissuto.

E un giorno, vedi quanto la melma ti pesi. E ne sentirai il peso non appena capirai di esserne stato sommerso. E non vedrai il tuo volto. E non sentirai il tuo profumo. E tutto quello che un tempo eri tu adesso è un eco che ti costringe a girarti da una parte all'altra per tentare di capirne l'origine. E non ha più senso. Perché tutto quello che eri, adesso non sei più.

E c'è una sola cosa che puoi fare, non appena comprendi che la melma ha già avuto la meglio nella tua vita: alzarti in piedi, tirarti su le maniche, prendere uno spazzolone e cominciare, poco alla volta, a rimuovere tutta quella melma.

sabato 6 luglio 2013

Il Giovane

[anteprima da Utopia, blog di prossima realizzazione condiviso con amici]

Viviamo in un mondo dinamico.

È una normalissima constatazione, nessuna pretesa. Ogni nostra azione soggiace ad un vicendevole scambio di stimoli, idee, ispirazioni. Non occorre riflettere con particolare analisi, risulta più che evidente. Non si può comprendere a pieno, però, la squisitezza del pensiero proposto se non si riconduce l’intero discorso a studi che apparentemente non hanno alcun legame tra loro. Fisica. Si, perché “dinamico” è un termine in prestito, bonariamente in prestito. La dinamica, definizione alla mano, è un ramo che studia il moto dei corpi e le relative cause, partendo tuttavia da una premessa: le forze non sono la causa del moto ma producono una variazione dello stato di moto, ovvero quella che chiamiamo accelerazione.

Probabilmente a questo punto, ammesso che non mi si sarà già accusato di “incomprensibilità”, ci si porrà la domanda “dove vuole arrivare?”. Beh, provate a traslare il discorso qui sopra nell’ambito del ragionamento e della condivisione di idee. La comunicazione tra gli individui, lo scambio di idee, il reciproco e mutuo accrescimento della visione dello stato delle cose non sono la causa del moto di ognuno di noi ma producono una variazione dello stato di moto, ovvero quella che chiamiamo riflessione, che altro non è se non un’accelerazione del nostro pensiero?

Ecco. Ascoltando un intervento di una cara amica, mi è capitato di sentirle dire una frase che ha accelerato il mio pensiero. Che dico accelerato. Lanciato proprio.

perché anche nella stessa etimologia, giovane, vuol dire che difende

Che difende. Colui o colei che giova, che aiuta, colui o colei che difende. Quei che combatte. Colui che favorisce. Colui o colei che, e questa ha un significato molto più eroico, eccelle…colui che è forte.

Cominciamo con qualcosa di semplice, però. Un esercizio che mi ha accompagnato sin da quando ho cominciato a muovere timidamente i primi passi nella prateria delle parole è porre sempre un perché: domandarmi. Bene, domandiamoci. Che difende chi? Che difende da chi? Che difende cosa? Sono le prime tre domande che mi vengono in mente. Continuerò più in avanti con altre domande per poi lasciarvi con quella che da subito mi ha posto in dubbio.

La questione sembra banale e sembrerebbe anche banale la trattazione, certo. Opinabile. Eppure, ragionare sulla gioventù non è un esercizio così semplice. Perché? Perché gioventù spesso viene confusa con novità, viene confusa con somma presunzione con la giovane età, viene storpiata nell’immaturità, viene stuprata dal giudizio della saccenza stantia e marchiata senza alcuna giustizia acerba. Ancor peggio, poi, la gioventù viene usata. E diventa gioventù bruciata. E diventa gioventù ribelle. E diventa gioventù violenta. E diventa una merce ghiotta e di sicuro appiglio di giornalisti, letterati, di scrittori che d’ogni tempo e luogo hanno definito la gioventù come essere incompleti, come l’essere sciocchi, come la voluttà amorosa sensibile e quindi profittabile.

Chi difende e perché dovrebbe farlo? Che cosa difende e cosa lo spinge a difendere? E come difende? Cosa fa un giovane che chiunque altro non potrebbe fare? E cos’ha di tanto diverso un o una giovane da uno o una che si è scordata di essere giovane? Whitman, in Foglie d’Erba, realizza un manifesto della gioventù. La gioventù è affamata, cresce rapida...e lo dice perché esso stesso si riconosce tutto e nulla, maschio e femmina, mortale ed immortale, qui e lì, invitto: giovane. È ingorda di Vita. Nel petto dei giovani batte la sfida del domani e i giovani rispondono sempre a chiara voce. I giovani sono dei riccioli di erba fresca che spunta dalla terra. Noi, giovani, difendiamo. Difendiamo noi stessi. Difendiamo chi ci sta attorno. Difendiamo chi è stato prima di noi e chi sarà dopo di noi. Difendiamo. Che difende da chi, sarebbe la prossima domanda. Vorrei però prima rispondere a perché e come difendiamo. Perché e come. Non esiste un perché, è una chiamata. Non è nemmeno una scelta. È gettarsi. Non è decidere di fare, è fare. Nessuno decide di amare, si ama. Con una passione travolgente e con ineluttabile causalità. Nessuno decide di vivere, si vive. Alla stessa tregua, nessuno decide di essere giovane, si è giovani. È percepire i battiti del proprio cuore indicarti un cammino;  ardere, farsi dominare da una fiamma imperitura ed eccezionalmente luminosa. Giacché si vede subito il giovane, si riconosce subito. Sia che abbia 16 anni, sia che ne abbia 60 di più. Come? Con il suo personale contributo, con il suo carattere, con la personalità…usando cioè quella combinazione di variabili che rendono ogni essere umano un’improbabilità statistica vivente e che quindi è sinonimo di unicità.

Che difende da chi? Questa è più complessa come domanda. In primo luogo dal giovane stesso. Perché ogni giovane, in differente misura, è profondamente idealista. Ed è un bene che sia così. È necessario che sia così. Il giovane non è ancora stato del tutto insozzato dalle menzogne di chi non ricorda di essere giovane, di chi cerca disperatamente e goffamente di darsi una sembianza di giovane, di chi prova ostinatamente a comprarsi una qualità che ha a che vedere con l’intima essenza svelata alla nascita di ognuno di noi. Il giovane crede. Il giovane sogna. Il giovane spera. Senza ondate di giovani, di menti fresche, di braccia che non si sottraggono a qualsivoglia lavoro, di cuori che battono e di forti volontà che si ergono come bastioni in un deserto di angosce e di cinismi sterili, dove saremmo? Dove saremmo senza l’impegno e il sacrificio di giovani uomini e donne che hanno imbracciato le sorti di una causa e sono diventati, con il loro carattere, con la loro personalità, aggiungendo quel qualcosa che ognuno di noi ha e accresce ogni giorno, eminenti scienziati, validissimi medici, illustrissimi poeti, lungimiranti uomini e donne di una società dinamica e in continua espansione?

Non v’è bisogno di sforzarsi tanto. Ogni giorno vediamo lugubri e grotteschi esempi di chi prova a dare un valore monetario alla gioventù. Chi prova, scioccamente, a ricercare la bellezza di un o di una giovane, ricorrendo ad un qualcosa che mira all’estetica e non all’essenziale. Stoltezza. Vediamo gente d’ogni dove pronta a comprare come merce al mercato, l’ultimo elisir che prometta loro di raccontarsi ancora una volta una grande bugia. Vediamo ragazzi e ragazze che non sono più giovani, che seguendo altri hanno perso la loro strada. Che non vedendo la gioventù dentro di loro, la cercano in simboli, la domandano a fantomatiche maschere che ogni giorno salgono su un palcoscenico per farsi plaudire. Vediamo ragazzi e ragazze che emulano chi non ricorda di essere giovane e, paradossalmente, gli uni sono legati agli altri. I primi perché vorrebbero essere considerati usati, vissuti, già non giovani, procedono a tentoni facendo propri comportamenti che li rendono uguali, una massa informe ed indistinguibile di non persone, di non giovani, mentre i secondi perché vorrebbero capire come poter rubare ai loro schiavi la linfa che tanto manca a loro.

Cosa si riconduce a ciò che è giovane? Un amore giovane. Una passione giovane. Una mente giovane. Una notte giovane. Un ideale giovane. E quindi un amore coraggioso, che getta il proprio cuore al di là del possibile. Che non si ferma a considerare quello che è fattibile ma procede oltre. Una passione giovane, e quindi una passione instancabile, determinata, avara. Una passione che non conosce tempo e spazio se non i propri. Una passione che divora ogni cosa vi sia accanto. Che brucia ogni cosa che vi sia vicino. Una mente giovane, una mente fresca, che non si lascia ingannare, capace di leggere dove gli altri, quelli che han dimenticato di essere giovani o si son fatti convincere di non esserlo più, non vedono nemmeno il foglio. E ancora, una notte giovane. Una notte impavida. Una notte morbida. Una notte tenera. Perché c’è anche molta tenerezza nella forza di ogni giovane. Una notte in cui poter dormire e sognare o una notte in cui, con la luce ancora accesa, si cerca disperatamente di finire il libro dicendosi “va beh, arrivo al paragrafo e poi smetto”…che tanto lo sappiamo bene, noi giovani, che dopo quel paragrafo non ci possiamo fermare, perché c’è il successivo.

Ancor più forte, un ideale giovane. Un ideale che non ha padroni. Che nasce libero e genuino come un giovane. Che ancora non è e quindi che, proprio come un giovane, ha tutte le possibilità del divenire. Un ideale che batte nel petto di un giovane. Un ideale che ancora non ha alzato un muro dividendosi da tutto il resto. Un ideale che accolga con un sorriso e un caldo abbraccio, esattamente come farebbe un qualsiasi giovane. Un ideale che risveglia i cuori in un fremito vigoroso e improvviso, come un bacio rubato di quelli cui solo un giovane può osare tanto. Un ideale che vive nella meraviglia dell’adesso, perché come un giovane sa, tutto quello che conta è esserci, ora.

Imbrunire.

Imbrunire. Avviene ogni giorno. Non è un processo che si ripete sempre allo stesso modo, come quasi nulla. Non è neppure un processo unico: non avviene in un solo lungo istante ma in una susseguirsi di istanti. Istanti in cui pensieri, emozioni, silenzi ci attraversano e sono, a loro volta, da noi attraversati. Veniamo permeati e perturbati dalla natura che produce qualcosa in noi che a sua volta modifica la percezione che abbiamo della stessa e in un circolo virtuoso, è un costate mutare.

Ecco: imbrunire. Mentre scrivo è già un imbrunire differente. Come differente lo sono io. Prima soffiava un vento leggero, il cielo terso si distendeva permettendomi di vedere gli ultimi raggi di sole che rendevano leonina la cresta di una nuvola lontana. Penso. E il mio pensiero è mutevole e varia all'imbrunire.

L'uomo è fatto per vivere libero. Posto da chiedersi cosa libero voglia significare. Libero, intendo. Abbiamo inventato una parola - libertà - per riconoscere qualcosa che non sappiamo teorizzare. Non contenti, abbiamo aggiunto anche un concetto filosofico ontologico che ha impegnato pensatori, filosofi ed intellettuali - essere liberi - per riconoscere un qualcosa che non siamo.

Imbrunire. Ancora una volta, istante diverso, pensiero diverso. L'uomo moderno non è più felice perché è schiavo di sé stesso. È schiavo di tutto quello che pur  non essendo onticamente proprio del sé, finisce per modificarlo e sostituire le leggi naturali con cui ognuno di noi nasce.

Lentamente, imbrunire. Altro momento, altro pensiero. Date all'uomo la possibilità di vedere l'immenso e vorrà egli stesso respirare, pulsare ed essere immenso. Non penso occorra citare D'Annunzio e il suo Meriggio con quel profetico e grave "Non ho più nome". Non penso sia nemmeno citare Leopardi e la percezione di infinita grandezza in cui l'uomo tenta di immergersi quando conosce la natura, di scomodare questi grandi massimi pensatori e amanti del bello e dell'arte della vita. Whitman, Thoreau...non li voglio nemmeno citare al riguardo.

L'arresto del pensiero sopra espresso sta nella considerazione che in questa realtà per come la conosciamo e la viviamo, per come siamo stati abituati da tradizioni proveniente da un tempo bel precedente al nostro, giornalmente, vale più l'essere con-forme all'altro o agli altri anche se risulteremo in-formi rispetto a noi stessi. Importa più studiare - senza comprendere - , pregare - senza credere - , lavorare - senza impegno e passione - , magari dare alla luce una prole - per condividere le ipocrisie di un mondo così orgogliosamente quanto fittiziamente "colorato" -, invecchiare - senza fare della nostra vita insegnamento per i più giovani ma anzi assicurandoci di accumulare durante la nostra breve esistenza cose...cose che saranno patrimonio ma non eredità - e infine ritornare alla sostanza, uguale. Ritornare alla stessa sostanza da cui siamo stati originati.

Imbrunire. Vedo le tinte celesti cominciare ad accennare tonalità più sfumate. Il rosa e le sue gradazioni, pennellano aurore bucoliche angeliche tra veloci schegge pigolanti che profittano dell'ultimo sole per rincorrersi ancora nell'aria.

Imbrunisce e penso. Ho un libro accanto a me. Consumato. Divorato dal sole. Ingiallito. Le pagine crespe si scostano ricordandomi l'incuria e il poco amore o il molto utilizzo che ho riservato a questo testo, incolpevole. Conosco molto poco. Non so ben dirvi se sia il determinismo o il caso a dettare le nostre vite come direttrici maestre. Vivo, come posso. Vivo, quando posso. Porto le dita sull'arsura dei fogli accalcati. Chiudo gli occhi. Penso ad un caro amico. Penso che vorrei dedicargli delle parole non mie ma di un pensatore che sento più come un amico con cui discutere che un sommo filosofo da cui attingere idee. Le dita scorrono. D'un tratto, fermano la corsa frenetica e scrostano i margini rivelandomi uno dei passaggi migliori che avrei potuto, indipendentemente dal caso, scegliere.

"Dobbiamo imparare a risvegliarci e a restare svegli, non con ausili meccanici ma con un'infinita attesa dell'alba che non ci abbandoni neppure nel sonno più profondo. Non conosco fatto più incoraggiante dell'indiscutibile capacità da parte dell'uomo di elevare la propria vita con uno sforzo consapevole. È già qualcosa essere in grado di dipingere un certo quadro o di scolpire una statua, e dunque di rendere belli alcuni oggetti; ma è ancora più glorioso scolpire e dipinge l'atmosfera e il mezzo attraverso cui osserviamo - cosa che possiamo fare moralmente. Influire sulle proprietà del giorno: questa è la più alta fra le arti. Ognuno ha il compito di rendere la propria vita, in tutti i particolari, degna di essere contemplata nella sua ora più elevata e critica. Se rifiutassimo, o piuttosto consumassimo, le misere informazioni che riusciamo a ottenere, gli oracoli ci informerebbero distintamente su come potremmo farlo.
Andai nei boschi perché desideravo vivere deliberatamente, affrontare solo i fatti essenziali della vita, e vedere se non potessi imparare cosa avesse da insegnare, senza scoprire, giunto alla morte, di non aver vissuto. Non desideravo vivere ciò che non era una vita, per quanto caro mi sia il vivere; né desideravo la rassegnazione a meno che non fosse necessaria. Volevo vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, vivere in modo così risoluto e spartano da sbaragliare tutto quanto non fosse vita [...]"


Penso sia questo il miglior pensiero ch'io possa condividere con questo caro amico.

Imbrunire. Adesso. Sono anche io diverso da quando ho cominciato a vedere e sentire l'imbrunire. Da quando ho cominciato a scrivere per la prima volta, poco più sopra, imbrunire. Si, sono diverso. In questo momento, imbrunire, significa aver incontrato un amico.

sabato 16 febbraio 2013

Il caffè, ovvero uno stile di vita.


Caffè e bevanda al caffè. Grande differenza. Certo, magari certe cose non le consideriamo immediatamente. Forse diventano parte della nostra quotidianità con così rapida abitudine che le consideriamo un abito. Un comportamento usuale al di fuori del quale non sappiamo come funzionare noi stessi.

Riflettevo. Da qualche giorno, ho la possibilità di farmi in casa sia il caffè tradizione per come lo conosciamo che il caffè in stile statunitense. Il bibitone, per dirla meglio.

Metti l'Italia. L'italiano prende il suo tempo per il caffè. Si siede o si accomoda. Tutto si ferma per un caffè. Potrà anche essere un minuto ma in quel minuto c'è solo il caffè. Che sia con l'amico e quindi un momento di piacere condiviso, che sia con la mamma e quindi la chiacchiera sulla ragazza, che sia da solo...e quindi goderne dell'aroma in silenzio. L'italiano ha il tempo del caffè. E poi il gusto. È concentrato. Ristretto. Lungo. Espresso. Marocchino. Macchiato. L'italiano ha il gusto. Il sapore. Il dettaglio. L'italiano gusta il caffè.

Metti gli States. Loro no. Non hanno il caffè. Hanno la bevanda al caffè. Perché? Perché hanno preso il caffè e l'utilità e lo hanno unito al loro stile di vita, dinamico, continuo, non rilassato e veloce. Il caffè, lo tieni nel bicchierone. Diluito. Dura di più ed è meno concentrato. Certamente, arriva allo scopo. Estrarre dal caffè quanto serve. Però non è un caffè, è bevanda al caffè. Certo, è funzionale. Certo, è pratico. Certo, è adatto ad una vita dinamica, da metropoli, da professionista che non si ferma mai.

Io, da poco, a casa, ho sia la possibilità di farmi l'uno che l'altro. Si, uso la bevanda. Chi non lo farebbe? È veloce. Stai studiando? Niente caffè. Ti pari la bevanda. Te la metti vicino. La sorseggi. Cammini per giornate intere. Fresco e attivo. Sei di fretta? Ti stai muovendo per le strade, poi in ufficio, poi ovunque? Bicchierone, bevanda. Sempre con te. Non sei tu a fermarti e darti il tempo perché il tempo non è tuo. Non puoi decidere...quindi fai l'unica cosa che puoi fare: modificare.

Però il caffè è sempre il caffè. Non per una questione semplicemente di gusto. Proprio perché ha bisogno del suo tempo, ti ricorda che, magari non sarai veloce, magari ti dovrai fermare, però se vuoi qualcosa che abbia un gusto devi darle e darti il suo tempo per gustartela ed assaporarne fin la più duratura nota di amaro. Devi darti però anche il tuo di tempo. Perché non è detto che quel qualcosa esista già. Spesso, la devi anche preparare. Devi anche dare il tempo alla cosa di prepararsi. Insomma, per gustare qualcosa occorre che il gusto si formi. Non è una questione così semplice.

La preparazione. Quanta acqua mettere. Quanto caffè in polvere. Che caffè usare. Ritualmente usare una moka. Uno strumento dal meccanismo così semplice, a ricordarci ancora una volta che solo attraverso il semplice, matura il buono. La preparazione che non è solo disporre un pezzo di un utensile, è anche e maggiormente averne cura. Perché il caffè dev'essere pressato. Perché la moka dev'essere ben avvitata...altrimenti non c'è la giusta pressione. E qual'è la giusta pressione? Si sa, con l'esperienza. Avviti. Avviti forte. E capisci. Poi lo ricordi. Aspetti...puoi fare altro. Ecco, ed è meraviglia di tutte le cose. Mentre aspetti, facendo altro, quasi ti dimentichi la moka sul fuoco. Infatti a molti di noi capita di bruciare il manico della moka e, ancor peggio, di bruciare il caffè. Uno dei miei migliori amici avrà bruciato almeno 4 o 5 caffettiere.

E però, se dai il suo tempo, se curi con attenzione, se dedichi un po' del tuo tempo e badi alla caffettiera, ad un certo punto, il tuo silenzio, verrà rotto da un fragoroso scalpitare di una bevanda nerastra dal sapore non sempre particolarmente amaro ma di certo forte e intenso. E vedrai questa cascata fuoriuscire avida. E il profumo ti avvolgerà. Come il profumo di una donna.

E allora via il caffè con gli amici a parlare di tutto e nulla. Il caffè con i colleghi e discutere su questa teoria o su quell'altra. E via il caffè con la ragazza...che lo sappiamo tanto non sarà mai solo un caffè. Quello è il primo passo. E via il caffè con il papà, a discutere sempre di cose da uomini. E via anche il caffè con la mamma, a discutere sempre di cose da uomini. E via il caffè da soli, quello rumoroso nel silenzio del proprio respiro. Quello zuccherato con i propri pensieri o amaro delle preoccupazioni che più ci attanagliano. Il caffè...caspita, il caffè.

Scusate, vado. Sento, dal rumore tipico della moka, che il caffè è salito. Buon caffè a me.